Il simbolo della trasformazione nella S. Messa

Il simbolo della trasformazione nella S. Messa

L’immagine rappresenta probabilmente l’elevazione del calice in cui è raffigurata la ferita di Cristo; la ferita simboleggia il vino consacrato che durante l’Eucarestia diventa il sangue di Cristo; libro delle ore, Francia, 1485 – 1499.
Immagine tratta dal sito:
http://libwww.library.phila.gov/collections/index.cfm

Introduzione
In un proseguo dell’analisi sul motivo archetipico “sacrificio-morte-rinascita”, mi pare naturale esaminare il rito di “trasformazione” proprio della cultura in cui sono nata e vivo: la S. Messa ed in particolare la liturgia eucaristica e riti della Comunione.
Il testo che mi fa da guida è, come si deduce dal titolo, l’omonimo saggio di C. G. Jung contenuto nelle Opere, vol. XI, Psicologia e religione.
Ad esso integro approfondimenti miei propri tratti da autori vari (Guenon, Zolla, ecc.), dalla Bibbia ed altre fonti religiose, dalla simbologia alchemica.
Lo schema che seguirò per sviluppare la mia ricerca è il seguente:
-le azioni della celebrazione eucaristica
-i paralleli con altri rituali di trasformazione
-il significato del sacrificio della messa

-le azioni della celebrazione eucaristica
I cenni più remoti sull’istituzione del sacramento dell’Eucarestia si ritrovano nei Vangeli di Matteo (26,26-28), Marco (14,22-23), Luca (22,19-20) e nella Prima lettera di San Paolo ai Corinzi (11, 23 sgg.), in cui si dice:
23 Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. 25 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. 26 Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.

Epistolario della Sainte-Chapelle di Parigi, 1340-1350 circa.
Immagine tratta dal sito: http://www.bl.uk/

Ovviamente il riferimento dell’apostolo è all’Ultima Cena, quando Gesù diede ai suoi discepoli il pane ed il vino, come Suo Corpo e Suo Sangue, offerti in sacrificio per la salvezza dell’umanità, e comanda loro di ripetere la medesima azione in sua “memoria”.
Nell’Eucarestia, vero atto sacrificale, il pane e il vino (sostanze terrene) offerte a Dio dal sacerdote divengono, grazie all’opera dello Spirito Santo, di fatto il Corpo e il Sangue che Cristo ha offerto sacrificando sé stesso sulla croce.
Nella storia dell’umanità, come si è già visto nel motivo archetipico “sacrificio-morte-rinascita”, rituali connessi ad atti sacrificali si trovano in ogni cultura.
Ma la cosa che più mi ha stupito è la testimonianza nell’antica tradizione mediorientale di cerimonie legate alla trasmutazione di cibo e bevande in “alimento divino-alimento che dona l’immortalità”.
Scrive Zolla (Le meraviglie della Natura, cap. la triade e l’uno. 6. la pietra potabile e mangiabile):
“Di un ideale rito sacrificale in cui si celebri un ritorno nel grembo, la creazione d’un nuovo corpo E la trasmutazione di una bevanda e di un cibo, per lo più del pane, dappertutto si coglie la traccia, si rinvengono i frammenti.
Il cristianesimo crea con il battesimo e l’eucarestia la macchina rituale trasmutatoria dell’Occidente. …
Il rito del pane e del vino tramutati in pietre filosofali era immemoriale nel Medio Oriente; già eseguito a Sumer in onore del Sole.
In una sala del Louvre ancora ci guarda con volto tondo ed assorto re Gudea di Lagash, che resse la sua città mesopotamica attorno al 2400 a. C. e leggiamo ancora le sue parole incise su un cilindro: “In questi pani è la pienezza della divinità.”

Gudea, principe di Lagash; statua assisa dedicata al dio Ningishzida; epoca neo-sumerica, 2120 a.C. circa.
Immagine tratta dal sito: http://www.louvre.fr/llv/commun/home.jsp?bmLocale=fr_FR

Oltre al riferimento indicato da Zolla, ho trovato a riguardo un racconto mitico contenuto nelle tavolette di Amarna.
Le tavolette di Amarna (dal luogo del ritrovamento: Tell el-Amarna, in Egitto), scoperte nel 1887, sono per la maggior parte lettere inviate ai faraoni egiziani Amenophis III e a suo figlio Akhenaten intorno alla metà del 14 ° secolo a.C. I “mittenti” erano i re di Babilonia, Assiria, Hatti e Mitanni, altri sovrani di minore rilevanza, governanti del Vicino Oriente dell’epoca e vassalli dell’ Impero Egiziano.
Esso sono scritte in alfabeto cuneiforme accadico e presentano caratteristiche peculiari, non rintracciabili in nessun altro dialetto.
Per tali ragioni le tavolette di Amarna rappresentano una delle fonti più importanti per la conoscenza della storia, della politica, della lingua e della scrittura dell’antico Vicino Oriente del XIV sec. a.C.

Il racconto a cui accennavo sopra è noto come “Adapa e il vento del sud” e narra la storia del sacerdote Adapa e del “cibo dell’immortalità”.
Adapa, grande saggio creato da Ea (il sumerico Enki, signore del Profondo e del mondo degli uomini), era sacerdote nel tempio della nella città di Eridu.
Andato a pesca in un mare piatto e calmo per procurare del cibo al dio che egli serviva con devozione, fu improvvisamente travolto da una forte tempesta provocata dal “vento del sud” (Sutu), che lo gettò in acqua e gli rovesciò la barca.
Assai contrariato da ciò, Adapa maledice il vento e la sua imprecazione è così efficace che rompergli le ali.
La terra per sette giorni fu così privata della frescura e delle umide brezze.
Il supremo dio Anu (sumerico An) , avvedutosi dello scompiglio nell’ordine naturale e venuto a conoscenza del motivo, convoca Adapa.
Ea ( dio anche della sapienza e dell’astuzia) avverte il saggio pescatore che, se vorrà evitare la punizione certa di Anu, dovrà mettere in atto alcuni accorgimenti:
– presentarsi alle porte del cancello celeste vestito a lutto, in modo da attirare la benevolenza dei due custodi, gli dei Tammuz e Gizzida (divinità della vegetazione);
-rifiutare l’acqua ed il pane della morte che Anu gli offrirà, ma accettare l’olio per l’unzione e nuove vesti.
Seguendo attentamente il primo consiglio, Adapa riesce con facilità a varcare la porta del cielo e a esser ammesso al cospetto di Anu.
Il temibile dio lo interroga, chiedendogli spiegazioni per il suo rabbioso gesto.
Adapa, con sincerità, spiega l’accaduto. Anu, convinto della buona fede del saggio sacerdote, decide di donargli “pane ed acqua di vita” (che avrebbero reso Adapa immortale).
Adapa, fuorviato dal secondo consiglio di Ea, rifiuta il cibo.
Anu, vista l’occasione perduta da Adapa, così commenta, lasciandolo ritornare sulla terra:
“Vieni qua, Adapa, perché non hai mangiato e non hai bevuto?… Ora non vivrai!… Prendetelo e riportatelo sulla terra!” (vedi NOTA 1)
Com’è ovvio, l’analisi del mito di Adapa è assai complessa, poiché vi si intrecciano temi archetipici legati alla spiegazione della mortalità umana, al passaggio da una società primitiva a quella civilizzata, al rapporto tra dei e uomo; però mi premeva evidenziare il riferimento all’acqua e al pane che, offerti dalla divinità, diventano cibo di vita eterna.

Nell’Antico Testamento il sacramento dell’Eucarestia è preannunciato da Melchisedek, re di Salem e sacerdote di Dio, che va incontro ad Abramo, dopo la vittoria sui re d’Oriente, offrendo pane e vino in sacrificio (Genesi 14, 17-20):
Quando Abram fu di ritorno, dopo la sconfitta di Chedorlaomer e dei re che erano con lui, il re di Sòdoma gli uscì incontro nella Valle di Save, cioè la Valle del re. Intanto Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole:
“Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici”.
(vedi NOTA 2)

Abramo e Melchisedek, Peter Paul Rubens
Immagine tratta dal sito: http://en.wikipedia.org/wiki/Main_Page

Jung nel suo saggio evidenzia come questa offerta sacrificale di cibo (vedi NOTA 3) sia connessa con due antichi termini:
-thysia
e
-deipnon.

Thysia deriva da “thyein”:
”immolare, macellare ma anche divampare, alzarsi crepitando, che si riferisce al divampante fuoco sacrificale che consuma i doni offerti agli dei. L’oblazione era in origine un’offerta in cibo agli dei, alla cui celeste dimora esso era portato dal fumo della vittima arsa. In seguito il fumo dell’oblazione significò la spiritualità dell’alimento, poiché lo spirito (pneuma) fu concepito fino all’epoca cristiana, anzi fino al Medioevo, come materia sottile (vaporosa).” (Jung, op. citata)
A proposito del “fumo” che simboleggia la parte “sottile/spirituale” della vittima sacrificata, mi piace riportare a riguardo il mito analizzato da J.P.Vernant in “La cucina del sacrificio in terra greca”.
L’antichista francese analizza un passo della Teogonia di Esiodo (vv. 535-616) dov’è evocato il primo sacrificio di sangue compiuto a Mecone dal titano Prometeo.
Si narra che, giunti alla fine dell’età dell’oro in cui ancora non c’era separazione tra dei e uomini e che entrambi fino ad allora avevano mangiato lo stesso cibo, si giunge al momento cruciale di dover spartire ciò che da ora in poi sarà cibo degli dei e ciò che invece sarà destinato agli uomini.
Prometeo, titano ardimentoso che già si è schierato dalla parte degli uomini, ancora una volta si contrappone agli dei, a Zeus in modo specifico; egli porta davanti a dei e uomini, riuniti insieme per l’ultima volta, un bue squartato, e ogni pezzo del bue è diviso in due parti uguali: una parte sono ossa e una parte è carne.
Prometeo ha cercato di camuffare l’aspetto delle due parti, per trarre in inganno Zeus:
le ossa nude dell’animale hanno un aspetto invitante (benché no abbiano alcun nutrimento), viceversa la carne, con le parti migliori da mangiare, ha un aspetto disgustoso.
Zeus, apparentemente cadendo nel tranello del titano, sceglie la parte con le ossa.
E con questa scelta si compie il destino degli uomini:
“Zeus sottolinea la definitiva separazione tra il mondo degli dei, cui non necessita affatto l’atto di mangiare carne (alla loro natura immortale bastano infatti il fumo delle ossa o aromi e profumi immateriali), e quello degli uomini: a questi ultimi è infatti connaturata l’esigenza continua di saziarsi con le carni di un animale morto e tale necessità, da soddisfare con quotidiana e logorante fatica, implica una vita che non può concludersi se non con il progressivo invecchiamento e l’inevitabile morte.“

Quanto al termine “deipnon”, con essa nell’antichità si intendeva:
”il pasto dei partecipanti al sacrificio al quale il dio è ritenuto presente; è un pasto “benedetto”, nel quale si mangia quel che è “consacrato”, cioè un “sacrificium” (da “sacrificare”, fare sacro, consacrare.” (Jung, op.cit..)

Tornando nello specifico, le azioni della celebrazione eucaristica prese in esame nel saggio di Jung sono:
-Offertorio
-Oblatio
-Consecratio
-Communio
-Preghiere dopo la Comunione
Jung utilizza il latino per le formule rituali poiché ritiene che a causa del loro carattere sacro non vadano tradotte in lingua profana. Condivido tale scelta e l’adotto là dove sarà possibile.

– Offertorio e Oblatio
Il rito della “transubstantiatio” ha inizio con l’Offertorio, antifona pronunciata durante l’offerta dei doni sacrificali .
Nell’ “Oblatio panis” troviamo la prima azione rituale relativa alla trasformazione del cibo terreno in “cibo divino”.
Il sacerdote difatti fa un segno della croce sull’ostia, con il senso di mettere :”in rapporto il pane in rapporto con Cristo e la sua morte sulla croce, contrassegnandolo come “sacrificium” e dandogli il carattere di cosa consacrata.“ (Jung op. cit.)
L’atto di sollevare in alto l’ostia simboleggia una spiritualizzazione preparatoria, l’elevazione verso il Regno dei Cieli.

