Il Labirinto

“pa-si-te-o-i me-ri; da-pu-ri-to-jo po-ti-ni-ja-me-ri ”
“un’anfora di miele a tutti gli dei; alla Signora del Labirinto, un’anfora di miele ” 

Ariadne
John William Waterhouse, 1898

1.”da-pu-ri-to-jo po-ti-ni-ja-me-ri”: alla Signora del Labirinto, un’anfora di miele Questa frase misteriosa, tracciata nella scrittura lineare B su una tavoletta di terracotta rinvenuta a Cnosso dall’archeologo Evans, fu decifrata nel 1952 dal filologo britannico M. Ventris.
La tavoletta minoica probabilmente risale al 1400 a.C. Nel testo si fa riferimento ad una “da-pu-ri-to-jo po-ti-ni-ja”, cioè “Signora del Labirinto”, in cui la parola “potinija” sta a significare “potnia”, la Grande Dea il cui potere si estendeva ben oltre il Mediterraneo.

Dea dei serpenti minoica, proveniente da Cnosso, del 1.600 a.C. circa, Museo Archeologico di Herakleion

“Da-pu-ri-to-jo” è quindi il labirinto ed è in questa tavoletta in cui si accenna per la prima volta a questo nome intendendo un edificio (di pietra) degno di ammirazione.
Se il Labirinto era il luogo di una dea (Arianna?), è lecito pensare che fosse un luogo di culto che si differenziava da altri templi in modo così rilevante da essere stimato meritevole di una menzione separata.
Scrive H. Kern (Labirinti):
”forse si trattava anche di un luogo di danza con corridoi in forma di labirinto, come mostra il disegno della tavoletta di terracotta di Pilo, pressappoco contemporanea”.
La tavoletta di Pilo, rinvenuta dall’archeologo Rawson nel 1957 durante gli scavi nel palazzo miceneo di Nestore, risale al 1200 a. C., presenta da un lato un elenco, scritto in Lineare B, riferito forse alla vendita di alcune capre, dall’altro un labirinto che sembra non avere alcun rapporto con la contabilità delle capre.
Questo graffito, di notevole importanza per la ricostruzione storica del nostro simbolo, rappresenta la raffigurazione più antica di un labirinto che possa esser datata con certezza sulla base di elementi archeologici-storici.
Da tale rappresentazione si può dedurre che, attorno al 1200 a.C., l’immagine del labirinto era così popolare nella cultura micenea da essere usata come svago per un contabile e da poter esser tracciata in pochissimo tempo.

Tavoletta di Pilo

Anche in altre parti d’Europa troviamo i resti di graffiti ed incisioni rupestri che raffigurano il labirinto di tipo cretese: l’ipotesi che sembra avere maggior credito tra i ricercatori è che la concezione originaria del labirinto sia nata nell’ambito della cultura micenea e che si sia poi diffusa nell’Europa centrale, del nord e nei Balcani attraverso scambi commerciali, considerando che nella meta del secondo millennio a. C. la civiltà cretese e micenea erano al loro apice.

Luzzanas, Sardegna: incisione rupestre (diametro cm.30) nella “Tomba del Labirinto”. Raffigura un labirinto circolare di tipo cretese, a sette circonvoluzioni, con ingresso in basso. Quest’incisione fu trovata molto vicino al soffitto nella camera principale di una tomba ipogea scavata nella roccia, attribuita alla cultura di S.Michele (III-II millennio a.C.) e che risale forse al 2500-200 a.C. L’incisione del labirinto però viene ritenuta posteriore, 1500-1000 a.C. E’ comunque da sottolineare la connessione tomba, culto dei morti, grembo di Madre Terra-labirinto.
Naquane (Val Camonica, Brescia): incisione nella roccia risalente all’Età del ferro, circa 800-700 a. C. Non rappresenta il labirinto, ma il relativo “filo di Arianna”. Nel quadrante in basso a sx è raffigurato un guerriero armato; a sx in alto è inciso un uccello; a dx in alto troviamo un altro guerriero impegnato nella lotta.

