la Scala del Paradiso

– “la Scala del Paradiso” –

Scala del Paradiso, di San Giovanni Climaco, miniatura risalente al tardo 12° secolo, testo conservato nel Sacro Monastero di Santa Caterina del Sinai.

I° PARAGRAFO.
“La scala del Paradiso”, ovvero quel possibile percorso ascensionale di collegamento tra Terra e Cielo che l’Uomo deve compiere per raggiungere il “mondo celeste” è un simbolismo complesso, che, costante, in manifestazioni disparate, ritroviamo in ogni tradizione spirituale. Per un approfondimento a riguardo una decisiva sollecitazione mi è stata offerta dalla lettura del libro di Coomaraswamy, Il Grande Brivido.
Il grande studioso e critico d’arte in questo testo analizza la struttura dei templi indù, soffermandosi particolarmente sulla parte essenziale della costruzione, cioè l’ALTARE, o”focolare”.
L’altare è il CUORE, il centro, l’ombelico della terra; sull’altare il Sacrificante compie ilSacrificio di sé, il cui scopo, scrive C., è:”la reintegrazione e la resurrezione”.
Proviamo dunque ad entrare nei colti ed intricati meandri descritti da C., che spazia con disinvoltura e competenza dalla filosofia classica greca, al cristianesimo, alla metafisica dei Veda.
Partendo da un affascinante presupposto:
vi è un’analogia di struttura-funzionamento-fine nelle tre “case” della tradizione indù, ovvero
il “corpo” (casa corporea), il “tempio” (casa architettonica), l’”universo” (casa cosmica), tutte e tre abitate e pervase dallo Spirito della Vita, Principio unificante, Spirito o Sé di tutti gli esseri.
A mio modo di vedere questo assunto immediatamente pone in modo concreto la premessa per una effettiva ri-unificazione.
Ma torniamo al tempio indù, che vede – perpendicolarmente collocato sopra l’altare – l’”occhio solare della cupola”, a simboleggiare il Sole stesso e la Porta celeste, poiché la cupola è il “cielo”.
Questi due punti, l’altare e il centro “aperto” della cupola, sono collegati idealmente – e nelle costruzioni più antiche realmente – da un pilastro assiale che al contempo unisce e separa il pavimento e il tetto, e sorregge quest’ultimo, come era in origine, quando il cielo e la terra, che formavano un’unità: “Furono dal Creatore separati e puntellati per mezzo di un pilastro” (Rgveda-samhita, passim).
Il nostro preziosissimo Coomaraswamy, in una nota, precisa che la colonna assiale dell’universo è
un pilastro di Fuoco (Rgveda-samhita, I, 59, 1; IV, 5, 1; X, 5, 6 )
o di Vita (Rgveda-samhita, X, 5, 6)
o di Luce Solare (The Jaiminiya of Talavakara Upanisad Brahmana, I, 10, 10),
è il Soffio o lo Spirito (“prana”)
ovvero il Sé (“atman”, Brhadaranyaka-upanisad, IV, 4, 22).
Rgveda-samhita, I, 59, 1- 2
[01-059] HYMN LIX. Agni.
1.In verità, gli altri fuochi sono tue diramazioni; essi gioiscono, poiché tu li rendi Immortali, o Agni.
Tu sei l’ombelico degli uomini, Vaigvdnara, e li sostieni, come un pilastro profondo.
2.Agni, fronte del cielo, ombelico della terra, sei il messaggero tra il cielo e la terra.
Vaisvanara, gli Dei ti producono, in forma di luce, per il venerabile saggio Arya.

Nota: Agni è la fronte del cielo poichè ne è il principale elemento; ed è l’ombelico della terra in quanto sua principale fonte di sostegno vitale. Mia libera traduzione al sito: http://www.sanskritweb.org/

La “Rotonda” dell’Anastasi, o Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme; immagini tratte dal sito http://www.biblewalks.com

Questo pilastro, simboleggiato talvolta come un uccello in volo per la sua immaterialità,  costituisce il “ponte”, il tramite, la “scala”, attraverso cui compiere “l’ardua ascesa dietro ad Agni”  (durohana, agner anvarohah) fino alla Porta del Sole. Nella Taittiriya Samhita dello Yajurveda Nero troviamo descritto il rito del “Sacrificatore”, che sale sullo “yupa” (palo sacrificale) e parla così, dopo aver elevato la testa al di sopra del capitello, una volta raggiuntane la cima: “Siamo giunti al cielo, fino agli Dèi; siamo divenuti immortali; siamo divenuti i figli di Prajapati”. (vedi Nota 1)
Egli ha dunque momentaneamente annullato la separazione tra il cielo e la terra. L’essenza e il senso profondo del “pilastro cosmico” (skambha) – o Axis Mundi – possono essere compresi appieno anche attraverso la descrizione che ne fa l’ Atharva Veda:

X, 7, 35 : Skambha (nota: colonna) sostiene la terra ed il cielo, Skambha
regge tra loro l’immensità aerea.
Skambha fondò le sei regioni spaziose: Skambha penetrò e pervase l’intero mondo manifesto

X 8, 2 : Questa coppia, il cielo e la terra, sostenuta dal potere di Skambha, si regge saldamente.
Skambha è tutto ciò che esiste in questo mondo, tutto ciò che respire e batte le palpebre.
(vedi Nota 2)

NOTA 1: mia libera traduzione dall’Inglese, al sito: http://www.sanskritweb.net/yajurveda/keith.pdf
i Veda della scuola dello Yajurveda Nero; la Taittiriya Samhita.
– PRAPATHAKA VII: il ruolo del Sacrificatore durante I sacrifici di luna e luna piena.
[[1-7-9]]
A. Tu sei la cavità che contiene la casta regale, sei il grembo della casta regale; B. O moglie, vieni qui nel cielo; lasciaci salire entrambi! Sì, fa’ che entrambi possiamo salire fino al cielo; salirò io fino al cielo per entrambi;
C Forza, istigazione, l’ultimo nato, ispirazione, cielo, la testa, il Vyaçniya, i figli dell’ultimo, l’ultimo, la discendenza dell’essere, l’essere, il Supremo Signore. D. Che la vita sia in armonia con il sacrificio, che l’espirazione sia in armonia con il sacrificio, che l’inspirazione sia in armonia con il sacrificio; che la respirazione profonda sia in armonia con il sacrificio, che l’occhio sia in armonia con il sacrificio, che l’orecchio sia in armonia con il sacrificio, che la mente sia in armonia con il sacrificio, che il corpo sia in armonia con il sacrificio, che il sacrificio sia in armonia con il sacrificio;
E. siamo giunti al cielo, fino agli Dèi; siamo divenuti immortali; siamo divenuti i figli di Prajapati;
F Possa io essere unito con i figli, e i figli con me; possa essere unito con l’accrescimento della ricchezza, che l’accrescimento e l’abbondanza siano presso di me.
G.Cibo per te! Nutrimento adatto per te! Forza a te! Affinché tu conquisti la forza!
H Tu sei ambrosia, tu sei la prosperità, tu sei la generazione.

NOTA 2: al sito www.sacred-texts.com
The Hymns of the Atharvaveda – HYMN VII – Skambha, the Pillar or Fulcrum of all existence

Manu Stambha (colonna sacra), nel “Kailash Cave Temple”, a Ellora nel Maharashtra, India; sono templi scolpiti nelle cave tra il settimo e l’undicesimo secolo; dal 1983 le Cave di Ellora sono iscritte nel registro dell’Unesco quale patrimonio mondiale dell’ umanità.

II° PARAGRAFO.
Poiché, come è stato detto sopra, vi è un’analogia tra la casa corporea e la casa cosmica(corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo), il pilastro del corpo, corpo sottile e grossolano, è il “respiro”, chiamato “Soffio Mediano”, principio assiale della vita e dell’essere dell’uomo (l’Atman, il Sé, la scintilla dell’Energia Cosmica o scintilla di Brahman, il Fuoco Brahmanico).
Coomaraswamy, a conferma di ciò, cita le Upanisad Vediche, ed esattamente la AitareyaÂranyaka (III, 1, 4 e III, 2, 1 )e la Brihadâranyaka Upanishad (II, 2, 1):

Aitareya-Âranyaka – III, 1, 4 – Primo ADHYÂYA , quarto KHANDA(suddivisione).
2. lascia che prenda consapevolezza che il respiro è la “trave” su cui poggia l’intera casa del corpo.
(nota: la traduzione di “beam”, sul testo in Inglese, è anche: raggio, di sole-di luce, irradiazione, fascio).