Segue la preparazione del calice, in cui il sacerdote unisce al vino un poco di acqua, laddove il vino rappresenta Cristo e l’acqua l’umana materialità.
La mescolanza delle due bevande allude all’indivisibilità di Dio dall’umanità, all’unione della natura umana con la natura divina di Cristo.
Nelle “Lettere” di S. Cipriano (vescovo di Cartagine, morto nel 258) si legge:
Sappiatelo, fratelli: nell’offerta del calice abbiamo imparato a rispettare la tradizione proveniente dal Signore. Perciò dobbiamo fare quello che il Salvatore ha fatto per primo, non qualcosa d’altro. Perché il calice sia offerto in sua memoria, deve contenere vino misto ad acqua. Infatti Cristo ha detto: io sono la vera vite (Gv 15, 1). Quindi il sangue del Signore non è dato certamente dall’acqua, ma dal vino. Non possiamo reputare che nel calice ci sia il suo sangue da cui siamo redenti e che ci dà la Vita, quando manchi il vino che rappresenta appunto il sangue di Cristo, annunciato e figurato dalle Scritture.
…..
Nei proverbi di Salomone lo Spirito Santo mostra pure una figura del sacrificio del Signore facendo allusione alla vittima immolata, al pane, al vino ed anche all’altare. La Sapienza, si legge, ha innalzato una casa su sette colonne, ha sacrificato le sue vittime, ha mescolato nella coppa il vino e l’acqua e ha preparato la sua mensa. Poi ha mandato i suoi servi ad invitare ad attingere dal suo cratere gridando questo annuncio: Chi è inesperto accorra qui. E a coloro che erano privi di sapienza diceva: Venite a mangiare del mio pane e a bere il vino che io ho mescolato per voi (cf. Pro 9, 1-5 LXX). Il testo dei Proverbi parla di vino misto ad acqua. Si tratta di un annuncio profetico del calice del Signore che contiene vino mescolato ad acqua. La passione del Signore avrebbe realizzato quella predizione.

E la Scrittura aggiunge: Egli lava nel vino la veste e nel sangue dell’uva il manto (Gn 49, 11). Se parla di sangue di uva, che altro vuol significare se non che il vino rappresenta il sangue del calice del Signore? Anche in Isaia lo Spirito Santo offre le stesse testimonianze della passione del Signore: Perché rossa è la tua veste e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel tino? (Is 63, 2). L’acqua può forse far diventare rossi i vestiti? Nel torchio si pigia forse l’acqua con i piedi? O dal medesimo si ha forse l’acqua? Certamente si parla di vino, perché si capisca che attraverso il vino si intende il sangue del Signore e perché fosse annunciato dai profeti ciò che in seguito doveva essere realizzato attraverso il calice del Signore. Si parla anche di torchio, cioè di pigiare e premere. Come non si può arrivare a bere il vino senza prima aver pigiato e spremuto i grappoli, così noi non potremmo bere il sangue di Cristo, se prima egli non fosse stato calpestato e premuto e non avesse bevuto lui per primo il calice, con il quale aveva offerto da bere ai credenti.
(testo tratto dall’url : http://liturgiadomenicale.blogspot.com/search/label/S.%20Cipriano)

Mi pare di grande interesse anche l’omelia del pontefice Giovanni Paolo II (Managua, Nicaragua – Mercoledì, 7 febbraio 1996 – all’url http://www.vatican.va/holy_ father/john_paul_ii/homilies/1996/documents/hf_jp-ii_hom_19960207_managua_it.html), in cui chiaramente si fa riferimento
-alle nozze di Cana quale primo episodio, nella vita di Gesù, miracoloso e di trasformazione di una bevanda;
-al vino e all’acqua come simboli rispettivamente della natura divina e della condizione umana;
-a come questa “trasmutazione” rappresenti per l’uomo l’elevazione ad una filiazione divina:
“Torniamo nuovamente a Cana di Galilea. Laggiù Cristo trasformò l’acqua in vino e, con questa mirabile trasformazione, sorprese in un certo senso i responsabili del banchetto nuziale e gli sposi stessi, come afferma san Giovanni: “Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui” (Gv 2, 11). Questo miracolo possiede anche un altro significato, al quale si riferisce la liturgia eucaristica nell’offertorio. Infatti il sacerdote, nel preparare i doni che verranno offerti, versa il vino nel calice e poi aggiunge alcune gocce d’acqua dicendo: “L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra condizione umana”.
Quindi, l’azione liturgica di mescolare il vino con l’acqua è simbolo dell’unione in Cristo della natura divina con quella umana. Questa azione, che si realizza nell’offertorio della Messa, è preparazione al sacrificio eucaristico che, mediante il ministero sacerdotale, verrà offerto da Cristo, Dio-Uomo, per consentirci, per mezzo della comunione eucaristica, di partecipare alla vita divina.
Il primo miracolo a Cana di Galilea ci orienta in un certo modo verso questo “meraviglioso scambio” – admirabile commercium – verso questa elevazione dell’uomo alla dignità della filiazione divina, grazie al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Colui che si immolò per noi nel sacrificio della croce era vero Dio e vero uomo. E la Chiesa ha ricevuto da Cristo l’Eucaristia come sacrificio del Figlio di Dio, in cui si verifica costantemente, in un certo modo, il medesimo miracolo della trasformazione dell’acqua in vino operata da Cristo a Cana. Ricevendo Cristo nell’Eucaristia noi diventiamo participi della vita di Dio. La Chiesa realizza in tutto il mondo il santo Sacrificio della Messa. Che la Chiesa nel vostro Paese, ripetendo tale gesto ogni giorno, rimanga sempre fedele a questo mistero della nostra fede! Che tutti voi, come membri della comunità ecclesiale, prendiate parte in questo “meraviglioso scambio” e possiate così arrivare a partecipare alla vita divina, che supera i limiti della nostra esistenza terrena ed è per tutti noi pegno di immortalità! Così sia.”

Veronese, Le nozze di Cana.

Anche il calice, come il pane, viene alzato verso l’alto, con lo scopo di “spiritualizzare” la bevanda, recitando l’invocazione allo Spirito Santo “veni, sanctificator” ( adesso soppressa), che aveva il senso di evocarLo affinché scendesse sulle oblate, “come già discese nel grembo della Vergine a compiervi il miracolo della Divina Presenza.”

Vengono poi l’incensazione delle offerte e l’epiclesi.
Nell’incensazione il sacerdote segna tre volte con il turibolo un segno di croce sulle offerte sacrificale e traccia per tre volte un circolo, due volte da destra verso sinistra ( senso antiorario) e una volta da sinistra a destra.
Quest’azione, che rappresenta un’offerta di fumo, è ciò che resta dell’antica “thysia”, ma sta anche a significare una trasformazione/spiritualizzazione degli elementi fisici offerti come doni sacrificali.
Aggiunge Jung:
“Si richiama anche ad un rito apotropaico teso ad allontanare le potenze demoniache…
Il fumo indica il corpo sublimato, il “corpus volatile sive spirituale”, il “corpo sottile” a sembianza di fumo…
Anche la comunità e il sacerdote vengono purificati grazie alle preghiere: “accendat in nobis Dominus ignem sui amoris” e “lavabo inter innocentes”.

Nell’epiclesi si invoca l’intervento divino, affinché lo Spirito Santo scenda ad operare la trasformazione delle sostanze.
Scrive il teologo cattolico M.J.Scheeben (“I misteri del Cristianesimo”, citato in “L’eucaristia memoria del mistero pasquale” di Mons. Rino Fisichella, all’url http://liturgiadomenicale.blogspot.com/2008/03/mons-rino-fisichella-leucaristia.html):
“Il mutamento del pane nel Corpo di Cristo per opera dello Spirito Santo è un rinnovarsi dell’atto meraviglioso con cui Egli formò originariamente il suo corpo dal seno della Vergine per virtù dello stesso Spirito Santo e lo assunse nella sua persona: e come, per tale atto, entrò per la prima volta nel mondo, così in quel mutamento moltiplica la sua presenza sostanziale attraverso gli spazi e i tempi”

-consecratio
E’ il momento più importante della messa romana, in cui si compie la “transustanziazione” o “trasformazione” delle sostanze da pane e vino in corpo e sangue di Cristo.
La formula è la seguente:
consacrazione del pane
Qui pridie quam pateretur,
accipit panem,
eumque parum elevatum super altare tenens,
prosequitur:
accepit panem in sanctas ac venerabiles manus suas,
elevat oculos,
et elevatis oculis in caelum
ad te Deum, Patrem omnipotentem,
tibi gratias agens, benedixit,
fregit,
deditque discipulis suis, dicens:
parum se inclinat
Accipite et manducate ex hoc omnes:
hoc est enim corpus meum,
quod pro vobis tradetur.

consacrazione del calice
Simili modo postquam coenatum est,
accipit calicem,
eumque parum elevatum super altare tenens, prosequitur:
accipiens et hunc praeclarum calicem
in sanctas ac venerabiles manus suas:
tibi gratias agens, benedixit,
deditque discipulis suis, dicens:
parum se inclinat
Accipite et bibite ex eo omnes:
hic est enim calix sanguinis mei
novi et aeterni testamenti,
qui pro vobis et pro multis effundetur
in remissionem peccatorum.
Hoc facite in meam commemorationem.

Cristo benedice il pane e il vino; part. del dipinto “l’Ultima Cena” di Dieric Bouts, 1464-68.

L’uso della prima persona ci conferma che è Cristo stesso che profferisce quelle parole tramite il sacerdote, e, commenta Jung:
“di conseguenza significa che Egli è vivo e presente nel Corpus Mysticum del sacrificio del sacerdote, della comunità, del pane, del vino e dell’incenso, che formano una “mistica unità”.
Jung commenta che
-l’agente della trasformazione è esclusivamente il volere divino in Cristo;
-sono le “parole divine” a compiere il “sacrificio”.
Cita inoltre il gesuita Leonard Lessius(1554-1623), il quale, per il potere che hanno di compiere il sacrificio, paragona le parole divine al coltello o alla spada sacrificale che compiono la “thysia”.
Mi preme evidenziare l’attribuzione di “potere” trasformante dato alla Parola e la similitudine tra spada-parola. Entrambi gli aspetti si ritrovano citati in molti testi religiosi.
Riguardo al Potere della Parola divina, vorrei proporre quanto commentato da S.Tommaso D’Aquino (Somma Teologica; l’Eucarestia, questione 78, all’url: http://www.santorosario.net/eucarestia.htm):
“Art.1 … Al contrario la forma di questo sacramento viene proferita in persona di Cristo stesso che parla (direttamente): in modo da far intendere che il ministro nella celebrazione di questo sacramento non fa nient’altro che proferire le parole di Cristo…
Art. 4… I miracoli nessuna creatura li può fare come agente principale; tuttavia li può fare strumentalmente, come il contatto stesso della mano di Cristo guarì il lebbroso. È appunto in tal modo che le sue parole convertono il pane nel suo corpo. …. Le suddette parole, con le quali si compie la consacrazione, operano sacramentalmente. Perciò la virtù trasformante contenuta nelle forme di questo sacramento segue il loro significato, che diventa completo con la pronunzia dell’ultima parola. Quindi nell’ultimo istante del proferimento delle parole, queste ricevono la virtù strumentale, in relazione però a tutte le precedenti. Tale virtù è semplice rispetto a ciò che significano: sebbene nelle parole proferite esternamente ci sia una certa composizione…
Art.5… scrive infatti S. Agostino: “Si unisce la parola all’elemento e si ha il sacramento”. … perché le stesse ragioni valgono per la prima volta che Cristo proferì quelle parole: che certo allora non furono proferite materialmente, ma per attuarne il significato. Perciò è da ritenersi che anche quando vengono dette dal sacerdote, hanno un valore significativo e non soltanto materiale. E non importa che il sacerdote le riferisca come dette da Cristo. Perché per l’infinita virtù di Cristo, come dal contatto della sua carne la virtù di rigenerare raggiunse non solo le acque che lo lambirono, ma tutte le altre dovunque e per tutti i secoli futuri, così per il proferimento di queste parole da parte di Cristo esse ricevettero la virtù di consacrare, qualunque sia il sacerdote che le pronunzia, allo stesso modo che se a pronunziarle fosse presente Cristo medesimo…

Circa la questione che nel sacramento eucaristico si compia una vera e propria immolazione, in memoria del sacrificio di Cristo sulla croce, Andrea Cuesta, vescovo di Lione (morto nel 1560), scrive:
“Missa essem sacrifium, hac ratione, quia Christus aliquo modo moriture et a sacerdote mactatur. Nam sacerdos ex vi sacramenti separat corpus sanguine, licet per concomitantiam utrumque simul sit cum anima et divinitate. Ec hac ratione dicitur sacrificium missae repraesentare mortem Christi, et veram veri sacrificii rationem habere.” (CT VIII 777)
Nelle parole di Cuesta si dice proprio che Cristo viene “macellato” dal sacerdote, similmente (aggiungo io) all’agnello condotto al macello, alla vittima immolata-squartata con la spada-il coltello negli antichi sacrifici.
(Più avanti si vedrà come una tale metafora viene utilizzata in Alchimia, nel testo di Zosimo di Panopoli “Sulla virtù”)

L’adorazione dell’Agnello mistico, part., Jan van Eyck (1422-1441 circa).