Dunque a Cnosso un labirinto pare ci fosse davvero, su cui regnava Ariadne, la “purissima”.
Osserva Kerenyi (Nel labirinto) che
1.prima di Omero il mondo degli inferi era pensato come un labirinto a spirale;
2. nella concezione greca l’aggettivo “purissima” era particolarmente adatto alla regina degli inferi, detta anche con un nome pregreco Persefone.
La Signora del Labirinto poteva graziare e liberare chi voleva dagli Inferi e lei stessa ne poteva far ritorno, e in questo caso veniva chiamata la “chiarissima”, quell’Aridela che sta nel cielo.
Ariadne raffigurava per i cretesi la fanciulla divina, una dea lunare che però era anche Signora del Regno dei Morti; era una dea piena di grazia, che aveva il potere di ricondurre alla vita.
Spiega Kerenyi che, a partire da Omero, ella divenne una principessa mortale, figlia del re cretese Minosse.
Santarcangeli (Il libro dei labirinti) sottolinea che:
“tutta la civiltà cretese-egea è dominata dalla figura della Grande Madre.…Serpenti e animali del mondo sotterraneo le sono sacri…”
Ed anche Neumann (La Grande Madre) rileva:
”La nostra interpretazione che pure a Creta il rito della fertilità fosse stato celebrato in origine tra la Grande Madre e il suo figlio-amante, terminando col sacrificio di questi, è suffragata da molti segni…. Come dappertutto, la Grande Dea Madre di Creta, la Demetra dei Greci, Signora degli Inferi, è anche la Signora delle profondità e dea dei morti.I defunti, che secondo Plutarco si chiamavano “demetrioi”, appartengono anche in questo caso a lei: il suo grembo è il grembo della morte e, in pari tempo, la matrice della fertilità, da cui esce tutto ciò che è vivo.”

Ma torniamo al labirinto del palazzo di Cnosso…

Immagine tratta dal testo di H. Kern “Labirinti”

2. “Il luogo della danza di Arianna”

il Palazzo di Cnosso
il Palazzo di Cnosso

Credo che indagare intorno ad un ipotetico edificio a forma di Labirinto nel Palazzo di Cnosso sia un po’ come immaginare di penetrare dentro ad un buco nero: si può ipotizzare qualsiasi cosa. Quel che resta, forte e avvincente, è l’idea mitologica, l’archetipo.
Faccio mie la parole di Kerennyi ( Nel labirinto):
“Il problema del labirinto presenta una particolare peculiarità, la quale del resto è comune alla maggior parte dei problemi che sorgono dalla ricerca mitologica, se la si affronta con la dovuta serietà: si tratta di problemi privi di soluzione”.
E in effetti trovo insoddisfacente dissertare sull’origine della parola”labirinto”: da laybris, l’ascia doppia che troviamo ripetutamente raffigurata nel Palazzo di Cnosso, a “labra”, intesa come caverna con molti cunicoli e corridoi, o a “Da-pu-ri-to-jo”, il nome scritto in Lineare B nella tavoletta di Cnosso che, dopo una serie di cambi di consonante, suonerebbe “laburintho”.
O poco importa, ritengo, sapere se il Labirinto fosse nel Palazzo a Cnosso, che in effetti risulta avere una planimetria intricatissima, o fosse a Gortina, località nell’isola di Creta in cui si trova un’antica cava sotterranea, o a Skotino, altra località cretese.
Quindi mi lascerò guidare solo da ciò che ha attratto la mia attenzione, rinunciando ad un percorso razionale e metodico.
Partiamo dallo scudo eseguito da Efesto per Achille e dalla descrizione che ne fa Omero nell’Iliade, libro XVIII:

Poi vi sculse una danza a quella eguale
che ad Arïanna dalle belle trecce
nell’ampia Creta Dedalo compose.
V’erano garzoncelli e verginette
di bellissimo corpo, che saltando <br< teneansi=”” al=”” carpo=”” delle=”” palme=”” avvinti.=”” <br=””>Queste un velo sottil, quelli un farsetto
ben tessuto vestìa, soavemente
lustro qual bacca di palladia fronda.
Portano queste al crin belle ghirlande,
quelli aurato trafiere al fianco appeso
da cintola d’argento. Ed or leggieri
danzano in tondo con maestri passi,
come rapida ruota che seduto
al mobil torno il vasellier rivolve,
or si spiegano in file.

</br<>Omero utilizza la parola “choros”, che sembra possa significare sia“movimento di danza” che “luogo della danza”.
Secondo Kern, Omero descrisse entrambe le cose: una danza spiraliforme con inversioni di marcia e una struttura circolare adibita a questa danza. Questa ingegnosa struttura forse non era un edificio vero e proprio, con mura e soffitto, dato che le danze si svolgevano la notte: si può ipotizzare che il “labirinto” fosse una serie di blocchi, regolari e forse anche in marmo, disposti circolarmente e fissati nel terreno in modo durevole, per rappresentare il complesso di linee che determinavano i movimenti dei danzatori.

Lo scudo di Achille: tentativo di Ludwig Weniger (1912) di illustrare la descrizione omerica dello scudo di Achille. Nella banda figurata più esterna è il “choros”, la danza in cerchio. I danzatori si muvono lungo uno stretto passaggio che si snoda in forma di meandri, con i quali –a imitazione dei meandri a svastica delle monete di Cnosso – dovevano essere indicate le circonvoluzioni della pista della danza. (dal testo di H. Kern “Labirinti”)

3. La Danza di Teseo o “Danza delle Gru”.
La leggenda vuole che Teseo, dopo aver ucciso il Minotauro con l’aiuto di Arianna a Cnosso, sulla via di ritorno per Atene si fermasse a Delo, dove egli offrì un sacrificio agli dei che lo avevano aiutato (Apollo e Afrodite).

