Lignum vitae

“…la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.” J. L. Borges

“Speculum theologiae”, manoscritto tedesco illustrato, risalente a XIII-XIV sec.
Nell’immagine: il diagramma dell’Albero della Vita”, ispirato all’opera “Lignum vitae” di San Bonaventura. Immagine tratta dal sito: http://beinecke.library.yale.edu/speculum

Nel corso del mio approfondimento circa la possibile analogia tra la passione-resurrezione di Cristo e il simbolismo del processo alchemico (pure qui è necessario accennare che l’intuizione di Jung riguardo al fine della ricerca alchemica – come scrivono anche C. Crisciani e M.Pereira in “L’Arte del Sole e della Luna”, cap.”Interpretazione dell’Alchimia” – evidenziava come esso fosse volto al perfezionamento della Materia, in un’ottica di “ri-conciliazione” tra corpo e spirito; si vedano le opere junghiane “Aion” e “Mysterium Coniunctionis”), e in particolare sul parallelo tra “pietra filosofale-elixir di lunga vita” e “Cristo”, mi sono imbattuta in alcuni trattati appartenenti al corpo alchemico attribuito ad Arnaldo da Villanova (“Tractatus Parabolicus” e “Exempla in arte philosophorum”), di cui mi ha colpito il riferimento alla “radice di Jesse”.
“Radice di Jesse” (Antico Testamento, Libro del profeta Isaia, cap.XI) da cui germoglierà un virgulto (una piccola pianta; in latino “virga de radice Jesse”), e su quel virgulto “ si poserà lo spirito del Signore”.
Secondo l’interpretazione di alcuni Padri della Chiesa (e citerò S. Agostino, Rabano Mauro, Bernardo di Chiaravalle), il “virgulto” è Maria, madre di Gesù.
“Virgulto” che è “legno di vita” (Bernardo di Chiaravalle), “virgulto” che è “la croce” (S. Agostino, Rabano Mauro).
Virgulto da cui germoglia un fiore/frutto, cioè Cristo (Bernardo di Chiaravalle).

“Speculum humanæ salvationis”: l’albero di Jesse, Pierpont Morgan Library, M. 385, fol. 6 verso. Questa versione dello “Speculum” risale alla metà del XV secolo ed è di origine fiamminga.
Immagine tratta dal sito: http://www.escholarship.org/editions/view?docId=ft7v19p1w6&chunk.id=d0e549&toc.depth=1&toc.id=d0e549&brand=eschol

Mi è balzata alla mente la seguente associazione:
virgulto/pianta/legno di vita/albero della vita;
“albero della vita” da cui si estrae il “succo”, l’”elisir di lunga vita”, il “fiore” (vedi “Exempla in arte philosophorum”).

Ho trovato conferma di ciò (in realtà, non solo alla luce di una ricerca strettamente alchemica o spirituale, ma in un’ottica più ampia, direi archetipica) nello studio di M.Eliade (Trattato di storia delle religioni, cap.VIII La vegetazione: simboli e riti di rinovamento, paragrafo 109. l’Albero e la Croce; ma devo indicare anche il testo di G.Durand, “Le strutture antropologiche dell’immaginario”, parte seconda: i simboli ciclici, paragrafi “la croce e il fuoco” e “il senso dell’albero”), in cui si parla dell’Albero della Vita come “archetipo” di “tutte le piante miracolose, che risuscitano i morti, guariscono le malattie o danno la giovinezza, ecc.”.
Dall’Albero della Via, che è “ ricettacolo di forza, vitalità e sacralità” si ottiene l’erba che “ri-dona la Vita”.
E Cristo è colui che, con il suo sacrificio, dona agli uomini la “vita eterna”:
“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Vangelo di Giovanni, Cap. 6., ver. 47-58).

E l’elixir è “erba dell’immortalità”, della “ri-generazione”:

dal “Dizionario di Alchimia e di Chimica farmaceutica antiquaria” di Marcello Fumagalli , alla voce “Elisir o Elixir”
…Esso fu sinonimo di Pietra Filosofale e di Quintessenza come fu definito nel manoscritto delCodice Aladino 341 della Biblioteca dell’Università di Pavia.
Elixir sic deffinetur: si è la sublimatione de metallici corpi che in se contien li suoi mercurij ch’ha proprietà di trasmutare li corpi calcinati et cotti in vera medicina , cioè la pietra philosofica; et tutte le altre operationi fatte inanzi a questo sono chiamate da noi volgari et communi, ma da lui poscia indietro sono dette philosofiche.
Fu il prodotto tanto bramato dagli alchimisti capace di trasmutare i metalli imperfetti in oro, come il documento originale intitolato Progetto di Bruno Botalino Certosino per poter riuscire il grande Elixir de’ filosofi, ossia la medicina Universale ed indi la trasmutazione dei metalli imperfetti affermava.
Ma accanto a tale convinzione ci fu quella più filosofica in cui l’elisir raffigurò “l’anima del mondo”, il soffio divino che animava ogni essere vivente sulla Terra, l’acqua distillata in grado di rigenerare i corpi depurandoli dalle scorie spirituali, veri impedimenti del processo d’affinamento dello spirito umano nell’avvicinarsi alla perfezione divina.
L’elisir fu dunque il Mercurio dei Filosofi, l’Anima Mundi nel cui splendore era riposta l’immagine di Cristo Redentore, della pietra quadrangolare raffigurazione della perfezione e della raggiunta fine della Grande Opera.