Vorrei adesso approfondire la relazione tra “parola” e “spada”.
Scrive San Paolo nella “ Lettera agli Ebrei”, 4:
“Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’ anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto.”
Cesare Marcheselli Casale, nella “Lettera agli ebrei” (Paoline Editoriale), a proposito della Parola di Dio, riporta la qualità di “tagliente e penetrante”, intesa come l’azione efficace e profonda della parola divina.
Secondo il testo di M. Casale, la profondità è determinata da tre elementi:
-la parola-insegnamento di Dio è il punto di sutura tra “anima e spirito”;
-è punto di sutura tra “giunture e midolla” (in una nota, in cui l’autore cita M. Zerwick e M. Grosvenor, si legge che mentre anima e spirito sono parti appartenenti all’uomo, “con giunture e midolla si allude al momento sacrificale degli animali: squartati fino alle midolla e alle giunture, essi venivano scrutinati, quasi un ultimo esame che ne appurasse l’appropriatezza per il sacrificio.”);
-raggiunge i “sentimenti ed i pensieri del cuore”.
M. Casale, sull’aggettivo “tagliente”/affilata (“tomoteros”, Eb. 4, 12) inteso come “spada a doppio taglio” , indica numerosi riferimenti biblici:
-“Ha reso la mia bocca come spada affilata, freccia appuntita” (Is. 49, 2)
-“prendete anche…la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio” (Ef, 6, 17)
-“C’era uno simile a Figlio di uomo (Ap, 1, 13), dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio” (Ap, 1, 16).
Il nostro autore chiarisce che per “bocca” si intende “parola” e che la “spada” è “parola di vita”(quando riferita a Cristo) e, quando riferita a Dio, “esprime la forza del giudizio” divino.

Parigi, Sainte-Chapelle: rosone della cappella alta, in cui è raffigurato Cristo come viene descritto nella visione dell’Apocalisse di Giovanni (1, 12-17):
“E mi voltai per vedere la voce che parlava con me, ed essendomi voltato, vidi sette candelabri d’oro, e in mezzo ai candelabri qualcuno simile a un figlio dell’uomo, vestito di una veste che giungeva fino ai piedi e cinto al petto di una cintura d’oro. Inoltre, la sua testa e i suoi capelli erano bianchi come lana bianca, come neve, e i suoi occhi come fiamma di fuoco; e i suoi piedi erano simili a rame fino quando splende in una fornace; e la sua voce era come il suono di molte acque. E aveva nella mano destra sette stelle, e dalla sua bocca usciva una lunga spada affilata a due tagli, e il suo viso era come il sole quando splende nella sua potenza.”
Immagine tratta dall’url: http://www.paris-photo.net/paris_sainte_chapelle.php#

Vale la pena soffermarsi sull’attributo “a doppio taglio”, perché esso esprime due polarità opposte congiunte nel medesimo termine/oggetto, ovvero una tendenza “creatrice” ed una “distruttrice”della Parola rappresentate entrambe nella “spada”.
Scrive Guenon (Simboli della Scienza Sacra, cap.26 e 27) che :
“Al pari di altre armi simboliche (ascia bipenne, vajra, bastone), la spada però è anche un simbolo “polare”, inteso come l’espressione della dualità delle correnti inverse della forza cosmica (rappresentate in altri contesti dai serpenti del caduceo).”
Guenon cita due passi dell’Apocalisse come esempio della manifestazione duale, ovvero del duplice potere (creatore-distruttore), della parola di Cristo.
Apocalisse
1. (16) Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza.
19. (15) Dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente.

L’Essere che viene descritto è Gesù, il Verbo stesso; il doppio taglio della spada (come le due punte del “vajra”) simboleggia una:
“forza unica nella sua essenza, che si manifesta sotto due aspetti apparentemente contrari, ma in realtà complementari; e questi due aspetti sono così raffigurati dai due tagli della spada”.
In effetti, conclude il nostro autore, la spada rappresenta l’arma utilizzata per ristabilire l’armonia, o conciliazione degli opposti.
Non solo, la spada raffigura lo strumento per raggiungere l’armonia ma anche il “luogo stesso” dell’equilibrio: posta verticalmente secondo l’asse di una bilancia, essa rappresenta il luogo dell’equilibrio perfetto, l’”Invariabile Mezzo” della tradizione orientale.

Mi pare che (ovviamente con i dovuti distinguo) il significato delle parole di Giovanni Paolo IIsulla Parola di Dio (omelia pronunciata durante la visita alla parrocchia dei santi Vitale e compagni martiri, 8 marzo 1992, all’url
http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1992/documents/hf_jp-ii_hom_19920308_par-s-vitale_it.html) possano essere interpretate anche in quest’ottica duale:
“4. Gesù respinge queste tentazioni con la forza che viene dalla Parola di Dio: “Sta scritto . . .”! Con questa arma il Signore combatte la sua vittoriosa battaglia nel deserto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4). Sia anche per noi la Parola di Dio la spada del buon combattimento spirituale contro le suggestioni del maligno, che non cessa di insidiarci, inducendoci al peccato. Sia essa l’anima della nostra ascesi cristiana, la “spada affilata a doppio taglio”, secondo l’espressione dell’Apocalisse (Ap 1, 16), che fa cadere le cose inutili, recide le radici dell’uomo vecchio e purifica il cuore. Occorre che in questo tempo di Quaresima abbiamo a sentire la fame e la sete della Parola divina, che sappiamo scoprirla e accoglierla e meditarla, perché davvero sia, come dice San Paolo nell’odierna lettura, “accanto a te, sulla tua bocca e nel tuo cuore” (Rm 10, 8). Ascoltiamo pure, a questo proposito, l’autorevole voce del Vescovo Ambrogio: “La parola di Dio è la sostanza vitale della nostra anima; essa la alimenta, la pasce e la governa e non c’è altra cosa, all’infuori della Parola di Dio, che possa far vivere l’anima dell’uomo” (Exp. Ps., 118, 11, 29). Questa pressante esortazione fa certamente eco a quella ancor più stimolante di Paolo: “Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo . . . Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso” (Rm 8, 12). È attraverso l’adesione incondizionata a questa Parola della Scrittura che passa la via del rinnovamento quaresimale e della perfezione cristiana. Superando ogni tentazione di Satana con la forza del suo attaccamento alla Parola di Dio, Cristo ci mostra che la liberazione è anzitutto interiore e che dobbiamo superare l’egoismo, la ricerca ansiosa dei beni materiali, la sete di potere, l’illusione del successo immediato, se vogliamo veramente possedere noi stessi e raggiungere la piena libertà dello spirito.”

La Parola di Dio è “creatrice”, poiché nutre-disseta-è sostanza vitale, ed è “distruttrice”, in quanto combatte il maligno-recide le cose inutili- purifica (si pensi al fuoco-al bruciare ed alla sua azione purificatrice).

A ciò vorrei accostare alcuni passi tratti da diversi testi di Alchimia e sull’ Alchimia, perché, a mio modo di vedere, le similitudini sono tali da doverle ritenere qualcosa di più che semplici interpretazioni .
Sono certa che negli scritti dell’Ars Regia gli autori volessero indicare, tramite simboli e metafore,materie su cui operare concretamente, operazioni da effettuare, proporzioni e risultati visibili, ma mi chiedo perché mai essi si siano orientati verso un certo tipo di simbologia, ermetica e cristiana, ispirata a processi di trasformazione interiore/spirituale.
La mia convinzione è che l’Alchimia, al pari di altre Tradizioni presenti in ogni cultura, descriva, in modo occultato e misterioso, un percorso archetipico di Trasformazione- Liberazione dell’Uomo e per questa ragione essa si esprime attraverso simboli riscontrabili in altre Vie.
Ma, sottolineo, è una mia opinione e, come tale, soggettiva e senza la pretesa di rappresentare alcuna Verità assoluta.
Dunque, la “spada” in Alchimia rappresenta una precisa “operazione” sulla materia.
Mino Gabriele (Alchimia e iconologia), a commento della tavola XXV dell’Aurora Consurgens, scrive:
“….le teste decapitate…raffigurano le parti più nobili e più volatili…separatesi dalla parte grossolana del metallo rimasta in fondo al vaso….la morte della sostanza metallica è per Senior come nell’Aurora l’evento essenziale per ogni trasformazione successiva, secondo il motivo dell’uccisione o smembramento del suo corpo. Si tratta, verosimilmente, di un’antica metafora dei processi chimici riguardanti la reazione tra i metalli e un reagente sotto l’azione del fuoco, con la conseguente corrosione e alterazione dei metalli, i passaggi di stato e la conclusiva ricostituzione di una sostanza più nobile… Nell’Aurora…si ricorda che il primo compito del saggio alchimista è quello di “uccidere” la materia, cioè di “comburere”, di calcinarla, se si vuole renderla “immortale”. Il tema dell’uccisione-smembramento attraverso la spada o un altro strumento risale all’antica letteratura alchemica greco-egizia, dove ricorre specialmente in Zosimo…..Gli agenti di questo processo “distruttivo” e nel contempo “purificativo” sono il “fuoco” (o variazione di temperatura), simboleggiato dalla spada o lancia, e il mostro azzurro che “decapita” la materia metallica. Con esso si personifica il mercurio filosofico o argento vivo…”
E ancora, a commento della tavola XXVI, aggiunge:
“All’interno della mandorla della Virgo alchemica è raffigurato un oggetto simboleggiante il lapis:una spada sguainata lungo il cui asse verticale sembrano attorcigliarsi due nastri o cinghie… La ragione iconologia che pone che pone il lapis come una spada sguainata nel ventre della virgo alchemica consiste nella valenza metaforica che essa assolve nel linguaggio della Turba e nella Allegoriae Sapientium et Distinctiones XXIX super librum Turbae, dove si afferma che la materia metallica, per ottenere ciò che l’alchimista cerca, deve essere sbiancata o purificata col fuoco finché divenga una “gladium denudatum”, una spada denudata, dunque sfoderata. Il gladio nudo, probabilmente per la lucida purezza della lama d’acciaio, viene preso a paragone dell’alto nitore raggiunto dal lapis nell’ultimo grado della dealbatio.“

Nel testo di Zosimo di Panopoli (III-IV sec. d. C., primo grande scrittore di Alchimia in lingua greca) evocato da M. Gabriele, si legge (tratto da “Zosimo di Panopoli – Visioni e risvegli” a cura di Angelo Tonelli, Bur Edizioni):
Sulla Virtù” (Prima trattazione, 2)
Così dicendo mi addormentai. E in alto vidi un sacrificante ergersi davanti a un altare a forma di coppa dai bordi bassi.
Quindici gradini portavano all’altare e lì stava il sacerdote. E udii una voce che veniva dall’alto e mi diceva:”Ho compiuto la discesa per quindici gradini delle tenebre, e la risalita per i gradini della luce. Ed è proprio il sacrificante che mi rinnova, allontanando la natura greve del corpo. Consacrato per necessità, raggiungo la compiutezza dello spirito”.
E udita la voce di colui che stava sull’altare, gli feci delle domande volendo sapere chi fosse.
Ed egli con voce flebile rispose:”Io sono Ione, sacerdote dell’intimo santuario, e subisco una violenza intollerabile.
Qualcuno accorse sul far del giorno, velocemente mi afferrò e mi squarciò con una spada, smembrandomi senza alterare la disposizione delle membra. (vedi NOTA 4) E scorticò completamente la mia testa con la spada che brandiva, mescolò le ossa con le carni e le arse di sua mano col fuoco, finché non mi resi conto di aver mutato la natura del mio corpo e di essere diventato spirito.”

In Zosimo la spada è strumento di smembramento-separazione e precede l’azione del “fuoco”, fuoco che è:”…agente dell’incenerimento totale di ogni coesione individuante, ma anche il simbolo di una forza rigeneratrice che può essere attinta nel cuore stesso della morte-rigenerazione, così come la fiamma del crogiolo devasta la forma inerte dei metalli ma insieme li anima di impreviste iridescenze vive”. (dall’introduzione di A. Tonelli, op.cit.)

Aurora Consurgens (trattato risalente tra la metà del XIII sec. e la metà del XV), tavola XXV.
Immagine tratta dal sito: http://hdelboy.club.fr/

A Zosimo accosto il commento di Fulcanelli (ne “Le dimore filosofali”, vol.II, cap.”il meraviglioso grimoire del castello di Dampierre”) al cassettone 5, sesta serie, che raffigura “una mano celeste, il cui braccio è rivestito dall’armatura di ferro, che brandisce la spada e la spatola” e in cui si legge la scritta
.PERCVIAM. ET. SANABO.

Castello di Dampierre, sesta serie, cassettone n.5: “.PERCVIAM. ET. SANABO.” immagine tratta dal sito http://hermetism.free.fr

Spiega Fulcanelli:
“Ferirò e guarirò
Gesù ha detto la stessa cosa:”Io ucciderò e resusciterò.”
Pensiero esoterico, questo, d’importanza capitale nella esecuzione del Magistero.”E’ la prima chiave – asserisce Limojon de Saint Didier -…questa chiave sa estrarre lo sperma dal corpo e forma la pietra dei filosofi mediante la congiunzione del maschio con la femmina, dello spirito col corpo dello zolfo col mercurio…” La spada che ferisce, la spatola incaricata d’applicare il balsamo guaritore, non sono, in verità, che un solo e unico agente dotato del duplice potere di uccidere e di risuscitare, di mortificare e di rigenerare, di distruggere e di ricomporre. Spatola in greco si dice spáthe (nota: in latino, “spatha”); ora questa parola significa anche gladio, spada, e trae la sua origine da spáo, strappare, svellere, estrarre. In questo caso abbiamo fornito proprio l’esatta indicazione del significato ermetico rappresentato dalla spatola o dalla spada.”