Lato B del Vaso François di Ergotimos e Kleitias, 570 a.C. circa, Firenze, Museo archeologico.
Lato B del Vaso François.
Lato B del Vaso François. In alto a sinistra Teseo – nella prima foto – suona la lira ed ha di fronte Arianna che ha accanto la sua nutrice. Dietro Teseo i quattordici giovani liberati dal labirinto e dal Minotauro danzano e si tengono per mano.

Graves, ne “I miti greci”, pag.312:
”Da Nasso Teseo salpò e colà sacrificò ad Apollo, celebrando giochi altletici in suo onore….un altare di corna sorge presso il largo rotondo di Delo…attorno all’altare Teseo e i suoi compagni danzarono la “danza delle gru”, che si snoda in evoluzioni labirintiche, interrotte da passi cadenzati al suono di musica d’arpa. I Deli eseguiscono ancora tale danza che Teseo importò da Cnosso. Colà Dedalo aveva costruito per Arianna una pista di danza, copiata da dal Labirinto egizio (nota della M.T.: di cui parla anche Plinio il Vecchio, “la Storia Naturale”, libro XXXVI ), dove il susseguirsi delle varie figure era indicato da strisce di marmo in rilievo.
Quando Teseo e i suoi compagni eseguirono la danza delle gru a Cnosso, fu la prima volta che uomini e donne ballarono insieme. Questa danza è eseguita in diverse città della Grecia, dell’Asia Minore, e così pure dai bimbi della campagna italiana, poiché da questa danza ebbe origine il Gioco di Troia”.

Omero stesso nell’Iliade (come ho rammentato nel paragrafo precedente) libro XVIII, ricorda la danza che Dedalo aveva apprestato a Cnosso per Arianna, in cui i danzatori ricostruiscono una complicata figura labirintica con cerchi, spirali ed inversioni di marcia.
Poi vi sculse una danza a quella eguale
che ad Arïanna dalle belle trecce
nell’ampia Creta Dedalo compose.
V’erano garzoncelli e verginette
di bellissimo corpo, che saltando
teneansi al carpo delle palme avvinti.
Queste un velo sottil, quelli un farsetto
ben tessuto vestìa, soavemente
lustro qual bacca di palladia fronda.
Portano queste al crin belle ghirlande,
quelli aurato trafiere al fianco appeso
da cintola d’argento. Ed or leggieri
danzano in tondo con maestri passi,
come rapida ruota che seduto
al mobil torno il vasellier rivolve,
or si spiegano in file.

Kerenyi, nel suo bellissimo saggio, mette in esplicita connessione l’origine del labirinto con le più antiche danze a spirale, che si riscontrano in molte culture anche distanti geograficamente tra loro.
Ritiene che il movimento a spirale evocato dall’uomo sia un “gesto umano primordiale”, che rimane evocativo ovunque appaia.
Cita l’esempio della “Danza Maro”, in Polinesia, ballata da nove uomini in spirali intrecciate a nove volute per nove giorni e nove notti; secondo la leggenda (la storia della fanciulla Hainuwele) al centro delle danze sta “Mulua Satene” (una “Kore”) che simboleggia una porta d’accesso; gli uomini che non riescono a varcare la porta vengono trasformati in animali, coloro che la superano affronteranno un faticoso viaggio iniziatico.

Illustrazione del mito di Hainuwele.

Inserisco un brano di Luciano di Samosata (120-190 d.C.) traducendolo dal testo inglese “On the dance” (il titolo originale è “De Saltatione”), perché anche lo scrittore greco pone l’accento sull’aspetto “cosmico e primigenio” della danza:
Licino:”Grazie, caro Crato…..Fammi dire che i migliori studiosi di antichità rintracciano nella danza la creazione dell’universo; la danza è nata con Eros Primigenio, che fu il principio di ogni cosa. Nella danza dei corpi celesti, nelle complesse evoluzioni che si accordano tra loro, i pianeti si muovono in armoniosa relazione con le stelle fisse”.

E ancora:”…Devo far notare che tra tutti gli antichi misteri nessuno è nato senza includere la danza. Orfeo e le Muse, i migliori danzatori di tutti i tempi, furono i fondatori di questi riti; e le loro pratiche rituali mostrano il valore che essi attribuiscono al ritmo ed alla danza come elementi religiosi.”