da “Il Toson d’oro” di Salomon Trismosin (1612), Trattato Sesto, cap.”Esposizione particolare degli effetti meravigliosi della vera medicina dei filosofi”
Il punto primo della sua perfezione è di preservare la persona da qualsiasi malattia che a lui può arrivare nel suo stato di salute e di salubre convalescenza trasmettendogli questa buona e perfetta qualità…Calid, nel suo Specchio dei Segreti d’Alchimia, dice che essa purifica i corpi dalle loro malattie accidentali e conserva sane le loro sostanze, in una totale prosperità immune da ogni alterazione imperfetta….Questa medicina rende l’udito sano, fortifica il cuore, ristabilisce la salute in membra malate, cancella dal corpo tutti i tumori, fistole, ulcere.
… è un vero balsamo contro le specie di mali e un singolare difensore delle infermità del corpo, ringiovanendo lo spirito, aumentando le energie, conservando la giovinezza…in breve, in quest’ opera si vede realizzato il grande segreto e il tesoro incomparabile dei più rari segreti di tutti i Filosofi…molti altri celebri e famosi medici l’hanno preferita a tutti i loro medicamenti, chiamandola medicina perfetta e balsamo universale.
Quindi la similitudine Cristo-Elixir parrebbe confermata non sono come “esempio”, ma anche nel significato più profondo di “anelito alla perfezione/salute” (sia fisica che spirituale), direi, a mio parere, da compiersi su questa terra.

Tornando al tema centrale della nostra scheda, l’Abero, E. Neumann (ne “La Grande Madre”) scrive che esso è al centro del simbolismo vegetale connesso con la Grande Madre Terra, che fa scaturire da sé tutta la vita:
“L’albero, inteso come albero della vita portatore di frutti, è femminile: genera, trasforma, nutre. Allo stesso modo le foglie, i rami e le frasche sono “contenuti” in esso e dipendono da esso. …
L’albero, inoltre, inteso come tronco, è un contenitore, all’interno del quale dimora il suo spirito, così come l’anima dimora nel corpo.
La natura femminile dell’albero è confermata inoltre dalla capacità di generare insita nella cima e nel tronco dell’albero, come dimostra, tra tanti esempi, la nascita di Adone… Così anche il pilastro “Ded” di Osiride come bara, come cassa contenente i morti, è femminile e materno. Il simbolismo dell’albero, del tronco, del pilastro, del palo è determinato, tra l’altro, anche dalla natura del legno, che in quanto “ulè” (dal greco), non costituisce solo l’esito di una crescita ma, quale materia da cui tutto ha origine, possiede anche il carattere elementare.“
(Fulcanelli, “Il Mistero delle Cattedrali”, nella traduzione di P. Lucarelli:
“…dottrina alchemica che studia le trasformazioni della sostanza originaria, della Materia elementare: lat. materia, radice mater, madre)

Bernardino Luini, La nascita di Adone; Milano, Pinacoteca di Brera; già Villa della Pelucca, presso Monza .
Immagine tratta dal testo di Erich Neumann “La Grande Madre”