La spada nella Roccia infissa nel 1180 da San Galgano sull’Eremo di Montesiepi (Siena)
immagine tratta dal sito http://www.sangalgano.info/spada_it.html
L’abbazia di San Galgano (Siena)
immagine tratta dal sito http://www.sangalgano.info/spada_it.html

Nel cassettone 8, sesta serie, del castello di Dampierre, troviamo nuovamente il tema della spada che percuote:
“…un giovane gladiatore si accanisce nel tagliuzzare, a gran colpi di spada, un alveare pieno di favi di miele e dal quale ha levato il coperchio…
Si legge la scritta
.MELITVS.GLADIVS.
Il gladio melato”

Castello di Dampierre, sesta serie, cassettone n.8: “.MELITVS.GLADIVS.” immagine tratta dal sito http://hermetism.free.fr

Fulcanelli lo commenta in tal modo:
“…qui si ha la traduzione simbolica del nostro primo lavoro, variante originale del notssimo tema tanto usato nell’ermetismo: la percussione della roccia. Sappiamo che dopo l’Esodo dall’Egitto, i figli di Israele dovettero accamparsi a Refidim (Esodo, XVII, 1; Il libro dei Numeri, XXXIII, 14), “dove non c’era acqua per la popolazione”.
Su consiglio dell’Eterno (Esodo, XVII, 6), Mosè percosse per tre volte con la sua verga la roccia Horeb e dalla pietra arida scaturì una sorgente d’acqua viva.
….
Nel nostro bassorilievo, il gladiatore occupa il ruolo dell’alchimista, raffigurato in alcune occasioni con l’aspetto di Ercole – l’eroe delle dodici fatiche simboliche – ed in altre, nei panni del cavaliere armato dalla testa ai piedi…
La parola greca “mononachos”, che significa gladiatore, è composta da “monos”, solo, e da “nachonai”, combattere.
Qualto all'”alveare”, esso deve il privilegio di rappresentare la pietra a quell’artifizio cabalistico che fa derivare “ruche” da “roche” (letteralmente: alveare, ruche, da roccia, roche) per semplice permutazione delle vocali.
Il soggetto filosofico, la nostra prima “pietra” – in greco “petra” – traspare chiaramente dall’immagine dell’alveare o della roccia, perché “petra” significa anche “roccia”, “rupe”, vocaboli utilizzati dai saggi per indicare il soggetto ermetico.
Il nostro spadaccino…colpendo l’alveare e tagliandone…i favi, lo riduce ad una massa informe, eterogenea, fatta di cera, di propoli e di miele, magma incoerente, vero e proprio “méli-mélo”(guazzabuglio), per usare il linguaggio degli dei, dal quale il miele cola al punto da rivestire la spada, sostituito dal bastone di Mosé.
Si tratta, qui, del secondo “caos”, risultato del combattimento primitivo, e che noi chiamiamo “méli-mélo” cabalisticamente, perché esso contiene il miele (dal greco “méli”, – acqua vischiosa e glutinosa dei metalli, – sempre pronto a colare (dal greco “méllo”).”

Intendo proporre a questo punto alcune associazioni tra i diversi spunti presentati, per tentare di collegare con un filo conduttore i termini “parola-Parola di Dio-spada-fuoco-trasformazione”:
1.la spada, oltre a rappresentare alcune proprietà del fuoco, è anche (ci dicono Durand e Guenon) un simbolo solare-ascensionale (e pertanto legato alla luce e alla purezza non contaminata dall’istintualità animale):
è il raggio di sole di natura divina, trans-umana; come “raggio di Sole” è Luce-Logos che feconda l’oscura Natura per dare origine alla conoscenza sapienziale (e la ricerca dell’Alchimista non è forse finalizzata alla conoscenza del Segreto dei Segreti, di quell’Arcana Sapienza depositaria del mistero della Natura?);
2. ricordavo in alcuni passaggi sopra l’aspetto tagliente-distruttore della spada-parola, che compie un “sacrificio”: e in effetti la “parola”, nella sua azione di distinzione-chiarificazione-organizzazione della realtà, non compie una “separazione” illuminando di volta in volta un aspetto del mondo manifesto?
E da quest’azione l’uomo non ne esce forse “trasformato”, nel senso dell’acquisizione di una coscienza sempre più sottile-elevata?
Detto ciò, per le ulteriori considerazioni mi riallaccio all’ultimo commento dell’ottimo Fulcanelli ed in modo specifico ai punti in cui
-si percuote la roccia per farne scaturire l’acqua di vita e
– da questa operazione si ottiene un’acqua vischiosa che il nostro Alchimista chiama “miele”.
Fulcanelli fa correttamente notare che la metafora utilizzata per simbolizzare il primo lavoro dell’opus è un tema noto nei testi biblici, infatti cita l’episodio tratto dal libro dell’Esodo.
Ma nell’Antico Testamento vi sono altri passi che rimandano a Dio come roccia, alla roccia percossa dal martello, alla roccia da cui scaturisce miele:
– libro di Geremia cap.23. (vedi NOTA 5)
“La Parola di Dio è fuoco che, come un martello, spacca la roccia.
– nel Deuteronomio, 32. (vedi NOTA 6)
Egli è la Roccia; perfetta è l`opera sua…
Il Signore… gli fece succhiare miele dalla rupe

E in modo specifco al miele metafora della parola di Dio:
-libro dei Salmi, Salmo 119. (vedi NOTA 7)
… Il tuo precetto mi fa più saggio dei miei nemici,
….. Quanto sono dolci al mio palato le tue parole:
più del miele per la mia bocca.
Dai tuoi decreti ricevo intelligenza.
– libro di Ezechiele cap.2 e cap.3.
Tu riferirai loro le mie parole, ascoltino o no, perché sono una genìa di ribelli. E tu, figlio dell`uomo, ascolta ciò che ti dico e non esser ribelle come questa genìa di ribelli; apri la bocca e mangia ciò che io ti do”. Io guardai ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo.
Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: “Figlio dell`uomo, nutrisci il ventre e riempi le viscere con questo rotolo che ti porgo”. Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele.

Mi sembra che sia possibile quindi dedurne che:
– la Roccia ha natura divina
– la parola di Dio è fuoco-martello che spacca la roccia
(tendenza distruttrice della “parola”)
– la parola di Dio è anche miele, cibo che nutre e che dà saggezza (tendenza “creatrice” della parola).
Circa il “miele”, ancora una volta appare significativo il collegamento che Fulcanelli propone tra -la roccia e l’alveare e tra -il miele e gli “dèi”.
G.S.Gasparro, nel suo testo “Misteri e culti mistici di Demetra”, fornisce una ricca documentazione che conferma l’indubbio legame tra Demetra, le api ed il miele.
La studiosa cita un frammento di Apollodoro di Atene ritrovato in un Papiro di Ossirinco (POx XV, datato nel 200 d.C. circa, Fragmenta Historicorum Graecorum 244 F 89) in cui il termine “melissai”, api, indica le sacerdotesse di Demetra:

4.11-13.12 Apollodoro di Atene, Fragmenta Historicorum Graecorum 244 F 89 Api: le sacerdotesse di Demetra. Demetra stessa dice nel primo libro di Apollodoro:”Ella portò il cestino alle fanciulle, con il telai di Persefone e le “azioni”. Arrivata a Paros, ella fu accolta alla corte di re Melissos e consegnò alle sue sessanta figlie il dono del telaio di Persefone. Ella anche impartì loro per prime le sue sofferenze su Persefone e i suoi Misteri. Da quel momento le donne che celebrarono le Tesmoforie furono chiamate “api”.
mia libera traduzione dal sito: http://www.msu.edu/~tyrrell/

Altra testimonianza riportata è uno scolio alla IV Ode Pitica di Pindaro, in cui lo scoliaste commenta che l’appellativo “melissa”, usato dal poeta quale titolo sacerdotale femminile anche in altra sua opera, è proprio di donne:
”che hanno rapporto con le cose divine e mistiche” (Schol. IV Pyth. 106).
E ancora, viene riferita (Mnasea di Patara, fr.5) la tradizione secondo la quale ad un personaggio di nome Melissa si attribuisce la scoperta del miele; costei lo mescolò all’acqua e se ne cibò, insegnando la procedura alle donne; il nome “api” deriva da quindi da lei. Nello stesso testo si evidenzia come le “ninfe” siano state le prime ad indicare agli uomini i frutti degli alberi come nutrimento, per cessare il cannibalismo, e le prime anche ad insegnare ad usare le vesti e a praticare le nozze. Lo scoliaste così scrive:
”senza le Ninfe non si venera il rito di Demetra” e “senza le Ninfe non si celebra il matrimonio”.

Mi sembra di ulteriore interesse un passo tratto dall’Antro delle Ninfe di Porfirio (all’url http://www.zen-it.com/symbol/porfirio.htm):
Del resto, coloro che parlano delle cose divine si sono serviti del miele per molti e diversi simboli, per il fatto che raccoglie in sé svariate potenze; ed è perciò che ha la capacità di purificare e conservare: infatti molte cose si mantengono incorrotte col miele e le vecchie ferite si purgano col miele.
È dolce al gusto, e raccolto nei fiori dalle api, le quali avviene nascano dai buoi.
Perciò dunque, a coloro che vengono iniziati ai misteri Leontici viene versato sulle mani miele in luogo dell’acqua per lavarsi, ordinando di mantenere le mani monde di ogni cosa dolorosa, dannosa, impura; e impongono cosi al miste, data la capacità purificatrice del fuoco, convenienti lavacri, avversando l’acqua come contraria al fuoco. Così pure purificano la lingua da ogni cosa falsa. …
Donde, essendo il miele preso e per la purificazione, e per la corruzione naturale, e per il piacere che conduce alla generazione, è attribuito quale simbolo conveniente alle Ninfe delle acque, data l’incorruttibilità delle acque cui sono preposte, la loro purezza, il concorso (che hanno) alla generazione.
L’acqua infatti concorre alla generazione; e la ragione per cui le api serbano il loro miele nei crateri e nelle anfore, sta nel fatto che i crateri costituiscono il simbolo delle sorgenti: come pure il cratere è stato posto accanto a Mitra in luogo della fonte; mentre le anfore di ciò con cui attingiamo dalle sorgenti. Sorgenti e fonti convengono allo stesso tempo alle Ninfe delle acque, e ancora più, alle Ninfeanime che gli antichi chiamavano con nome specifico api, quali operatrici di piacere. Onde Sofocle poté senza sconvenienza dire delle anime:
Lo sciame dei morti ronza e ascende.
Gli antichi erano soliti chiamare api anche le sacerdotesse di Demeter, preposte come dee terrene alle iniziazioni, e la stessa Kore, Mellita.
E ape chiamavano la Luna, quale protettrice della generazione, anche perché per altro aspetto la Luna è Toro, e l’esaltazione della Luna avviene (nel) Toro, e, in più, le api nascono dai buoi. E nate da buoi (chiamavano) le anime giunte nella generazione, e ladro di buoi il dio che ode nel secreto il divenire….

Perché ho spostato l’attenzione su Demetra ed il suo rapporto con le api ed il miele?
Perché anche Demetra, a parer mio è la Roccia;
si pensi al nome Demetra: Damater=Demeter=Madre Terra.
Se vi fosse qualche dubbio di una connessione tra la roccia-montagna-Grande Dea, esso può essere fugato leggendo la scheda su Cibele e scheda sui santuari frigi a Cibele in cui gli stessi ritrovamenti archeologici confermano che il culto alla Grande Madre si svolgeva essenzialmente in luoghi montani e rupestri, in cavità rocciose, nelle grotte.
Ne dà testimonianza anche un passo di Pausania (Descrizione della Grecia, libro X, par.XXXII), che colloca in Frigia la grotta “Steunos”, nota per un santuario dedicato alla “Mater”:
“[3] Sarebbe impossibile scoprire anche il numero di grotte le entrate fronteggiano la spiaggia o il mare profondo, ma quelle più famose in Grecia o nelle nazioni straniere, sono le seguenti.
Le grotte della Frigia sul fiume Pencala (Pencalas), e coloro che giunsero in questa terra originariamente dall’Azania (in Arcadia), mostrano ai visitatori una grotta chiamata Steunos, che è circolare, e meravigliosa nella sua altitudine.
Questa grotta è sacra alla Madre, e dentro vi è l’immagine della dea.”
(Mia libera traduzione dall’inglese, al sito: http://www.perseus.tufts.edu/)

Tutto ciò mi induce ad altre considerazioni:
-chiaro è il collegamento tra miele e parola divina, poiché:

il miele era cibo degli dei;

”coloro che parlano delle cose divine si sono serviti del miele”;

il miele assume in sé alcune caratteristiche simboliche del “fuoco”;

la parola di Dio è anche miele;
e
-produrre cibo, cibo che nutre-trasforma, è prerogativa femminile (si pensi al latte materno, quale primo alimento del bambino e in seguito alla preparazione del pane, i origine svolta solo dalle donne);
-le donne sono coloro che “iniziano” gli uomini alla civilizzazione, primariamente alimentare (siano esse ninfe che indicano l’uso dei frutti, o dee come Demetra che avviano all’agricoltura, ecc.);
-“melissai” erano chiamate le donne ”che hanno rapporto con le cose divine e mistiche”;
– nel testo di Porfirio il miele è collegato ad una “morte” a cui segue una “ri-generazione”.