Infine:”….e ciò non è solo valido per la Grecia. Gli Indiani, quando si alzano al mattino ed offrono il loro saluto al Sole, non si limitano a baciare le loro mani all’uso dei Greci; ruotano verso Est, silenziosamente salutano Dio con dei movimenti atti a riprodurre il suo (del sole) corso nel cielo; e con questa pratica, che sostituisce le nostre preghiere e i nostri cori, essi si propiziano il favore divino all’inizio e al termine della giornata.”

Anche Dora Stratou ((1903-1988, ricercatrice teatrale greca) è dell’idea che la danza delle gru sia anteriore al mito di Teseo e che tragga le sue origini dalla “danza Geranos” –danza delle gru, appunto- risalente al primo periodo della civiltà Minoica, più di 3000 anni fa. Graves e Kerenyi parrebbero confermare tale tesi.
Plutarco, nella “Vita di Teseo”, narra:
“Teseo, di ritorno da Creta, giunto a Delo, e, avendo compiuto un sacrificio al dio dell’isola, dedicò ad Afrodite la statua che Arianna gli aveva donato, e danzò con i giovani Ateniesi una danza che è tutt’ora ancora preservata dagli abitanti di Delo, e che consiste in movimenti tortuosi ed attorcigliati, che rievocano il labirinto. E questa danza, come scrive Dicaearchus, è chiamata “Gru” (Geranos)”.

Sembra che in quest’antica “danza delle gru” venissero utilizzate delle funi, che conducevano i danzatori prima verso l’interno e poi di nuovo verso l’esterno.
La direzione resta la medesima: arrivato al centro della spirale, il ballerino si volge indietro proseguendo un movimento che fin dall’inizio girava intorno ad un centro invisibile.
Da quando però il danzatore inverte il movimento, la direzione non è più verso la “morte” bensì verso la “nascita”.
Quindi viene mimato un movimento che ricorda l’aspetto di morte (discesa negli Inferi), ma anche la celebrazione della vita (l’uscita dal labirinto, il salvataggio).
Kerenyi ricorda che l’elemento femminile è strettamente connesso con la danza, la nascita, la fune, e come testi antichi menzionano danze simile in onore di Artemide, Britomarte, Persefone.
Il perché del nome “danza della gru” sembra possa anche riferirsi all’abitudine migratoria di questi uccelli, così essa rappresenterebbe “la danza del tempo in cui volano le gru”.
Kerenyi associa l’idea del volo delle gru all’idea di “continuazione infinita”, di “ritorno”, come indicherebbero i movimenti della spirale e le danze labirintiche (ed anche il gomitolo di Arianna e le funi usate nelle danze).
Un’altra possibile connessione tra la Danza cretese delle gru e il labirinto si riconduce all’antico gioco della Truia, rappresentato nella brocca di Tragliatella (circa 630 a.C.):

Sul vaso appaiono sette giovani guerrieri impegnati in una danza e due cavalieri, anch’essi adolescenti. Dietro il secondo è disegnato un complicato labirinto a forma di mappa che compare sulle monete di Cnosso intorno al 100 a.C. L’iscrizione etrusca che appare sul vaso si traduce con il termine “truia”, che significa “danza del mulinello”.
Il disegno corrisponde ad un gioco troiano descritto da Virgilio :”intrecciano alterni giri a giri” ed il poeta stesso ne fa poi il paragone con il labirinto cretese e con il gioco dei delfini.

Dora Stratou infine ha rintracciato nella danza nuziale Siganos, nell’odierna danza Ageranos e nella Tsakonikos –una danza eseguita nel Peleponneso, continuazioni moderne dell’antica “danza delle gru”.

Danza Geranos, o “danza delle gru”, eseguita con le corde.
Danza spiraleggiante greca moderna.
Tsakonikos.

4. Labirinti e Nodi
Kern, in “Labirinti”, e Guenon, in “Simboli della Scienza sacra”, accostano il “nodo”al “labirinto”; Guenon mette anche in relazione la “croce ansata” egiziana al monogramma di Cristo.
Entrambi gli autori nominano delle raffigurazioni di Leonardo da Vinci e di Durer, formate dal complicato-aggrovigliato tracciato di una linea bianca continua disposto all’interno di una figura circolare di fondo nero. Tali raffigurazioni sono denominate “nodi” e spesso la firma dell’autore è apposta centralmente, come anche nel caso di una figura attribuita a Leonardo nel cui centro si leggono le parole “Accademia Leonardo Vinci”.
Aggiungo che il motivo dei “nodi” è stato rappresentato da Leonardo anche nel soffitto della Sala delle Asse del Castello Sforzesco di Milano, tra gli intrecci delle chiome degli alberi.