Aitareya-Âranyaka – III, 2, 1 – secondo ADHYÂYA (libro) , primo KHANDA.
1. Sthavira Sâkalya disse che è il respiro è la trave, e come le altre travi poggiano sulla casa-trave, così l’occhio, l’orecchio, la mente, il discorso, i sensi, il corpo, il tutto il corpo poggia su questo respiro.
(mia libera traduzione dall’Inglese, al sito: http://www.sacred-texts.com)

Brihadâranyaka Upanishad – II, 2, 1 – Secondo brahmana (trattato riguardante le tecniche dei sacrifici; parola che deriva da Brahman, quale principio creativo del mondo, l’Origine Divina di tutti gli esseri, l’Anima Universale).
1. In verità egli sa che il bambino (nota: lingâtman, o corpo sottile, Sé) con il suo spazio (nota: il corpo), la sua camera (nota: la testa), la sua colonna (nota: il soffio vitale, o Soffio Mediano), e la sua corda (nota: il cibo, che tiene legato il corpo sottile al corpo grossolano , tiene lontani i sette parenti (nota: i sette organi della testa attraverso i quali l’uomo percepisce il mondo e ne resta attaccato) che lo odiano. In verità quel bambino è l’interiorità profonda, il suo spazio il corpo, la camera è la testa, la colonna è il soffio vitale (o Soffio Mediano), la corda è il cibo.
(mia libera traduzione dall’Inglese, al sito: http://www.sacred-texts.com)

III° PARAGRAFO.
Devio dal testo di Coomaraswamy per citare un’altra fonte con cui mi pare interessante il collegamento.
Lilian Silburn, rigorosa traduttrice e studiosa del Tantrismo e dello Shivaismo kashmiro, nel suo libro “La Kundalini o Energia del Profondo”, descrive appunto la KUNDALINI come:
“Asse ritto proprio al centro della persona e dell’universo, che è all’origine della potenza dell’uomo, di cui assorbe e dispiega le energie….la vera “Kundalini” consiste nell’ascesa dell’energia attraverso i centri (si chiama perciò kundalini drizzata)…il risveglio della Kundalini è il risveglio dell’energia cosmica che giace latente in ciascun essere umano”.
Benché non sia espertissima di filosofie orientali, credo che il concetto di Atman – Sé, Fuoco Brahmanico – sia sovrapponibile all’idea della “Kundalini”.
E mi viene spontaneo anche collegare l’idea di Anima Mundi alla descrizione, che riporta la Silburn, citando la Paratrimsika(opera dello sivaismo del Kasmir), del “Cuore Divino” , il cui centro è etere vuoto, privo di dualità:
“Questo cuore eterno senza pari è il centro immobile e vibrante della Coscienza, ricettacolo universale dal quale nascono e in cui si riassorbono tutti gli universi”.
La nostra autrice prosegue descrivendo l’Iniziazione alla Kundalini, la più alta delle quali, detta appunto “del serpente” (bhujangavedha), avviene mediante la “perforazione” di “ruote turbinanti” (cakra), centri energetici situati lungo l’asse corporea centrale.
Il “Trika” (nota: significa “Trinità” ed è il sistema della Triplicità dello Sivaismo del Kasmir) ammette soltanto 5 ruote principali, dal centro della radice (muladhara) fino alla sommità del capo (brahmarandhra, o “orifizio del brahman”).
I centri sono collegati tra loro per mezzo di “nadi”, o circuiti di flussi energetici; le principali “nadi” sono tre: “ida” (nadi lunare), “pingala” (nadi solare) e “susumna”, quest’ultima detta anche “via regale del centro” o “madhyanadi”.
La “madhyanadi” è la via divina ed ignea che la “kundalini” prende per elevarsi fino alla sommità.
Lungo queste “nadi” si trovano appunto dei “centri”, che la kundalini deve perforare nel corso della sua ascesa.

Immagine tratta dal testo di Lilian Silburn “La Kundalini o Energia del Profondo”

Mi sembra importante sottolineare che non s’intende “centri fisiologici” del corpo grossolano, ma “centri di forza” del corpo sottile, che solo lo “yogin” sa localizzare.
Vorrei soffermarmi sul “brahmarandhra” e il “dvadasanta”, o “ruota finale”, ricollegandomi a Coomaswaramy e alla “Porta celeste”, oltre la quale l’Uomo può raggiungere la Liberazione.