A proposito del latte materno come primo alimento, mi sembra interessante proporre la lettura di un passo tratto dal saggio di mons. Athanasius Schneider “Come il lattante in braccio a chi lo nutre”, note storico-liturgiche sul rito dell’Eucaristia., in cui si fa un parallelismo tra parola di Dio-Eucarestia-latte materno-miele:
L’atteggiamento del bambino è il più vero e profondo atteggiamento di un cristiano davanti al suo Salvatore, che lo nutre con il suo corpo e il suo sangue, secondo le seguenti commoventi espressioni di Clemente di Alessandria:
“Il Lògos è tutto per il bambino: padre, madre, pedagogo, nutritore. ‘Mangiate, dice Lui, la Mia carne e bevete il Mio sangue!’ (…) O incredibile mistero!”. (Pedagogus, I, 42,3).
Un’altra considerazione biblica è fornita dal racconto della vocazione del profeta Ezechiele. Egli ricevette simbolicamente la parola di Dio direttamente in bocca:
“Apri la bocca e mangia ciò che io ti do”. Io guardai ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo (…) Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo. Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele” (Ezechiele, 2, 8-9; 3, 2-3).
Nella sacra Comunione riceviamo la Parola, fatta carne, fatta cibo per noi piccoli, per noi bambini. Quindi, quando ci accostiamo alla sacra Comunione, possiamo ricordarci di quel gesto del profeta Ezechiele. Cristo ci nutre veramente con il Suo corpo e sangue nella sacra Comunione e ciò è paragonato nell’età patristica all’allattamento materno, come mostrano queste parole di san Giovanni Crisostomo nelle sue omelie sul Vangelo di Giovanni:
“Con questo mistero eucaristico Cristo si unisce ad ogni fedele, e quelli che ha generato li nutre da sé e non li affida ad un altro. Non vedete con quanto slancio i neonati accostano le loro labbra al petto della madre? Ebbene, anche noi accostiamoci con tale ardore a questa sacra mensa e al petto di questa bevanda spirituale; anzi, con un ardore maggiore di quello dei lattanti!” (82,5).
Tratto dal sito: http://www.unavox.it/Documenti/Doc0181_Schneider_Eucar.htm

Abbazia di Santa Maria di Rivalta, Tortona (Piemonte): “Lactatio di Bernardo di Chiaravalle”, affresco del XV sec.
immagine tratta dal sito: http://it.wikipedia.org/

In ultima analisi, quello che intenderei suggerire è che la funzione di “donare cibo che trasforma”, “cibo divino”, è anche peculiarità del Femminile.
Nella Comunione, nel consumare l’Eucarestia, si compie una “trasformazione nel fedele: nutrendosi del pane-corpo di Cristo egli stesso diventa Cristo, cioè, egli diventa partecipe/intimo della natura divina del Figlio di Dio, della natura Immortale di Cristo; “quel pane” è così alimento in grado di rendere divino l’uomo, di ri-generarlo ad altra Vita, ad una Vita senza la pena della Morte.
Dal Vangelo di Giovanni, Cap. 6., ver. 47-58
(tratto dal sito: http://www.labibbia.org/pls/bibbiaol/GestBibbia.Ricerca?Libro=Giovanni&Capitolo=6)
In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna. 48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. 52 Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. 53 Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell`uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell`ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.

Salvador Dali, The Sacrament of the Last-Supper
immagine tratta dal sito http:
http://www.fotos.org/galeria/data/520/3Salvador-Dali-The-Sacrament-of-the-Last-Supper.jpg

Nel “riepilogo”, Jung osserva che: “Il corpo mistico di Cristo abbraccia anche i due sessi, rappresentati dal pane e dal vino, in modo che le due sostanze (maschile il vino, femminile il pane) significano anche l’androginia del Cristo mistico.”
A ciò mi pare accostabile, per significato, l’analisi di G. Durand (Le strutture antropologiche dell’immaginario) sul simbolo del “Figlio” (pag.301, ma anche precedenti e segg.):
“Il simbolo del Figlio sarebbe una traduzione tardiva dell’androginato primitivo delle divinità lunari.
Il Figlio conserva la valenza maschile a fianco della femminilità della madre celeste. …Il Figlio manifesta così un carattere ambiguo, partecipa alla bisessualità e svolgerà sempre il ruolo dimediatore.
…Tale appare il Cristo, come Osiride o Tammuz… Alla passione e alla resurrezione del Figlio si lega il dramma alchimistico con la figura centrale di Ermes Trismegisto…
Per gli ermetisti, quest’ultimo è essenzialmente il Figlio e il Cristo.
Trismegisto indica una triplice natura euna triplice azione nel tempo(nota della M.T.: si pensi alle fasi lunari).
Egli è il principio stesso del divenire, cioè, secondo l’ermetismo, della sublimazione dell’essere.
…L’etimologia del vocabolo egiziano indicante Ermes, Thot o Tout, avrebbe per origine nel primo caso una radice che significamescolare, addolcire attraverso la mescolanza; nel secondo, riunire in uno solo, totalizzare.
Per certi ermetisti Ermes sarebbe da accostare ad erma, la serie, il concatenamento, o ancora ad orme, impetus, moto, esso stesso venuto fuori dalla radice sanscrita ser che dà sirati – sisarti,correre – scorrere…
L’alchimia rappresenta il Figlio, Filius Philosophorum, nell’uovo, alla congiunzione del sole e della luna. …
Ermes è l’ermafrodito descritto da Rosenkreuz:
“Sono ermafrodito ed ho due nature…Sono padre prima di essere figlio ho generato mia madre e mio padre e mia madre mi ha portato nella sua matrice.”
…L’alchimia non tende a realizzare l’isolamento, ma la coniunctio, il rito nuziale al quale succede la morte e la resurrezione.
Dalla coniunctio nasce il Mercurio trasmutato chiamato ermafrodito a causa del suo carattere completo.
Queste nozze sono le nozze dell’agnello, “forma cristiana dello Hieros Gamos delle religioni orientali”.
…L’alchimia assimila ugualmente il Figlio Ermes al Lug dei Celti, San Giustino confonde per sovrappiù Lug e Logos, il Mercurio celtico e il Cristo Giovanneo…
Il fine supremo sarebbe certo di generare la luce, come dice Paracelso, o meglio, come ha visto profondamente Eliade, di accellerare la storia e di dominare il tempo.”

-la grande Elevazione
Jung così commenta questo momento:
Le sostanze consacrate sono sollevate e mostrate alla comunità. In particolare, l’ostia consacrata significa una visione beatifica del cielo in adempimento del Salmo 26, 8:
”Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”; il volto, Signore, io cerco”.
Nell’ostia il dio-uomo si è fatto presente.

-la Postconsecratio
Viene qui recitata la preghiera “Unde et memores”:
Unde et memores Domine, nos servi tui, sed et plebs tua sancta, ejusdem Christi Filii tui Domini nostri tam beatae passionis, nec non et ab inferis resurrectionis, sed et in coelos gloriosae ascensionis: offerimus praeclarae majestati tuae de tuis donis ac datis, hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam, Panem sanctum vitae aeternae, et Calicem salutis perpetuae.

Supra quae propitio ac sereno vultu respicere digneris: et accepta habere, sicuti accepta habere dignatus es munera pueri tui justi Abel, et sacrificium patriarchae nostri Abrahae: et quod tibi obtulit summus sacerdos tuus Melchisedech, sanctum sacrificium, immaculatam hostiam.

Supplices te rogamus, omnipotens Deus; jube haec perferri per manus sancti Angeli tui in sublime altare tuum, in conspectu divinae majestatis tuae: ut quotquot ex hac altaris participatione, sacrosanctum Filii tui Corpus et Sanguinem sumpserimus omni benedictione coelesti et gratia repleamur. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.

Laonde, o Signore, anche noi tuoi servi, come altresì il tuo popolo santo, ricordando la beata passione del medesimo Cristo tuo Figliuolo, nostro Signore, la sua risurrezione dagli inferi, e la sua gloriosa ascensione in cielo, offriamo all’eccelsa tua maestà, delle cose che ci hai donate e date, l’Ostia pura, l’Ostia santa, l’Ostia immacolata, il Pane santo della vita eterna e il Calice della perpetua salute.

Sopra di essi, o Signore, dègnati di riguardare con volto propizio e sereno, e di averli accetti, come ti sei degnato accettare i doni del tuo servo Abele il giusto, e il sacrificio di Abramo nostro patriarca, e quello che, ti offrì il tuo sommo sacerdoti Melchisedech, in sacrificio santo ed ostia immacolata.

Comanda, o Dio onnipotente, supplichevoli te ne preghiamo, che essi vengano, per mano dell’Angelo tuo santo, portati sul tuo sublime altare, al cospetto della tua divina maestà, affinchè quanti, partecipando di questo altare, riceveremo il sacrosanto Corpo e Sangue del tuo Figliuolo, veniamo ricolmi di ogni celeste benedizione e grazia, per il medesimo Cristo Nostro Signore. Amen.

La prima strofa mostra che nell’Eucarestia si esprime il mistero cristiano della resurrezione e della vita perenne.
Nella seconda strofa, in progressione di “valore sacrificale”, vengono ricordati i sacrifici che hanno preceduto l’immolazione di Cristo:
-l’agnello sacrificato da Abele
-il figlio offerto da Abramo
-l’offerta del pane e del vino di Melchisedech ad Abramo, che prefigura il sacrificio di sé di Cristo.
L’ultima strofa ha origine dalle apocrife “Epistolae Apostolorum”:
13]
[1] Quanto ci ha rivelato è appunto questo che ci disse: “Quando io, dal Padre di ogni cosa, ero in procinto di scendere quaggiù passai attraverso i cieli e assorbii la sapienza del Padre, assorbii la forza del suo potere.
[2] Mi trovai nei cieli, con gli arcangeli e gli angeli, passai attraverso la loro figura quasi fossi uno di loro, tra le dominazioni e le potestà; li passai tutti avendo io la sapienza di colui che mi ha mandato. Il capo supremo degli angeli, Michele, e Gabriele, Uriele e Raffaele mi hanno seguito fino al quinto firmamento, pensando in cuor loro ch’io fossi uno di loro. Ma il Padre mi aveva dato il potere di questa natura. In quel giorno ornai gli arcangeli di una voce meravigliosa affinché andassero presso l’altare del Padre per servire e compiere quel ministero fino al mio ritorno. Ho fatto così per mezzo della sapienza della somiglianza.
[3] Io, infatti, divenni tutto in ogni cosa per potere portare a compimento le disposizioni del Padre… e la gloria di colui che mi ha mandato, e per fare ritorno a lui.
dal sito http://www.intratext.com/IXT/ITA0466/_P6.HTM

Basilica di San Vitale, Ravenna. A sinistra Abele vestito da pastore con manto rosso, esce da una capanna e offre un agnellino di fronte ad un altare coperto da un drappo bianco con bordo ricamato, sul quale sono due pani e un calice ansato contenente vino. A destra, Melchisedec offre un pane. La mano di Dio uscendo dalle nuvole sembra accettare l’offerta.
Immagine tratta dal sito http: http://www.racine.ra.it/parsanvitale/index.htm

 

Basilica di San Vitale, Ravenna. A sinistra,la capanna dalla cui porta si affaccia la moglie Sara. Abramo offre un vassoio di cibo ai messaggeri divini venuti ad annunciare al Patriarca, che ha 99 anni, la nascita di un figlio. A destra, Abramo porta il figlio Isacco sulla montagna pronto a sacrificarlo con la spada. E Dio, che voleva solo mettere alla prova l’obbedienza di Abramo, impedisce che il sacrificio si compia: la sua mano esce dalle nuvole del fondo per trattenere quella del Patriarca.
Immagine tratta dal sito http: http://www.racine.ra.it/parsanvitale/index.htm

-conclusione del Canone
Il sacerdote traccia tre segni sul Calice, dicendo: “ Per ipsum, et cum ipso, et in ipso – Per Lui, e con Lui, e in Lui”, poi con l’Ostia traccia due segni di croce tra sé ed il Calice, dicendo: “ est tibi Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti – sia reso a te, o Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo”, ed elevando il Calice con l’Ostia, dice: “ omnis honor et gloria – ogni onore e gloria”.
Per Jung ciò ha il significato di stabilire un rapporto di identità tra gli alimenti consacrati ed il sacerdote stesso, a ri-conferma “dell’unità della vittima in tutte le sue componenti”. (Jung, op.cit.)