Leonardo: soffitto della Sala delle Asse del Castello Sforzesco di Milano
Leonardo: soffitto della Sala delle Asse del Castello Sforzesco di Milano

In una delle sei xilografie del Durer chiamate “serie dei 6 nodi” il centro si compone attorno ad una forma che a me sembra una “doppia ascia” (labrys).

Durer

Kern fa giustamente notare che non sono dei veri labirinti, ma almeno tre elementi li accomunano:
-l’intrico, che formalmente può ricordare un labirinto;
-la linea continua, mai interrotta, che potrebbe essere equiparata al “filo” –strada da percorrere all’interno delle mura del labirinto -il centro.

Durer

Scrive Guenon:
”siccome l’essere che percorre il labirinto o qualsiasi altra figura equivalente riesce alla fine a trovare il “luogo centrale”, che dal punto di vista della realizzazione iniziatica equivale al proprio centro, il percorso stesso con tutte le sue complicazioni è evidentemente una rappresentazione della molteplicità degli stati o della modalità dell’esistenza manifestata, attraverso la serie indefinita dei quali l’essere ha dovuto “errare” prima di potersi stablire in questo centro. La linea continua è allora l’immagine del “sutratma” che lega tutti gli stati tra loro e d’altronde, nel caso del “filo di Arianna” relativo al percorso del labirinto, quest’immagine si presenta con evidente chiarezza.”
Personalmente ritengo che il “nodo”, in quanto legame-vincolo-tramite tra due, sia una figura archetipica, connessa anche con l’esperienza biologica del legame-intreccio del bambino con la madre attraverso il cordone ombelicale.
Rammento anche le riflessioni di Eliade e la sua citazione di Dumezil (in Trattato di Storia delle religioni) sul dio vedico e uranico Varuna, sovrano dei “nodi e dei legamenti”, rappresentato con una corda in mano:
”Veruna è per eccellenza il padrone della Maya, del prestigio magico. I legami di Veruna sono magici, come è magica la sovranità stessa. Sono il simbolo di quelle forze mistiche detenute dal capo, che si definiscono giustizia, amministrazione, sicurezza regale e pubblica, tutti i “poteri”.
Infine segnalo gli arabeschi ornamentali indiani chiamati Kolam, disegnati sul terreno dalle donne per proteggere e purificare le proprie case, che sono nodi-intrecci ripetuti in modo intricato.

kolam
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kolam

5. il Minotauro nella letteratura antica e moderma…
Apollodoro, Biblioteca III, 1. (edizione a cura di Marina Cavalli, Oscar Mondadori)
…parliamo adesso della famiglia di Agenore. Come abbiamo detto, Libia ebbe da Posidone due figli, Belo e Agenore….Agenore andò in Fenicia , sposò Telefassa , ebbe una figlia femmina, Europa, e tre maschi, Cadmo, Fenice e Cilice….Zeus si innamorò di Europa, si trasformò in toro, fece montare la fanciulla sulla groppa, e la portò sul mare fino a Creta, dove si unirono in amore. Europa partorì Minosse, Sarpedone e Radamanto…Asterio, signore di Creta, sposò Europa e allevò i suoi figli. Quando furono diventati grandi, vennero a lite tra di loro per l’amore di un fanciullo di nome Mileto, nato da Apollo e da Aria, figlia di Cleoco. Il fanciullo aveva una particolare confidenza con Sarpedone.
Allora Minosse fece guerra contro di loro e li sconfisse….Minosse restò a Creta , dettò le leggi per iscritto e sposò Pasifae, la figlia del Sole e di Perseide….Frattanto Asterio era morto senza lasciare discendenti. Minosse si propose come re, ma il trono gli veniva negato….Così fece un rito sacro a Posidone e pregò che dalle onde del mare apparisse un toro, promettendo che l’avrebbe subito offerto in sacrificio. Ed ecco che Posidone gli invia un bellissimo toro: fu così che Minosse ottenne il regno, ma tenne quel toro tra le sue mandrie….Posidone, infuriato, rese il toro selvaggio e fece in modo che Pasifae si accendesse di desiderio per questo toro. La donna, innamorata del toro, trovò un alleato in Dedalo, l’architetto che era stato bandito da Creta per omicidio. Egli costruì una vacca di legno montata su ruote, con l’interno cavo e ricoperta da pelle bovina, la collocò nel prato dove il toro era solito pascolare, e Pasifae vi entrò dentro. Quando il toro le si avvicinò, la montò come una mucca vera.
Così la donna partorì Asterio, chiamato Minotauro, e aveva la testa di un toro e il corpo di un uomo.