Similmente al tempio, che ha la sua Porta del Sole localizzata nell’apertura della cupola, e al Cosmo, in cui il Sole è la Juana Coeli o “porta della liberazione” (moksadvara),
nell’uomo quest’uscita è individuata nel “foramen” cranico (al di sopra del capo, il supremo “dvadasanta”, situato a dodici dita del “brahmarandhra”, conosciuto solo da chi si è unito con Siva , cioè chi è giunto alla Liberazione in vita). (vedi NOTA 1)
“Foramen” ancora aperto nel momento della nascita e che in vita può esser mantenuto “aperto” attraverso esercizi spirituali appropriati, poiché:
“questa apertura di Dio (brahma- randhra) corrisponde alla punta ovvero all’ occhio del cuore (vedi NOTA 2), che è la Città di Dio (Brahma pura) microcosmica dentro di noi, da cui, al momento della morte, si diparte lo Spirito. Architettonicamente, il brahma- randhra o foramen, nel tempio costruito dall’uomo corrisponde alla lanterna, all’ apertura per il fumo, o al lucernario della casa tradizionale e in alcuni templi occidentali antichi quest’occhio della cupola è ancora una finestra circolare aperta, sicché la struttura rimane ipetrale (nota: priva di copertura). ” (A.K. Coomaraswamy, Il grande brivido)

NOTA 1. MAITRÂYANA-BRÂHMANA-UPANISHAD: SIXTH PRAPÂTHAKA
30.
“…
Ci sono infiniti raggi (arterie), per il Sé che, come una lampada, dimora nel cuore: bianco e nero, marrone e blu, ambrato e rossiccio.
Uno di loro (il Sushumnâ) conduce verso l’alto, perforando il disco solare: attraverso esso, oltrepassato il mondo di Brahman, essi accedono al sentiero più alto.
… ”
Mia libera traduzione dall’inglese, al sito: https://www.sacred-texts.com

NOTA 2.
Nota di Coomaraswamy – Per l’occhio del cuore, cfr. Comenio, Il Labirinto del mondo, basato su J.V. Andreae (Civis Christianus):”In alto, nella volta di questa mia camera, una grande finestra, raggiungibile solo mediante una scala; attraverso di essa, da un lato Cristo guarda giù e dall’altro si poteva sbirciare fuori in ciò che stava al di là”.

La “kashmir valley”

IV° PARAGRAFO.
Nel II° paragrafo Coomaswaramy spiegava che il “pilastro-colonna” del nostro corpo nei Veda è il “respiro”, chiamato “Soffio Mediano”, principio assiale della vita e dell’essere dell’uomo.
Anche la Silburn, illustrando le tecniche dei mistici sivaiti, rimarca come il controllo del “soffio” (il respiro) sia una modalità basilari per il superamento della dualità mentale e dell’ascesa della kundalini.
Soffio si traduce con il termine “prana”, che comprende sia l’Energia cosciente universale che la vita stessa del corpo.
Lo yogin, attraverso esercizi specifici di riequilibrio tra inspirazione ed espirazione, riesce a canalizzare verso l’alto questa energia, divenuta “soffio verticale” (udana), che sale sotto forma di kundalini.

Dallo“Saktavijnana” di Somananda (nota: Somananda, 875-925 d.C, era un grande maestro dello Shivaismo kashmiro).
II. IL DISCERNIMENTO RELATIVO ALL’ENERGIA.

II. “Pravesa”, penetrazione (della kundalini):
5-6 a. Avendo posto fine al soffio inspirato ed espirato, si fissi il pensiero proprio su questo punto. L’avere completamente padroneggiato il movimento del soffio al punto di condurre nella via mediana viene chiamato “penetrazione”;
VI.”Utthapana”, atto di far salire:
12. Ma dedicandosi completamente all’esercizio dell’espirazione (interiore del “soffio”), si reciti la formula (OM, AKSA, HRIM) e ci si concentri sull’energia totalmente risvegliata, la Dea suprema , (diritta) come un bastone. 13. Giunta dal centro del supporto (radicale) essa riposa nella via della “susumna”. Ciò è designato il termine “utthapana”, atto di far salire. E’ ora del risveglio.
VII. “Bodhana”, il risveglio:
14. Poi, quando si trova nel bulbo,essa, perforandoli in successione ( nota: i centri energetici, o “ruote”, o “cakra”, deve penetrare nell’ombelico, in Brahma, situato nel cuore, poi in Visnu, l’indefettibile, che sta nella gola, e quindi deve immediatamente entrare in Rudra, che risiede nella volta palatina.
15. Poi deve entrare in Isvara, che si trova tra le sopracciglia, e penetrare in Sadasiva, attraverso la porta del “brahman”. Risvegliata, raggiunge rapidamente la sfera di “Siva-senza-relazione” (Anasritasiva), situato nel vuoto al di là di ogni vuoto.