-“Embolismus” e “Fractio”
Subito dopo il “Pater noster” il sacerdote il sacerdote pronuncia sottovoce:
“Líbera nos, quaésumus, Dómine, ab ómnibus malis, praetéritis, preséntibus et futúris”
“Liberaci, te ne preghiamo, o Signore, da tutti i mali passati, presenti e futuri”
Questa invocazione riprende e sviluppa le precedenti parole del Padre nostro “Sed libera nos a malo”- liberaci dal male, poiché Cristo, con la sua discesa agli inferi e la sua successiva ascesa, redime dal male l’umanità tutta. (vedi NOTA 8)
Nel seguente rito della<b< “fractio=”” panis”<=”” b=””> il sacerdote prende l’Ostia e, tenedola sul Calice con due mani, la spezza per metà, dicendo: “Per eúmdem Dóminum nostrum Iesum Christum Filium tuum” – Per il medesimo Gesú Cristo nostro Signore, tuo Figlio;
ripone sulla patena la metà dell’Ostia che ha nella destra, stacca una particella (destinata alla “Commixtio”) dall’altra metà che tiene con la sinistra, e dice: “Qui tecum vívit et régnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, Per ómnia saécula saeculórum. Amen” – Che è Dio e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Cosí sia.
Viene quindi ripetuto il gesto compiuto da Gesù nell’Ultima Cena.
Secondo l’interpretazione di Jung, il numero quattro (le parti in cui viene divisa l’Ostia) simboleggerebbe la “totalità eterna”:
“Questo simbolo sembra voler indicare che l’estensione nello spazio, precisamente la posizione di croce, significa da una parte una sofferenza della divinità (nella croce) e dall’altra il suo imperio sull’universo.” (Jung, op.cit.)

Un’interpretazione più fedele all’ortodossia cristiana vuole che la “fractio panis” rappresenti l’intera comunità dei fedeli unita in Cristo, cioè comunità composta da molti ma unita in un unico corpo, che è l’Eucarestia.
Lettere di San Paolo: Prima Lettera ai Corinzi – Par.10, 15-17
15Parlo come a persone intelligenti; giudicate voi stessi quello che dico: 16il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? 17Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane.
Dal sito: http://www.liberliber.it/biblioteca/b/bibbia/la_sacra_bibbia/html/index.htm

Vangelo di Giovanni – Par.17, 20-23
20Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; 21perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. 22E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. 23Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.
Dal sito: http://www.liberliber.it/biblioteca/b/bibbia/la_sacra_bibbia/html/index.htm

E’ importante inoltre ricordare l’origine greca della parola “comunione”:
essa deriva da ”koinonèo” – aver parte, partecipare – e koinonia indica la “comunione” e, nel nostro caso, l’intima partecipazione al corpo e al sangue di Cristo.
Lettere di San Paolo: Prima Lettera ai Corinzi
Par.1 8-9
8Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo: 9fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!
Dal sito: http://www.liberliber.it/biblioteca/b/bibbia/la_sacra_bibbia/html/index.htm

Nuovo Testamento: Lettere cattoliche
Prima lettera di Giovanni – Par. 1, 1-7
1Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita 2(poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), 3quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. 4Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta.
5Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. 6Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. 7Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato.
Dal sito: http://www.liberliber.it/biblioteca/b/bibbia/la_sacra_bibbia/html/index.htm </b<>

Fractio panis, sec.II (part.) Cappella Greca. Catacomba di Priscilla – Roma
immagine tratta dal sito http:
http://www.saluzzo.chiesacattolica.it/gris/articoli/arte_fede/eucaristia1.html

-Consignatio
Con il pezzetto di Ostia consacrata (“particola”) il sacerdote compie un segno di croce sul calice, poi fa cadere la particola nel vino.

-Commixtio
Il gesto compiuto dal sacerdote si chiama “commixtio” o anche “immixtio”, ossia la mescolanza del pane e del vino.
Durante questo rito egli recita sottovoce:
Hæc commixtio et consecratio Corporis et Sanguinis Domini nostri Jesu Christi fiat accipientibus nobis in vitam æternam. Amen. – Il Corpo e il Sangue di Cristo uniti in questo calice, siano per noi cibo di vita eterna. Così sia.”
Come si evince dalle parole pronunciate, l’atto ha il significato di sottolineare che l’Eucarestia è un “corpo vivente”, che contiene “sangue”, poiché è il Corpo risorto di Cristo.
La “Commixtio” quindi rappresenta la Resurrezione.

Libro di preghiere in latino risalente al 1576 circa, proveniente dalla Francia; l’immagine rappresenta il monogramma IHS, che deriva dalle prime tre lettere del nome greco di Gesù: iota-eta-sigma. Il monogramma è circondato da simboli criptici: un fiore, un teschio, delle note musicali e la lettera A. Il teschio e il fiore suggeriscono la natura transitoria della vita. Questi simboli possono quindi essere considerati insieme come un “memento mori”, un richiamo alla morte. La letterea “A” è il simbolo di Dio, del principio delle cose.
Immagine tratta dal sito: http://libwww.library.phila.gov/medievalman/index.cfm

-Riepilogo
Nel suo riepilogo Jung evidenzia alcuni aspetti conclusivi legati alla messa, a mio parere meritevoli di attenzione:
-la messa, nell’insieme delle sue azioni rituali, rappresenta un “riassunto” della vita di Cristo;
-la struttura della messa sottolinea l’unità di tutte le parti dell’atto sacrificale;
-l’essenza della messa è “il mistero e il miracolo della trasformazione di Dio.” (Jung, op.cit.)
Circa il primo punto, Jung ritiene che, attraverso un percorso evolutivo, nella messa siano stati inseriti gli aspetti più significativi della vita di Cristo:
-nella preghiera Eucaristica, l’invocazione “Benedíctus qui venit in nómine Dómini” e la preghiera “Supra quae…” (vedi paragrafo: -la Postconsecratio) vengono viste come “anticipazione e prefigurazione della sua venuta”;
-le parole rituali pronunciate durante la “Consecratio” rappresentano “l’incarnazione del Logos” ed anche la rievocazione della passione e del sacrificio di Cristo;
-rievocazione che ricompare nella “Fractio panis”;
-nell’invocazione “Sed libera nos a malo” si allude alla sua discesa agli inferi;
-infine, nella Commixtio si celebra la resurrezione.

L’Unità, poi, appare un tema ricorrente, se non il Tema, nell’impianto della messa, sia formalmente che a livello simbolico.
Ho letto attentamente la “Lettera Enciclica ECCLESIA DE EUCHARISTIA del sommo pontefice GIOVANNI PAOLO II” (http://www.vatican.va/edocs/ITA1798/_INDEX.HTM) e più volte si ripropone il concetto che l’Eucarestia, “culmine di tutti i Sacramenti”, ha lo scopo di perfezionare l’unione (la “comunione”) del fedele
“con Dio Padre mediante l’identificazione col Figlio Unigenito per opera dello Spirito Santo.”
Nel capitolo IV, “l’Eucarestia e la Comunione ecclesiale”, viene citata, a tale proposito, una significatica frase dello scrittore bizantino Nicola Cabasilas (La vita in Cristo, IV, 10: SCh 355, 270):
“a preferenza di ogni altro sacramento, il mistero [della comunione] è così perfetto da condurre all’apice di tutti i beni: qui è l’ultimo termine di ogni umano desiderio, perché qui conseguiamo Dio e Dio si congiunge a noi con l’unione più perfetta”.
Un passo del Cap.I, “Mistero della fede”, ci indica chiaramente che con l’Eucarestia il fedele si unisce al corpo ed al sangue di Cristo, anzi, diventa quel corpo e quel sangue, mediatore tra l’uomo e Dio; attraverso quel corpo e quel sangue il fedele viene “vivificato-risvegliato” in eterno con il Fuoco-Spirito:
16… Ricordiamo le sue parole: « Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me » (Gv 6,57). È Gesù stesso a rassicurarci che una tale unione, da Lui asserita in analogia a quella della vita trinitaria, si realizza veramente.
17. Attraverso la comunione al suo corpo e al suo sangue, Cristo ci comunica anche il suo Spirito. Scrive sant’Efrem: « Chiamò il pane suo corpo vivente, lo riempì di se stesso e del suo Spirito. […] E colui che lo mangia con fede, mangia Fuoco e Spirito. […] Prendetene, mangiatene tutti, e mangiate con esso lo Spirito Santo. Infatti è veramente il mio corpo e colui che lo mangia vivrà eternamente”.
E ancora, nell’Introduzione, leggiamo:
“nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini. ….. L’Eucaristia è mistero di fede, e insieme « mistero di luce ».
Quindi, nel Sacramento eucaristico sono uniti (mi si perdoni l’estrema semplificazione):
-il corpo, natura terrena, e il sangue, natura immortale, di Cristo;
-il credente e Cristo, poiché nutrirsi del suo corpo e del suo sangue significa entrare in comunione profonda con il Signore (Vangelo di Giovanni, Cap. 6., 56:” Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui”);
-il credente e Dio (Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 8 aprile 1992:“La vita eterna di Cristo, col cibo eucaristico, penetra e circola nella vita umana”; Vangelo di Giovanni, 6, 54 : “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”; s.Paolo, Prima lettera a Timoteo, 2, 5-6:”Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti”);
-l’insieme dei credenti nella Chiesa (s. Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 10, 17:” Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane”).
Scrive Jung che nell’Eucarestia si ha una “mistica unità” di tutte le componenti dell’atto oblativo, poiché:
-il “sacrificante” è al contempo colui che offre e lo stesso dono offerto;
-sacerdote e comunità, identificandosi nel Cristo, offrono sé stessi nel dono sacrificale.
Questa visione “unitaria” del corpo di Cristo e della Chiesa viene commentata anche da Timothy Verdon, nel suo studio sula “Disputa del Sacramento” di Raffaello (vedi illustrazione sotto):
“… Anche fuori della azione liturgica vera e propria l’ostia eucaristica rivelava agli umanisti il corpo di Cristo: non solo come reliquia della passione ma anche e prima di tutto come comunione, amicizia, Chiesa. Nell’affresco di Raffaello e nel commento fattone dal Vasari assistiamo al riappropriarsi rinascimentale della visione eucaristica antica: la visione della “ Didaché” (vedi NOTA 9)e di scrittori quale Gaudenzio di Brescia, per il quale il pane “risulta da molti grani di frumento, e così anche il corpo mistico di Cristo è unico, ma è formato da tutta la moltitudine del genere umano, portata alla sua condizione perfetta mediante il fuoco dello Spirito”, e così anche per il sangue: molti acini d’uva che diventano l’unico calice. Questo scrittore antico spiega infine come l’unità eucaristico-ecclesiale viene compiuta: “Segue poi la pigiatura sul torchio della croce. C’è quindi la fermentazione, che avviene, per virtù propria, negli ampi spazi del cuore pieno di fede di coloro che l’assumono”. (vedi NOTA 10)

“La Disputa del Sacramento” part., Raffaello Sanzio; Città del Vaticano, Stanza della Segnatura.
…Nell’apparente confusione della scena, poi, oltre alla strana piattaforma di nuvole che divide la parete in senso orizzontale, lo spettatore avrebbe notato l’asse verticale, definito da: Dio Padre, in alto; Cristo che mostra le ferite, in mezzo; lo Spirito Santo in forma di colomba discendente, in un nimbo di gloria sotto Cristo; e ancora sotto – sull’altare posto su tre gradini al livello del pavimento – l’ostia eucaristica in un ostensorio.
La colonna portante dell’affresco, dal gruppo trinitario giù fino all’ostia, sembra echeggiare le conclusioni del concilio ecumenico celebrato a Firenze settant’anni prima, il cui decreto “Laetentur Caeli” esalta la reale presenza del corpo di Cristo nell’ostia consacrata subito dopo aver definita “ragionevole e lecita” l’aggiunta del “Filioque” nel Credo: e Raffaello in effetti fa vedere lo Spirito che procede dal Padre “e dal Figlio”. ……
E la collocazione dello Spirito Santo sotto Cristo e direttamente sopra l’ostia e l’altare evoca non solo l’affermazione del Concilio fiorentino, ma anche l’antica formula dell’epiclesi eucaristica in cui il sacerdote supplica Dio Padre di inviare lo Spirito santificatore affinché le offerte diventino il corpo e il sangue di Cristo.
Inoltre, i quattro Vangeli che emanano dalle ali dello Spirito posto sopra l’ostensorio alludono all’inscindibile rapporto tra la parola e il pane eucaristico, come nella messa stessa, dove le letture ci orientano verso la pienezza delle Scritture: Cristo incarnato e realmente presente nel sacramento dell’altare. (commento di Timothy Verdon)
immagine tratta dal sito: http://it.wikipedia.org/

Questo aspetto “unificante” mi pare una ”pietra” di fondamentale importanza:
per l’uomo rappresenta la possibilità di “passaggio-reintegrazione” dalla dualità all’unità originaria.
Inoltre, per il mio sentire, la possibilità di essere” carne e sangue di Cristo”, Figlio divino, Mediatore tra uomo e Dio, costituisce una viva speranza.
Che speranza? Che possibilità?
La speranza di una natura divina della nostra carne; la possibilità che nel nostro sangue scorra la stessa scintilla divina di cui è composto il nostro infinito e misterioso Cosmo.