Dedalo mostra a Pasifae il simulacro della mucca, casa dei Vettii, Pompei
Giulio Romano (1492 – 1546): Pasiphaë (Mantova, Palazzo del Tè)

Jorge Louis Borges, La casa di Asterione (tratto da “L’Aleph”, Feltrinelli Editore)
So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento opportuno) sono ridicole. E’ vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito) restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali.
Chi vuole può entrare. Non troverà qui lussi donneschi né la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine.
E troverà una casa come non ce n’è un’altra sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che ce n’è una simile in Egitto).
Lo riconoscono anche quelli che mi calunniano: nel mio appartamento non c’è nemmeno un mobile. Poi mentono – e mi fanno ridere – anche quelli che dicono che io, Asterione, sia un prigioniero. Mi tocca ripetere che non c’è una sola porta chiusa? E che nemmeno c’è una sola serratura? D’altronde, mi è capitato una volta al tramonto percorsi le strade. Sono tornato prima che facesse notte, per la paura che mi suscitarono i bronci della gente, delle facce pallide e spianate, come il palmo di una mano. Il sole già non si vedeva più, ma il triste pianto di un bambino e le incolte preghiere di un gregge annunciarono che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava. Alcuni si arrampicavano sul basamento della colonna del tempio delle Fiaccole, qualcuno ammucchiava pietre. Altri cercarono rifugio nel mare.
D’altronde, sono figlio di una regina; non posso mischiarmi alla plebe, benché la mia modestia potrebbe anche permettermelo.
Il fatto è che sono unico. Non ho interesse per quello che un uomo può comunicare ai suoi simili; come filosofo, ritengo che attraverso la scrittura non si possa trasmettere nulla. Il mio spirito è pronto ad accogliere soltanto ciò che è grande, non ha spazio per le piccolezze volgari e noiose: non sono mai riuscito a ricordare le differenza che distingue le lettere tra loro. Il mio slancio di vita e la mia impazienza mi hanno impedito di imparare a leggere. Talvolta di ciò mi rammarico, perché le notti e i giorni sono lunghi. È vero, le distrazioni non mi mancano. Non diversamente dal montone quando s’avventa sulla sua preda, corro lungo i corridoi di pietra finché crollo al suolo vittima della vertigine.
Mi riparo all’ombra di una cisterna e all’angolo di un corridoio, e gioco a rimpiattino. Qualche volta mi lascio cadere da una terrazza, fino a ricoprirmi di sangue. Quando mi gira, gioco a fare l’addormentato, tengo gli occhi chiusi e faccio il respiro pesante (accade che mi addormenti sul serio, e allora, quando riapro gli occhi, trovo che il giorno ha cambiato colore). Tra tutti i giochi, ne preferisco però uno, quello di un altro Asterione. Immagino che lui venga a trovarmi e che io gli mostri la casa.
Facendo grandi inchini, dico cose di questo genere: «Ora ritorniamo all’angolo dove eravamo prima», «Ora entriamo in un nuovo cortile», «Te l’avevo detto che ti sarebbe piaciuto il canale dell’acqua», «Va bene, adesso, ti mostro una cisterna piena di sabbia», «Ah, vedrai la cantina: si divide in due». Qualche volta mi sbaglio, e tutti e due scoppiamo a ridere.
Oltre ad avere inventato una miriade di giochi, ho riflettuto a lungo sulla casa. Ogni parte dell’appartamento si ripete, ogni luogo è se stesso e un altro luogo. Non ci sono una sola cisterna, un solo cortile, una sola fontana, una sola stalla; ci sono infinite stalle, infinite fontane, infiniti cortili, infinite cisterne. Una casa grande quanto il mondo! Ma a furia di andare a vanti e indietro per i cortili e per i polverosi corridoi di pietra, raggiunsi la strada, e vidi il mare e il tempio delle Fiaccole. Inizialmente, non capii; poi una visione notturna mi spiegò che anche i mari e i templi sono infiniti. Ogni cosa esiste più d’una volta, infinite volte. Ci sono solo due cose al mondo che sembrano esistere soltanto una volta: il sole intricato in cielo e Asterione sulla terra. È possibile che sia stato io a creare le stelle, il sole e questa enorme casa. Ma non ricordo bene. Ogni nove anni, nove uomini entrano in questa casa perché io li liberi da ogni male.
Quando in fondo ai corridoi di pietra sento i loro passi o la loro voce, corro loro incontro allegramente. La cerimonia non dura che pochi minuti. Senza che io mi macchi le mani di sangue, cadono uno dopo l’altro. E dove cadono rimangono: i cadaveri aiutano a distinguere i corridoi l’uno dall’altro. Non so chi siano, ma uno di essi, prima di morire, fece una profezia: disse che un giorno sarebbe arrivato il mio salvatore. Da allora non mi pesa più la solitudine, perché so che il mio salvatore esiste e che un giorno sorgerà dalla polvere. Potrei persino sentire i suoi passi, se solo il mio udito potesse distinguere tutti i rumori del mondo. Voglia il cielo che mi porti in un luogo con meno corridoi e meno porte! Che aspetto avrà il mio salvatore? Forse sarà un toro con la testa di un uomo? O forse sarà simile a me? La mattina, il sole sfavillò sulla spada di bronzo. Non rimaneva più traccia di sangue. «Lo crederesti, Arianna? – disse Teseo – Il Minotauro non s’è quasi difeso».