Evidenzio l’azione di “perforazione”, o “vedha”, della kundalini in ascesa di ruota in ruota, perché sarà interessante, nel paragrafo seguente, tracciarne l’analogia con la natura dei tre “mattoni Autoperforati” (svayamatrnna) nella costruzione dell’Altare del Fuoco della tradizione vedica, analizzata da Coomaraswamy.

Intermezzo: la costruzione dell’Altare di Fuoco, o AGNICAYANA.
Prima di proseguire con l’analisi che ci offre Coomaswaramy circa la natura dei “mattoni autoperforati” dell’ Agnicayana, mi pare opportuno introdurre un breve – e di certo non esaustivo, vista la complessità dell’argomento e la vastità dei rimandi nei testi religiosi – chiarimento circa la costruzione ed il senso dell’Altare del Fuoco vedico.

Kalibangan, nella regione del Rajasthan, in India: resti archeologici di altari di fuoco vedici preistorici (2000 a.C. circa); immagine tratta dal sito http://www.geocities.com/ifihhome/articles/bbl002.html

Nella tradizione vedica il mondo manifesto è nato tramite il “sacrificio” di Purusha (Sacrificato e Sacrificatore al contempo), Uomo Primordiale-Uomo Cosmico, che fu smembrato dai Deva all’inizio dei tempi e dalle cui membra nacquero tutti gli esseri manifestati (vedi Rig Veda X, 90; si raccomanda anche la lettura del cap. 46 del testo di Guenon “Simboli della Scienza Sacra”).
Per tale motivo la ritualità vedica intorno al “sacrificio” (yajna) occupa un ruolo determinante, poiché è attraverso di esso che l’uomo può ri-stabilire un collegamento tra realtà manifestata e mondo divino.
Di solito il sacrificio, accompagnato da inni-mantra-orazioni, è un’offerta alla divinità di cibo e/o bevande/animali sul fuoco dell’altare, spazio sacro che dai primordi l’uomo riserva alla rivelazione ierofanica, luogo ove le impurità cessano e l’unione tra Cielo e Terra diviene possibile. Una delle cerimonie più antiche ed importanti per il Sacrificio vedico è sicuramente la “costruzione dell’altare di Fuoco” o Agnicayana.

Agni, il Fuoco, è una delle divinità centrali dei Veda:

Agni, il dio del Fuoco, immagine tratta dal sito http://www.sacred-texts.com/

 

simboleggia la “scintilla vitale”, il principio della vita nella Natura animata ed inanimata;
Agni è nell’uomo, negli animali, nelle piante, nel cibo;
Agni è il fuoco del sole, quello della folgore ed anche il fuoco acceso sulla terra dall’uomo per onorare gli Dèi;
è il Messaggero, mediatore fra il piano umano e quello divino;
Agni si identifica anche con l’Anima Mundi, ed è la manifestazione – o meglio, frammenti di manifestazione – attraverso cui si può intuire l’esistenza di Brahma su questo nostro mondo.

L’erezione dell’altare di Fuoco ha quindi la funzione di “aprire una finestra o una porta” verso il Cielo, in cui la struttura stessa, di mattoni, ed il fuoco fungono da “ponte”.
L’esposizione minuziosa dell’intero rituale, con il numero esatto dei mattoni da utilizzare, i piani in cui disporli, il loro significato, ecc., viene riportata in diversi testi sacri indù:
-i Veda della scuola dello Yajurveda Nero; la Taittiriya Samhita. – Khanda 4 ;
-il Satapatha Brahmana, dal libro VI a libro IX;
-nei Rig Veda, di cui indico particolarmente l’Inno 143, Agni,
verso 8
“O Agni, vigile con i tuoi guardiani vigili, buoni e potenti (nota: ad es. le stelle), preservaci;
O Isti (nota: “isti” significa “mattone” e in questo contesto si deve intendere “altare di mattoni”), con i tuoi guardiani forti, mai distratti, sempre attenti (nota: i mattoni), proteggi i nostri bambini!”