L’ultimo punto preso in esame da Jung riguarda “il mistero e il miracolo della trasformazione di Dio che si compie nell’ambito umano” quale elemento centrale della messa.
Scrive Jung:
“La messa contiene come nocciolo essenziale il mistero e il miracolo della trasformazione di Dio che si compie nell’ambito umano, della sua incarnazione e del suo ritorno all’Essere in sé e per sé. In realtà, mediante la sua dedizione e il suo sacrificio di sé, l’uomo stesso è incluso, quale strumento funzionale, nel misterioso processo. L’offerta di Sé fatta da Dio è un atto volontario d’amore; invece il sacrificio è una morte tormentosa e sanguinosa, provocata da uomini “instrumentaliter” e “ministerialiter”.
Sottolinerei, nelle considerazioni del Nostro autore, l’aspetto di “dono d’Amore”, che mi sembra essere la “causa” che “muove” il sacrificio divino.

La Chiesa ha ricevuto l’Eucaristia da Cristo suo Signore non come un dono, pur prezioso fra tanti altri, ma come il dono per eccellenza, perché dono di se stesso, della sua persona nella sua santa umanità, nonché della sua opera di salvezza. Questa non rimane confinata nel passato, giacché « tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa dell’eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi »
“Lettera Enciclica ECCLESIA DE EUCHARISTIA del sommo pontefice GIOVANNI PAOLO II” (http://www.vatican.va/edocs/ITA1798/_INDEX.HTM), Cap.I, mistero della fede.

Inoltre, le evocative parole di Jung descrivono in modo immaginifico il flusso divino che, quale “prolungamento-emanazione dell’Unità”, scende sulla Terra, si incarna-sacrificandosi, per poi ascendere nuovamente verso il Cielo, per essere riassorbito nell’Unità, e in questo movimento ascensionale-di reintegrazione è compreso anche l’uomo, per l’effetto dell’incarnazione di Cristo.

Circa il “sacrificio”, Jung sostiene che “i terrori della morte di croce sono premesse indispensabili della trasformazione, che è in primo luogo un dare vita a sostanze di per sé inerti, e in secondo luogo una loro alterazione sostanziale nel senso di una spiritualizzazione, secondo l’antica concezione dello pneuma quale sostanza sottile.”

Il sacrificio rappresenta l’evento decisivo della tradizione cristiana ed è proprio un sacrificio tangibile che ci viene descritto nei Vangeli , di carne e di sangue:
11. « Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito » (1 Cor 11, 23), istituì il Sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue. Le parole dell’apostolo Paolo ci riportano alla circostanza drammatica in cui nacque l’Eucaristia. Essa porta indelebilmente inscritto l’evento della passione e della morte del Signore…..Questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Gesù Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti. Ogni fedele può così prendervi parte e attingerne i frutti inesauribilmente…
12. Questo aspetto di carità universale del Sacramento eucaristico è fondato sulle parole stesse del Salvatore. Istituendolo, egli non si limitò a dire « Questo è il mio corpo », « questo è il mio sangue », ma aggiunse « dato per voi…versato per voi » (Lc 22, 19-20). Non affermò soltanto che ciò che dava loro da mangiare e da bere era il suo corpo e il suo sangue, ma ne espresse altresì il valore sacrificale, rendendo presente in modo sacramentale il suo sacrificio, che si sarebbe compiuto sulla Croce alcune ore dopo per la salvezza di tutti. « La Messa è ad un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della Croce e il sacro banchetto della comunione al corpo e al sangue del Signore ».
“Lettera Enciclica ECCLESIA DE EUCHARISTIA del sommo pontefice GIOVANNI PAOLO II” (http://www.vatican.va/edocs/ITA1798/_INDEX.HTM), Cap.I, mistero della fede.

Ho già esposto con alcuni esempi nel paragrafo dedicato alla “Consecratio” come il tema del “sacrificio”, della necessaria “tortura” della materia affinché se ne liberi il “corpo sottile”, sia centrale anche in Alchimia.
Jung, nel capitolo “parallelo Lapis-Cristo” del testo “Psicologia e alchimia”, riporta alcuni testi alchemici tesi a confermare la possibile analogia tra la passione-resurrezione di Cristo e il simbolismo del processo alchemico, citando, tra gli altri, il già nominato Zosimo, il “Codicillus” dello pseudo-Lullo, il “Tractatus aureus” attribuito a Ermete, la “Pretiosa Margarita novella” di Pietro Bono.
Ciò che Jung afferma è:
“Non c’è da meravigliarsi se già abbastanza presto l’analogia Cristo-Lapis si sia imposta presso i latini, essendo il simbolismo alchimistico permeato di allegorie ecclesiastiche. Benché non esista alcun dubbio che le allegorie dei Padri della Chiesa abbiano arricchito il linguaggio dell’alchimia, a mio parere ancora non si sa fino a che punto l’”opus alchemicum”, nelle sue diverse forme, possa esser visto come una trasformazione di riti ecclesiastici (battesimo, messa) e di rappresentazioni dogmatiche (concezione, nascita, passione, morte e resurrezione). E’ incontestabile che l’alchimia prendeva continuamente a prestito dalla Chiesa; ma nelle rappresentazioni originarie di base si scoprono elementi che hanno origine in fonti pagane, particolarmente gnostiche”. (Jung, Psicologia e alchimia”, pag. 362)
La mia opinione, in parte già espressa, è che l’Opera alchemica tratti di qualcosa di fondamentale per l’uomo di ogni tempo e di ogni cultura: dell’invisibile, ma terribilmente determinante-fisso-vivo, che sta oltre (all’interno) il visibile-materiale delle cose, dell’uomo, del Creato.
Quel “quid” invisibile che ci determina, qui e ora nella nostra vera natura (al di là di ogni variabile data dal ceto, dal sesso, dal ruolo, ecc.) , ma al contempo che ci lega, nell’eternità, con l’Universo.
E tutta l’Opera è in realtà un processo di trasformazione verso l’Origine; trasformazione tesa alla “riabilitazione” della materia-Natura, depositaria di un’arcana sapienza, di quella “traccia divina” originaria.
In questo senso, credo, è possibile un parallelo tra “pietra” e “Cristo”, in quanto entrambi “dimostrazioni” di una “incarnazione divina”.
Propongo alcuni passaggi, a mio parere attinenti e significativi, tratti dal testo “Alchimia, introduzione all’arte della rigenerazione”, di A. Faivre e F.Tristan, nella traduzione di M.Nicosia, edizioni ECIG.
Il primo estratto sono passi di André Savoret (alchimista) da “Che cos’è l’Alchimia”:
“l’Alchimia vera, l’Alchimia tradizionale, è la conoscenza delle leggi della vita nell’uomo e nella natura; è la ricostituzione del processo che conduce a riconquistare la purezza, lo splendore, la pienezza, le prerogative primordiali che la vita terrena, quaggiù, corrotta dalla caduta adamitica, ha smarrito.
Ciò nella sfera morale dell’uomo si chiama redenzione o “rigenerazione”, rincrudimento nel corpo fisico; purificazione e perfezione nella natura e infine nel regno minerale propriamente detto: realizzazione della quintessenza e trasmutazione.”

Savoret, in questo suo scritto, afferma che esistono molte Alchimie (intellettuale, morale, astrale, ecc.), ma:”L’Alchimia spirituale rimane il modello, la chiave e la ragione delle altre.”
Sull’Alchimia spirituale, il Nostro scrive:
“Egli (l’Alchimista) agisce scientemente nella Luce del Verbo….l’uomo rigenerato è la pietra filosofae della natura decaduta, così come l’uomo non rigenerato è la “materia bruta” della Grande Opera il cui Verbo divino è l’Alchimista, e lo Spirito Santo il fuoco segreto…Nell’Opera spirituale stesso procedimento: purificazione, semplificazione, discesa dello Spirito Santo, non più universale o cosmico, ma divino.
Ciò costituisce l’unico, vero, definitivo “battesimo di fuoco” di cui parla San Giovanni Battista e che solo il Verbo di Dio può conferire…
21. Chi vuole la Luce, deve anzitutto chiederla a Dio, il Padre delle Luci. Chi vuole percorrere la via, deve seguire colui che è la Via…”
E, ancora dal testo “Alchimia, introduzione all’arte della rigenerazione”, ecco alcune frasi tratte dall’introduzione di A. Faivre al “Catechismo della chimica superiore” di K. von Eckartshausen:
“…In particolare ciò che insegna la religione sul piano spirituale e divino ha un’analogia con la Natura, tanto che non è possibile conoscerne le profondità senza studiare le verità della Fede.Questa analogia di due pratiche complementari, questa doppia catechesi, fa parte dell’eredità di Paracelso: il libro della Natura e quello della Rivelazione (la Bibbia) sono le due luci dell’uomo, alle quali si aggiunge una terza fiammella, quella della grazia.
Nessuna frattura dunque tra Cielo e Natura, non più di quanto ve ne sia tra la pratica operativa e il percorso mistico.
Limitare a spagiria l’insegnamento che egli (von Eckartshausen) tenta di trasmettere, significherebbe non comprendere la polivalenza della sua simbolica; significherebbe misconoscere che in ogni pagina, in ogni riga, bisogna sempre effettuare una lettura su molteplici livelli che non si escludono mai ma si completano mutuamente.”
Questo in verità, a parer mio, vale per tutti i testi di Alchimia.

Anche nel libro “Alchimia e iconologia” di Mino Gabriele vengono citate opere alchemiche in cui si intrecciano riferimenti biblici a brani alchemici o si ricorre all’uso sia della metafora biblica che alchemica per definire lo stesso soggetto.
M. Gabriele spiega che l’utilizzo di questi due linguaggi (religioso e alchemico):
“…da un lato conferisce all’alchimia una connotazione sapienziale, l’autorevolezza di una scienza sacra, dall’altro pone la gnoseologia alchemica sul piano di una ricerca religiosa mistco-speculativa. Nell’Aurora Consurgens l’alchimia è configurata come scientia Dei , una Sapienza che illumina i saggi che la seguono, e che vien detta ”soror Sapientiae” e “doctrina sanctorum”: nella VII parabola, dove i brani della Scrittura citati rimandano al mistico matrimonio tra Cristo e la Chiesa, la sua sposa, si celebra in realtà l’unione dei contrari, la “felice” coniunctio oppositorum alchemica. “
Una delle opere più antiche (indicate nel testo di Gabriele) in cui compare la figura di Cristo come metafora per indicare una “sostanza” alchemica e le operazioni ad essa collegate è il testo di Gratheus, che risale alla seconda metà del XIV secolo:
“Gratheus paragona il “Mercurio” a Cristo e alle sue emblematiche vicissitudini: come questo viene “ catturato”, tormentato e poi ucciso,così il “mercurio” viene “picchiato” e messo a morte nel “vaso” dell’alchimista finché la sua “anima” si separi da lui. Ma grazie al Magistero, successivamente il “mercurio”, così ridotto e “sepolto” potrà risorgere libero dalla morte proprio come il Cristo che seppe resuscitare dal sepolcro.”(vedi figura sottostante)

Vienna, Österreichische Nationalbibliothek, cod. Vind. 2372, fol. 57va (seconda metà del XIV secolo) (Birkhan 1992, vol. II, p. 54). Gratheus, Introduzione all’Alchimia. La resurrezione di Cristo come “esempio” (“exemplum”) del processo di sublimazione.
Immagine tratta dall’url: http://www.hyle.org/journal/issues/9-2/obrist.htm

Un altro documento alchemico che ha attirato la mia attenzione è il “Tractatus parabolicus” dello pseudo-Arnaldo da Villanova (Venezia, Biblioteca Nazionale S. Marco, cod. lat. VI. 214, fol. 164v-168v, datato 1472; cf. fol. 164v. Testo edito da Antoine Calvet).

Per cercare di comprendere nella loro interezza le ricerche alchemiche connesse con l’ uso di allegorie-rappresentazioni religiose-cristologiche, mi pare giusto accennare brevemente allo sviluppo delle ricerche farmaceutiche e medicinali tra il XII e il XV secolo.
Per un’analisi più approfondita, rimando a:
-Chiara Crisciani, Aspetti del dibattito sull’umido radicale nella cultura del tardo medioevo;
-Michela Pereira, L’oro dei filosofi : saggio sulle idee di un alchimista del Trecento;
-Chiara Crisciani e Michela Pereira, L’arte del sole e della luna : alchimia e filosofia nel Medioevo.
Ricordo che il periodo in questione fu caratterizzato da un vivace fermento innovativo anche a seguito della scoperta dell’”aqua ardens” (acqua ardente, o acqua di vita).
Marcello Fumagalli, nel “Dizionario di Alchimia e di Chimica farmaceutica antiquaria”, alla voce“Acqua ardente” scrive che con tale nome va inteso il “distillato di vino”, ma “il termine fu attribuito all’acool che, nell’Alchimia araba, era utilizzato per identificare un derivato dall’antimonio…il termine fu impiegato anche per indicare il “mercurio” nella prima fase dell’Opera.”
Il fine delle infaticabili ricerche era un farmaco/rimedio/ elixir che “perfezionasse la materia” (o meglio, che la riconducesse alla perfezione originaria, dopo la caduta di Adamo), trasformandola da “corruttibile” ad “incorruttibile”, da “imperfetta” a “perfetta”; ciò comprensibilmente si intreccia in un percorso filosofico-mistico-spirituale di “redenzione/resurrezione” dell’uomo, in cui Cristo appare l’”esempio”.
In quest’ottica, Cristo è il “sommo medico” perché restituisce la salute all’umanità “malata” a causa del peccato, è anche il “malato” perché si è fatto “carne” (ha assunto su di sé il “male” dell’uomo), ed è anche il “farmaco”, poiché con la sua passione e Resurrezione riscatta l’umanità dal “male-peccato-morte”.