PASIPHAE si prende cura di suo figlio, il Minotauro; Kylix a figure rosse, risalente al 340-320 .C. circa; Bibliothèque Nationale, Paris, France
Picasso, Minotauromachia

6. il Labirinto, la Danza e la Conchiglia…
E’ già stato detto più volte che nel “choros” (danza) attribuito a Dedalo descritto da Omero i danzatori si muovessero seguendo linee spiraliformi, come pure nella danza che ripete Teseo a Delo, o nel gioco illustrato della brocca di Tragliatella.
Kerenyi (Nel labirinto) ritiene che è proprio e solo nella danza (e non nella rappresentazione pittorica o nell’edificio) che il labirinto assume in sé l’idea di “continuazione infinita”, esattamente come la sua forma più semplice, cioè la spirale.
Del resto, vi è un collegamento curioso, narrato da Apollodoro (Biblioteca, Epitome, a cura di M. Cavalli) tra Dedalo, la forma a spirale di una conchiglia e il filo…:

….. Minosse, quando si accorse della fuga di Teseo e dei suoi compagni, ne ritenne responsabile Dedalo, e lo rinchiuse nel Labirinto insieme al figlio Icaro….Allora Dedalo costruì delle ali e le legò alla schiena sua e del figliolo, raccomandandogli di non volare troppo in alto, perché i raggi del sole non sciogliessero la colla che teneva insieme le penne, e neanche troppo vicino al mare per ché l’umidità non ne appesantisse le ali.
Ma Icaro…volò sempre più in alto e allora la colla si sciolse e il ragazzo precipitò nel tratto di mare che dal suo nome poi si chiamò Icario, e morì. Dedalo invece si salvò e riuscì ad arrivare a Camico in Sicilia.
Minosse andò all’inseguimento di Dedalo e in ogni regione che attraversava faceva vedere agli abitanti una grossa conchiglia tritonide, e i suoi araldi promettevano una enorme ricompensa a chi fosse riuscito a far passare un filo di lino nella spirale della conchiglia: solo Dedalo, pensava Minosse, ne sarebbe stato capace…e un giorno Minosse arrivò anche a Camico, in Sicilia, alla corte di Cocalo, proprio dove Dedalo si nascondeva, e anche qui fece vedere la conchiglia.
Cocalo la prese, dichiarò che era in grado di far passare il filo, e portò la conchiglia a Dedalo. Dedalo allora fece un buchino nella conchiglia, poi legò il filo di lino ad una formica , la fece entrare da lì e quella poi uscì dalla parte opposta, dopo aver tirato il filo lungo tutta la spirale della conchiglia.
Quando Minosse vide che il problema era stato risolto, capì che Dedalo si trovava alla corte di Cocalo e chiese che gli venisse consegnato. Cocalo glielo promise e intanto invitò Minosse a fermarsi come suo ospite; ma mentre faceva il bagno le figlie di Cocalo lo uccisero – e qualcuno dice che gli fu versata addosso dell’ acqua bollente….
Ho scovato inoltre in Corsica, a Campana (Pieve d’Orezza) e a Calvi, una singolare processione di penitenza, che si svolge il Giovedì o il Venerdì Santo, a forma di spirale, a cui partecipano indifferentemente bambini, donne e uomini. Tale corteo viene chiamato “Granitula” o anche “Granitola” (in francese “Bigorneau“, chiocciola), dal nome di una conchiglia marina.