L’intero rituale si svolge in dodici giorni, durante i quali si erge un grande altare in cinque strati-livelli (equivalenti ad una unità temporale vedica chiamata “yuga”, che corrisponde a cinque anni), il cui livello più alto è a forma di uccello (falcone), l’”Uttara-vedi”, che simboleggia sia il Sacrificio che il Sacrificatore, il quale così può accedere al Cielo.
I cinque strati, partendo dal basso, sono:
I° strato o livello – rappresenta la terra
II° strato – rappresenta l’unione della terra e dell’atmosfera
III° strato – rappresenta l’atmosfera
IV° strato – rappresenta l’unione dell’atmosfera con il cielo
V° strato – rappresenta il cielo.
L’edificazione dell’Altare è l’espressione e l’applicazione della visione tripartita del cosmo (esplicitata proprio nei Rig Veda) in
Terra, Atmosfera, Cielo, (vedi figura 1), a cui sono assegnati rispettivamente i numeri 21, 78, e 261.
La somma di questi numeri dà 360, che è la rappresentazione simbolica dell’anno.

Figura 1: La divisione tripartita del mondo e il suo ampliamento in cinque strati

I mattoni usati variano per tipo (speciale, ordinario), forma (quadrato, triangolare, autoperforato), simbolismo (a seconda del livello in cui sono collocati, vedi sopra):
il primo livello è composto da 98 mattoni, il secondo da 41, il terzo da 71, il quarto da 47 ed il quinto da 138; i mattoni di questi livelli sono “speciali” o “yajusmati».
La somma dei mattoni del secondo e terzo livello (112) equivale ad un terzo dei giorni dell’anno solare; la somma del terzo e del quarto livello (118) corrisponde ad un terzo dell’anno lunare, la somma del quarto e del quinto piano (186) è all’incirca metà anno solare, ecc.
Ad essi si sommano 10.800 mattoni ordinari (lokamprna) posti a riempire l’Uttara-vedi; si aggiungano inoltre tre mattoni “svayamatrnna” (mattone autoperforato), collocati al centro del primo, del terzo e del quinto strato.
In definitiva, questa costruzione, come tutte le costruzioni sacre (altari, santuari, ecc.), ha il senso di riprodurre la ierofania primordiale, il “luogo” del principio del mondo, in cui si realizza l’incontro tra Cielo e Terra.

Agnicayana 1990, Kerala, India, dal sito http://www.india-picture.net/index.php

 

V° PARAGRAFO.
Coomaswaramy, nel testo “Il grande brivido” – cap. 26, analizza la struttura della “punaskiti”, o “seconda costruzione”, dell’Altare del Fuoco vedico, che consiste essenzialmente nella messa in posa di:
-tre “mattoni autoperforati” (“svayamatrnna” o Janua Coeli, Porta del Cielo) che rappresentano la Terra, l’Aria e il Cielo;
-mattoni delle stagioni, che rappresentano l’Anno
-mattoni chiamati “Luci Universali” (Visvagyotis), che rappresentano Agni, Vayu, Aditya (Fuoco, Vento dello Spirito e Sole).

Satapatha Brahmana, IX, 5, 1, 58-60, quinto ADHYÂYA. Primo BRÂHMANA.
58. Egli (nota: colui che compie il rituale) deve solo deporre i mattoni perforati in modo naturale; perché quelli perforati di natura sono questi “mondi” (nota: Terra, Aria, Cielo) ; e la costruzione dell’altare di fuoco è la medesima di questi stessi tre mondi.
59.Egli deve solo deporre i mattoni stagionali; perché i mattoni stagionali simboleggiano l’anno, e la costruzione dell’altare di fuoco è l’anno.
60.Egli deve solo deporre i mattoni “luci universali”; perché quei mattoni rappresentano quelle divinità (nota: Agni- il fuoco, Vâyu- il vento, Âditya –il sole), e la costruzione dell’altare di fuoco è quelle divinità.