 

NOTA 1.
Per la ricostruzione della storia di Adapa, ho consultato i seguenti testi e pagine web:
-“Religioni e civiltà”, di Angelo Brelich, Vittorio Lanternari, Marcello Massenzio, Dario Sabbatucci;
-“The Amarna Scholarly Tablets”, di Shlomo Izre’el;
-il testo in pdf all’url:
http://faculty.gordon.edu/hu/bi/Ted_Hildebrandt/OTeSources/01-Genesis/Text/Articles-Books/Andreasen_AdamAdapa_AUSS.pdf
-il testo in inglese delle tavolette di Amarna, all’url
http://www.sacred-texts.com/ane/adapa.htm

NOTA 2.
Genesi – cap. 14 –
Invasione dei re di Oriente.
Al tempo di Amrafel re di Sennaar, di Arioch re di Ellasar, di Chedorlaomer re dell`Elam e di Tideal re di Goim, costoro mossero guerra contro Bera re di Sòdoma, Birsa re di Gomorra, Sinab re di Adma, Semeber re di Zeboim, e contro il re di Bela, cioè Zoar. Tutti questi si concentrarono nella valle di Siddim, cioè il Mar Morto. Per dodici anni essi erano stati sottomessi a Chedorlaomer, ma il tredicesimo anno si erano ribellati. Nell`anno quattordicesimo arrivarono Chedorlaomer e i re che erano con lui e sconfissero i Refaim ad Astarot-Karnaim, gli Zuzim ad Am, gli Emim a Save-Kiriataim e gli Hurriti sulle montagne di Seir fino a El-Paran, che è presso il deserto. Poi mutarono direzione e vennero a En-Mispat, cioè Kades, e devastarono tutto il territorio degli Amaleciti e anche degli Amorrei che abitavano in Cazazon-Tamar. Allora il re di Sòdoma, il re di Gomorra, il re di Adma, il re di Zeboim e il re di Bela, cioè Zoar, uscirono e si schierarono a battaglia nella valle di Siddim contro di esso, e cioè contro Chedorlaomer re dell`Elam, Tideal re di Goim, Amrafel re di Sennaar e Arioch re di Ellasar: quattro re contro cinque. La valle di Siddim era piena di pozzi di bitume; mentre il re di Sòdoma e il re di Gomorra si davano alla fuga, alcuni caddero nei pozzi e gli altri fuggirono sulle montagne. Gli invasori presero tutti i beni di Sodoma e Gomorra e tutti i loro viveri e se ne andarono. Andandosene catturarono anche Lot, figlio del fratello di Abram, e i suoi beni: egli risiedeva appunto in Sodomia.

Abram insegue e vince i re d’Oriente.
Ma un fuggiasco venne ad avvertire Abram l`Ebreo che si trovava alle Querce di Mamre l`Amorreo, fratello di Escol e fratello di Aner i quali erano alleati di Abram. Quando Abram seppe che il suo parente era stato preso prigioniero, organizzò i suoi uomini esperti nelle armi, schiavi nati nella sua casa, in numero di trecentodiciotto, e si diede all`inseguimento fino a Dan. 15 Piombò sopra di essi di notte, lui con i suoi servi, li sconfisse e proseguì l`inseguimento fino a Coba, a settentrione di Damasco. Ricuperò così tutta la roba e anche Lot suo parente, i suoi beni, con le donne e il popolo.

Melchisedek benedice Abram.
Quando Abram fu di ritorno, dopo la sconfitta di Chedorlaomer e dei re che erano con lui, il re di Sòdoma gli uscì incontro nella Valle di Save, cioè la Valle del re. Intanto Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole:
“Sia benedetto Abram dal Dio altissimo,
creatore del cielo e della terra,
e benedetto sia il Dio altissimo,
che ti ha messo in mano i tuoi nemici”.

Abram gli diede la decima di tutto.
Il re di Sòdoma disse ad Abram: “Dammi le persone; i beni prendili per te”.
Ma Abram disse al re di Sòdoma: “Alzo la mano davanti al Signore, il Dio altissimo, creatore del cielo e della terra: né un filo, né un legaccio di sandalo, niente io prenderò di ciò che è tuo; non potrai dire: io ho arricchito Abram. 24 Per me niente, se non quello che i servi hanno mangiato; quanto a ciò che spetta agli uomini che sono venuti con me, Escol, Aner e Mamre, essi stessi si prendano la loro parte”.

Note al cap.14.
Salem è Gerusalemme. Il re-sacerdote, che adora il vero Dio, prefigura il sacerdozio eterno del Messia (cfr Sal 109, 4. Eb cc.5 -7 ); il pane e il vino da lui offerto richiamano l’eucarestia.
Testo tratto dal sito
http://www.labibbia.org/bibbia/versioneCEI_1974/at/index.html

NOTA 3.
Il simbolismo della “morte violenta”, del sacrificio sanguinoso, è motivo ricorrente nei vari contesti culturali.
Perché si immolano delle vittime?
Secondo l’opinione di molti studiosi, i riti sacrificali sono “cerimonie iniziatiche”: la vittima viene mutilata, straziata, smembrata nella speranza che il sacrificio diventi un beneficio, e nella morte si insinui la speranza di sopravvivere-rinascere; ogni sacrificio è uno scambio: si paga alla divinità un “pegno”, una vittima che ci sostituisca, in cambio dell’allontanamento dalla morte propria (Durand:”la morte della morte”); tali riti sacrificali vengono spesso accostati al fuoco, elemento che ha il potere di guarire, cicatrizzare, purificare, trasformare.
Una teoria comunemente sostenuta (da Eliade e da altri) vuole che, per una sorta di “transfert”, la persona che “mangia” la vittima, ne divora -assumendola in sé- la sua sostanza vitale, in una sorta di assicurazione della perennità. Il sangue in modo particolare è la “linfa vitale” degli uomini, è simbolo di tutti i valori connessi al fuoco, al calore ed alla vita.
Per J. G. Frazer il sangue è lo strumento attraverso cui passa l’anima; l’antropologo porta ad esempio i riti sacrificali delle origini, come nelle Isole Solomone, in cui viene messa molta cura nella raccolta del sangue sacrificale, attenti a non farne cadere neanche una goccia. Ricordiamo inoltre che il sangue è il simbolo della transustanziazione eucaristica.

NOTA 4.
Nella nota al testo di A. Tonelli si legge:
“…Burkert HN 25 (e n. 24) dice che nel sacrificio “le ossa dell’animale ucciso, soprattutto quelle femorali e quelle del bacino e della coda, vengono disposte sull’altare in giusto ordine, cosicché si può vedere con esattezza come stavano insieme le membra dell’animale vivo: la sua figura originaria è restituita, sacralizzata”. Cfr. Esiodo (Theog. 540-541), dove le ossa dell’animale sacrificato vengono messe in ordine da Prometeo. Il gesto ha una funzione eufemistica: nell’ambito della straziante morte iniziatica, la conservazione dell’ordine delle membra garantisce una conservazione della figura della vita, l’inizio di un ordinamento della massa confusa (cfr. Jung, Les racines de la coscience: Les visions de Zosime)…”

NOTA 5.
Geremia, cap.23. Pastori d’ Israele Oracolo del Signore. La mia parola non è forse come il fuoco
– oracolo del Signore –
e come un martello che spacca la roccia? Perciò, eccomi contro i profeti
– oracolo del Signore –
i quali si rubano gli uni gli altri le mie parole. Eccomi contro i profeti – oracolo del Signore

al sito:
http://www.bibbiaedu.it/pls/bibbiaol/GestBibbia.Ricerca?Libro=Geremia&Capitolo=23

NOTA 6.
Deuteronomio
32. Cantico di Mosé.
“Ascoltate, o cieli: io voglio parlare:
oda la terra le parole della mia bocca! 2 Stilli come pioggia la mia dottrina,
scenda come rugiada il mio dire;
come scroscio sull`erba del prato,
come spruzzo sugli steli di grano. 3 Voglio proclamare il nome del Signore:
date gloria al nostro Dio! 4 Egli è la Roccia; perfetta è l`opera sua;
…………………..
Porzione del Signore è il suo popolo,
sua eredità è Giacobbe. 10 Egli lo trovò in terra deserta,
in una landa di ululati solitari.
Lo educò, ne ebbe cura, lo allevò,
lo custodì come pupilla del suo occhio. 11 Come un`aquila che veglia la sua nidiata,
che vola sopra i suoi nati,
egli spiegò le ali e lo prese,
lo sollevò sulle sue ali, 12 Il Signore lo guidò da solo,
non c`era con lui alcun dio straniero. 13 Lo fece montare sulle alture della terra
e lo nutrì con i prodotti della campagna;
gli fece succhiare miele dalla rupe
e olio dai ciottoli della roccia; 14 crema di mucca e latte di pecora
insieme con grasso di agnelli,
arieti di Basan e capri,
fior di farina di frumento
e sangue di uva, che bevevi spumeggiante. 15 Giacobbe ha mangiato e si è saziato,
– sì, ti sei ingrassato, impinguato, rimpinzato –
e ha respinto il Dio che lo aveva fatto,
ha disprezzato la Roccia, sua salvezza.
……………..

al sito:
http://www.bibbiaedu.it/bibbia/seed/GestBibbia.Ricerca?Libro=Deuteronomio&Capitolo=32

NOTA 7.
Salmi 119:97-112
MEM.Quanto amo la tua legge, Signore;
tutto il giorno la vado meditando.
Il tuo precetto mi fa più saggio dei miei nemici,
perché sempre mi accompagna.
Sono più saggio di tutti i miei maestri,
perché medito i tuoi insegnamenti.
Ho più senno degli anziani,
perché osservo i tuoi precetti.
Tengo lontano i miei passi da ogni male,
per custodire la tua parola.
Non mi allontano dai tuoi giudizi,
perché sei tu ad istruirmi.
Quanto sono dolci al mio palato le tue parole:
più del miele per la mia bocca.
Dai tuoi decreti ricevo intelligenza;
per questo odio ogni via di menzogna.

NOTA 8.
San Paolo, Lettera ai Romani, par.10
5 Mosè infatti descrive la giustizia che viene dalla legge così: L’uomo che la pratica vivrà per essa. 6Invece la giustizia che viene dalla fede parla così: Non dire nel tuo cuore: Chi salirà al cielo? Questo significa farne discendere Cristo; 7oppure: Chi discenderà nell’abisso? Questo significa far risalire Cristo dai morti. 8Che dice dunque? Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo. 9Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.
all’url: http://www.liberliber.it/biblioteca/b/bibbia/la_sacra_bibbia/html/index.htm

Apocalisse, cap.1, 17-18
17 Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l`Ultimo 18 e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi.
all’url: http://www.labibbia.org/

NOTA 9.
La Didachè – Cap. IX –
al sito http://www.intratext.com/IXT/ITA0035/_INDEX.HTM
4. Nel modo in cui questo pane spezzato era sparso qua e là sopra i colli e raccolto divenne una sola cosa, così si raccolga la tua Chiesa nel tuo regno dai confini della terra; perché tua è la gloria e la potenza, per Gesù Cristo nei secoli.

NOTA 10.
Onorio di Autun (prima metà del sec. XII), da “La gemma dell’anima”, cap. Del sacrificio della messa e dei ministri della Chiesa.
Testo tratto dal vol.I di E. Zolla “I mistici dell’occidente”, Adelphi Edizioni.
[I, 32] Il corpo di Cristo è fatto di pane, che è formato di molte briciole, perché la Chiesa è il corpo di Cristo che si ricostituisce raccogliendo molti eletti. Le briciole, cioé gli eletti, vengono escussi col flagello della predicazione dalla teca della vecchia vita, disseccati dalla penitenza, quasi macinati tra due pietre, mentre minuziosamente vengono istruti nello scrutinio di due leggi. Abburattati che sieno vengono bagnati e impastati, divisi ormai dagl’infedeli, rinati con l’acqua del battesimo, si uniscono nella fede con il vincolo della carità per opera dello Spirito Santo come i pani cotti nel forno vengono commutati in bianchezza, mentre esaminati nel cammino della tribolazione vengono riformati ad immagine di Dio. In tal modo vengono fatti pane del pane di Cristo coloro che non muoiono in eterno.
[33] Questo sacramento si fa con il vino, perché Cristo disse di essere una vite e la Scrittura lo chiama vino di giocondità. L’uva, premuta con due legninel tino, si scioglie in vino e quando Cristo fu premutocon i due legni della croce veniva fuso il suo sangue in bevanda per i fedeli. Perciò il sangue di Cristo si fa con il vino, perché è premuto fuori da molti acini, perché la Chiesa è ricreata per mezzo di quel corpo di Cristo, essendo una congregazione di molti fedeli. Questa dalle angustie del mondo è calcata, come sotto un torchio, e viene incorporata in Cristo attraversando le passioni.