In dialetto viene così descritta (tratto dalla pagina web http://www.radiche.eu/zindex/zfile/tradizioni/religione_appassionato/ghjovi_santu.htm):
Issu ghjornu campanesi (é puru verdisacci é dinò nucarinchi) ci scuprimu torna paisani, membri di a cumunità, femu chjerchju, in ogni sensu, partimu ‘nseme, cantemu ‘nseme, preghemu ‘nseme, dumandemu u nostru perdonu, femu sapè à l’astri chi a nostra cumunità esiste sempre; femu chjerchju ancu nu u sensu propiu, fendu a granitula davanti à ogni chjesa: a granitula serebbe una spezia di lumaca, una “chiocciola”; da qui u nome di u chjerchju chi no femu, prima d’entre in una chjesa: quellu chi guverna a prucessione gira in tondu é ognunu u seguita, tutti viaghjemu à a coda, unu daretu à l’astru, ùn ci si pò omu sbaglià, basta à seguità, passu per passu, à quellu chi vene nenzu; cria à cria, pocu à pocu, furmemu una “spirale”, a granitula, sin’à quandu, ghjuntu nu u centru quellu chi guverna a prucessione é ghjé abituatu, gira nantu à sè é volta à l’arritrosa; nu issa granitula ci hé di tuttu: a cumunità chi si stringhje per difendesi, ci hé a forma di l’ovu, simbulu di rinascita, simbulu di Pasqua é di rinnovu, ci hé dinù a ricerca di Cristu, chi e donne andonu à circà nu a tomba é ùn lu truvonu; i russi, in Pasqua vanu à a messa à mezanotte; in più bella si ne sorte tuttu u cleru é mi ti facenu (tré volti, mi pare) u giru di a chjesa, dopu si ne entrenu torna per annunzià à u popolu chi Cristu hé rinvivitu… Cusì femu ancu noi; cantemu, é u versu pare quellu di u passu: “Sono stato io l’ingrato, Gesù mio perdon’ pietà”; quand’é no entrimu in chesa, ‘ntunemu u perdonu; ma i vechji appuntu ùn dicianu mai “cantemu” o puru “‘ntunemu”, dicianu sempre “dumandemu” u perdonu, a prova si n’hé chi per elli, l’affare era seriu…Stéphane Pastinelli, 24/3/2007, per gentile concessione di Radiche, www.radiche.eu

foto di M. C. Ferro, aprile 2006, per gentile concessione di Radiche, www.radiche.eu

Nel saggio di S. Mancini “Dalla Granitula corsa al labirinto antico. Saggio sulla simbologia labirintica nella religiosita mediterranea” , ecco il resoconto che ne fa G.B. Casanova:
“Nella pieve di Tavagna (cantone di Pere-Casevecchie) esisteva tempo fa un costume alquanto curioso. Durante…

Concludo citando ancora le parole di Kerenyi, per il quale il :
“Labirinto e il guscio della chiocciola si rivelano due modi diversi per esprimere la stessa idea: l’uno (il guscio di chiocciola) direttamente offerto dalla Natura, l’altro (il labirinto danzato, o disegnato o pensato come edificio) creato dagli uomini. In entrambi i casi il mondo esprime lo stesso aspetto dell’essere: la sua capacità di destreggiarsi all’infinito attraverso ogni tipo di morte”.

7. il Labirinto e la Croce
Il simbolo del Labirinto è strettamente connesso con la Croce poiché
-la “croce” è la figura di partenza per tracciare un labirinto;
-entrambi ruotano attorno ad un “centro”.

costruzione del labirinto cretese

Lo spazio centrale attorno cui si muove il labirinto è uno “spazio sacro”, in cui avvengono “passaggi misterici”, salti di qualità.
Voglio riportare le riflessioni di Guenon (Simboli della Scienza sacra) su ciò che rappresenterebbe il Centro:
“il Centro è l’origine, il Principio, il punto di partenza di tutte le cose; è il punto principiale, senza forma e senza dimensioni, invisibile e di conseguenza la sola immagine che si possa dare dell’Unità primordiale; da esso sono prodotte, per irradiazione, tutte le cose; …e lo spazio che esso empie del suo irradiamento è il Mondo nel senso più ampio della parola, l’insieme di tutti gli esseri e di tutti gli stati d’esistenza che costituiscono la manifestazione universale; .. la rappresentazione più semplice di quest’idea è il punto al centro di un cerchio , dove il punto è l’emblema del Principio e il cerchio quello del mondo…Esso inoltre rappresenterà il punto mediano tra i poli opposti della circonferenza, realizzando pertanto il luogo dove le tendenze contrarie si neutralizzano esi trovano in perfetto equilibrio.” 

Mi sembra importante ciò che scrive Guenon perché unendo i poli opposti nord-sud ed est-ovest all’interno della circonferenza otteniamo il simbolo della CROCE e ruotando i bracci intorno al CENTRO (il punto fermo, eterno) si ha il simbolo della svastica.

 

Svastica che, secondo Guenon, non è un simbolo solare, bensì rappresenta il movimento di una rotazione che si compie intorno al Centro; poiché il Centro imprime il movimento e poiché il movimento è vita, la svastica è un simbolo di vita o, più esattamente, “della funzione vivificante del Principio in rapporto all’ordine cosmico”, cioè dell’azione del Principio in rapporto al mondo.
Sottolineo che:
-la svastica si può assimilare al significato della spirale, anch’essa figura-base del labirinto; -in molte delle monete ritrovate a Cnosso il labirinto è raffigurato come un meandro a svastica.