Il nostro autore focalizza l’attenzione sui tre “mattoni autoperforati” che, insieme alle tre Luci Universali, :
”Compongono l’Asse Verticale dell’Universo, il corridoio per passare da un mondo all’altro, in senso ascendente come discendente”.
Il primo mattone, la Terra, è anche il “focolare”, ed il più alto, il Cielo, è il lucernario cosmico: uno su l’altro, i tre mattoni formano un “camino” e Coomaswaramy rileva che in latino “caminus” – di origine greca – significa “focolare” ma anche “camino”; parimenti, in lingua spagnola, “camino” significa “via”.
La caratteristica di essere “perforati” non va intesa come qualità porosa della pietra, bensì è da riferirsi alla forma anulare, con un foro al centro (di origine naturale, ma spesso anche prodotta), per permettere
-il passaggio ascensionale dei soffi (prananam utsrstyai), che permette allo spirito di far ritorno alla sua origine;
-la visione del mondo celeste (atho svargasya lokasyanukhyatyai), per “rivelare”.
Essi furono la via dei Deva (nota: essenze spirituali, potenze, “forme del soffio di Prajapati”, epiteto di Brahma), che per primi salirono e scesero per questi tre mondi, usando le Luci Universali come pietre di Guado ( samyanyah), ed è la stessa via che può fare il Sacrificatore(nota: nella tradizione vedica il mondo manifesto è nato tramite il “sacrificio” di Purusha, Uomo Primordiale, che fu smembrato dai Deva all’inizio dei tempi e dalle cui membra nacquero tutti gli esseri manifestati; vedi Rig Veda X, 90; si raccomanda anche la lettura del cap. 46 del testo di Guenon “Simboli della Scienza Sacra”), cioè colui che compie l’atto rituale del sacrificio, della “disintegrazione”-morte, per la “reintegrazione”-riunione con l’origine.
E’ indubbio che una costruzione sì fatta sia da mettersi in relazione con il simbolismo della “scala cosmica”.
Coomaswaramy infatti indica un parallelo tra questo “ponte” costruito con mattoni e la scala di Giacobbe (vedi Genesi 28,l0-21).

M. Chagall, Jacob’s Dream

C. rammenta anche che – nel Dhammapada Atthakatha, vol.III, 225 – Bhudda discende dai Cieli del Trayastrimsa (o Tavatimsa) tramite una scala di gemme, con “l’intenzione di percorrere il cammino degli uomini (manussapatham gamissami).”
Dalla cima di questa scala si possono vedere in alto tutti i Brahma-loka (nota: i mondi in cui dimora il dio Brahma e i Deva), in basso le profondità dell’inferno, e intorno tutto lo dispiegamento dell’intero universo disposto nelle quattro direzioni.
I piedi della scala posano sulla porta della città di Samkassa (o Sankasa, “Luogo di manifestazione”), dove c’è un santuario chiamato “Immobile” (“acalacetiya”).

Il Buddha scende dai Cieli del Trayastrimsa; dipinto su foglia di palma, risalente al dodicesimo scolo d.C., conservato al National Museum di New Delhi; immagine tratta dal sito http://ignca.nic.in/
Buddha scende dal Tavatimsa di insegnare l’Abhidhamma a Sariputta, nella versione tailandese
Buddha scende dal Tavatimsa di insegnare l’Abhidhamma a Sariputta, nella versione tailandese
Raffigurazione dei Cieli del Tavatimsa; manoscritto birmano, risalente al diciottesimo secolo; immagine tratta dal sito http://www.loc.gov/exhibits/
Stupa buddista di Bharhut, India; secondo secolo a.C., le scale del Tavatimsa; immagine tratta dal sito http://ignca.nic.in/
La Scala della Virtù, Monastero di Sucevita, Romania; affreschi esterni, eseguiti tra il 1595 e il 1596.

VI° PARAGRAFO.
Abbiamo così nell’Altare del Fuoco la ricostruzione di una “scala celeste”, i cui gradini sono i nostri mattoni “speciali”, in particolare i mattoni “autoperforati” che rappresentano i tre mondi (Terra, Aria, Cielo), da attraversare se si vuol giungere alla Juanua Coeli, il Sole.
Autoperforati significa, è stato già scritto, “pietre anulari”, attraverso la cui apertura circolare passa il “soffio vitale” (Sé, Atman, Spirito, ecc.) del Sole, soffio onnipervadente che li vivifica.
Attraverso il Soffio, i tre Mondi sono col-legati l’uno l’altro, come le perle di una collana con il filo (si pensi anche al filo che filano le Parche greche e scandinave).

Inni dell’ Atharvaveda – Libro X –
Inno VIII
38. Conosco il filo (sutram) teso su cui questa progenie è infilata il filo del filo io conosco; che altro è, se non il Grande (mahat, il Sole), che ha natura del Brahman?

KAUSHÎTAKI-UPANISHAD
Terzo ADHYÂYA
3. L’uomo vive deprivato della parola, per questo noi vediamo gente muta. L’uomo vive privato della vista, per questo noi vediamo gente cieca. L’uomo vive privato dell’udito, per questo noi vediamo gente sorda. L’uomo vive privato della mente, per questo noi vediamo gente infantile.
L’uomo vive deprivato delle sue braccia, delle sue gambe. Per questo noi vediamo tutto ciò.
Ma “prana” (respiro, soffio) solo è la coscienza (pragnatman), che, afferrato questo corpo, lo fa stare diritto.
….

BRIHADÂRANYAKA-UPANISHAD – Primo ADHYÂYA –
Terzo BRÂHMANA
19. Egli – il Soffio vitale, che è anche il Sé – era chiamato Ayâsya Ângirasa, perché è l’energia/la linfa (rasa) degli arti (anga)
….
20. Egli (il Soffio vitale) è anche Brihaspati, perché la “parola” è Brihati (nei Rig-Veda), e egli è il suo signore; per questo il Soffio è Brihaspati.
21. Egli – il Soffio – è anche Brahmanaspati, perché la “parola” è Brahman (Yagur-veda), e il Soffio è il suo signore; per questo egli è Brahmanaspati.
Egli – il Soffio – è anche Saman (l’ Udgitha), perché la “parola“ è Saman (Sama-veda), e Saman è sia “parola” (sa) che “respiro” (ama). Ecco perché Saman è chiamato Saman.
22. O perché egli (il Soffio vitale o respiro) è uguale/simile alla formica, alla mosca, all’elefante, uguale a questi tre mondi (terra, aria, cielo), uguale a questo universo, per ciò egli è Saman

23. Egli è Udgitha (nota: la sillaba OM, qui inteso come atto di culto connesso con Saman).
Il Soffio vitale è UT (nota: antico nome della nota musicale DO), perché il Soffio sostiene (uttabdha) tutto questo universo; e la parola è Ghita, inno.
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Brihadâranyaka Upanishad – terzo ADHYÂYA –
settimo BRÂHMANA
1.Poi Uddâlaka Âruni (nota: bramino, appartenente alla casta indiana dei sacerdoti) chiese:
“Yâgñavalkya (nota: uomo saggio, guru), noi dimorammo a Madras nelle case di Patankala Kapya, studiando il sacrificio. Sua moglie era posseduta da un Gandharva (nota: spirito maschile della natura); gli chiesero: “Chi sei?”
Ed egli (il Gandharva) rispose:” Io sono Kabandha Atharvana’” – e poi egli disse a Patañkala Kâpya e a noi studenti:
”Tu conosci, Kapya, quel filo filo che tiene legati insieme questo mondo, e tutti gli altri mondi e tutte le creature?”
e Patañkala Kâpya replicò:”Sì, lo conosco, signore”.
E il Gandharva chiese ancora a Patañkala Kâpya e a noi studenti:”Conosci il Reggitore (il Sovrano) interiore (“antaryamin”, ovvero, l’intimo testimone, la guida dell’essere cosciente), che dall’interno “regge” questo mondo, gli altri mondi e tutte le creature? (nota: lo Spirito, l’Atman, l’Immortale)”.
E Patañkala Kâpya replicò:”Sì, lo conosco”.
E il Gandharva chiese ancora a Patañkala Kâpya e a noi studenti:”Colui che, o Kapya, conosce il filo e chi lo regge, conosce Brahman, conosce i mondi, conosce i Deva, conosce i Veda, conosce i Bhutas (spiriti), conosce il Sé-l’Atman, conosce ogni cosa”.
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2.Yâgñavalkya disse: Vâyu (il vento – il soffio divino – il respiro dell’universo) è quel filo, o Gautama.
Per mezzo del soffio, come per mezzo di un filo, questo mondo e gli altri mondi e tutte le creature sono legati insieme.
Quindi la gente, di una persona morta, dice che i suoi arti sono “slegati-sfilati”; poiché per mezzo del soffio, come per mezzo di un filo, essi – gli arti – sono tenuti infilati-legati insieme”.

Mie libere traduzioni dall’inglese, al sito: http://www.sacred-texts.com

Il simbolo detto “Balla di Cotone”, che appare in antiche monete indiane punzonate, sono tre “auroperforati” infilati su un “palo”; immagine tratta dal testo “Il grande Brivido”, di A. K. Coomaraswamy.
N.B. Coomaraswamy, in “Storia dell’Arte Indiana ed Indonesiana”, mette in relazione questo simbolo con il “caduceo”.