Neumann fa notare che in tutte le religioni gnostiche (dal Cristianesimo all’Islamismo) a carattere patriarcale l’”ulé”, la materia, viene svalutata, considerata negativa e demoniaca, contrapposta all’aspetto spirituale divino del “nous” maschile, anziché considerarla fondamento della realtà della vita adulta.
Il nostro Autore prosegue osservando che l’Albero della Vita/Madre contiene in sé gli opposti, essendo sia portatore di morte (Cristo viene sacrificato su di esso) ma anche di ri-nascita (in esso Cristo risorge); Albero di cui Cristo rappresenta il “frutto mistico”, la “vite”, lo “spirito dell’albero”, la vita che agisce dentro l’albero, l’”endendros” dionisiaco.
Di estremo interesse poi mi pare il commento che lo psicologo fa intorno al “mito dell’impiccagione di Wotan”:
“So di essere stato appeso all’albero ventoso
Per nove notti
Trafitto dal giavellotto
Consacrato a Odino
Io appeso a me stesso,
A quell’albero,
Che nessuno sa
Da quale radice cresca.
Non mi offrirono
Da mangiare, né da bere;
Mi piegai in basso,
Sollevai i tralci,
Li sollevai gemendo,
Poi caddi giù.
Cominciai a crescere
E a svilupparmi bene,
Divenni saggio;
La parola mi guidò
Di parola in parola, l’opera mi guidò
di opera in opera.
Si può comprendere ora come in tal caso sacrificio, morte, rinascita e saggezza coesistano sullo stesso piano. L’albero della vita, la forca e la croce rappresentano forme ambivalenti dell’albero materno. L’impiccato all’albero, il figlio della madre albero, patisce sì da essa la mote, ma riceve immortalità; essa infatti lo fa assurgere al suo cielo immortale , dove egli partecipa di lei come datrice di saggezza, Sophia. Sacrificio e sofferenza sono i presupposti della trasformazione protetta da lei; questa legge di morte e trasformazione (nota della M.T. si pensi al ciclo lunare) appartiene alla saggezza della Grande Dea della vita, signora di ogni crescita, sia fisica che psichica.” (Neumann, op.cit.)
(Per un approfondimento relativo al simbolismo dell’albero rimando alla lettura dell’ ottima ed esaustiva interpretazione di C.G.Jung, “La libido, simboli e trasformazioni”, cap. Simboli della madre e della rinascita, e a E. Neumann, “La Grande Madre”, cap. La signora delle piante. Circa il simbolismo dell'”Albero filosofico” di C. G. Jung, si veda il cap.8 di “Studi sull’Alchimia”, Opera omnia, vol. 13°, Boringhieri; infine, A. Cattabiani, “Florario”, cap.Gli alberi cosmici.)

“Il Libro della Santa trinità”, Serie di Pandora, 1415:
immagine del frontespizio contenuto nel Manoscritto della Biblioteca dell’Arsenal di Parigi
Immagine tratta dal sito: hdelboy.club
Si cosiglia la visione dell’intera seria, al sito Montesion

In questa prospettiva di trasformazione quale peculiarità del Femminile, rientra la “materia sublimata”, essenziale, la “quintessenza”:
“Così l’erba diviene grano e viene mutata in pane e in ostia; il legno in fiamma e luce. Il fiore diviene corona e mandala e, in quanto albero, roccia e monte, orecchio, fianco e testa, diviene sede di una nascita superiore, spirituale. Il vaso, in cui ha luogo una simile nascita spirituale, appare come vaso magico e come vaso di trasformazione, come fonte battesimale, Graal, in definitiva come storta. …La saggezza diviene latte della saggezza, rimanendo così un nutrimento e conservando non solo il carattere trasformatore di sangue e latte, ma anche il suo legame con la nascita creativa attraverso l’Archetipo del Femminile. Allo stesso modo l’elisir di vita mantiene il carattere di simbolo naturale e il “bene supremo” appare come erba o frutto dell’immortalità, come liquore o aqua vitae, diamante o perla, fiore o seme.” (Neumann, op.cit.)
Per una maggiore comprensione, si veda lo Schema sinottico del simbolismo del Femminile per Erich Neumann.)

Scrive Marcello Fumagalli, nel “Dizionario di Alchimia e di Chimica farmaceutica antiquaria”, alla voce “Albero di vita”:
Albero di vita (anche Albero filosofico). Nome che gli alchimisti diedero, alcune volte, al loro mercurio e più comunemente al loro elisir. Panacea universale capace di resuscitare i morti, cioè i metalli imperfetti che venivano elevati alla perfezione dell’argento, nella fase dell’albedo, o a quella dell’oro, nella fase della rubedo. Sinonimo di bosco della vita.
E alla voce “Albero”:
Nome usato dagli alchimisti per identificare la materia prima per la pietra filosofale. Il grande albero dei filosofi fu il loro mercurio, la loro tintura il loro principio, e la radice di tutte le cose. L’albero fu tra i temi simbolici il più ricco e diffuso e nell’iconografia alchemica fu raffigurato con la quercia (l’albero ermetico per definizione), simbolo della forza e della longevità. Alle volte l’albero degli alchimisti apparve cavo e in tal caso fu la trasposizione dell’athanor, il forno con cui l’alchimista riusciva a generare ogni cosa. Sinonimo della Grande Opera.

Nicholas Flamel, The Book of Abraham the Jew. Per la comprensione di quest’immagine si rimanda al testo di Fulcanelli “Il mistero delle cattedrali”, nella traduzione di P. Lucarelli, alle pagine 107-110.
Immagine tratta dall’url: http://hdelboy.club.fr/abraham_juif.html
Engraving 5 from Abraham Eleazar, Uraltes chymisches Werck
Immagine tratta dall’url: http://www.alchemywebsite.com/amcl_eleazar.html
Frontispiece from Johann Daniel Mylius, Philosophia reformata, Frankfurt, 1622.
Immagine tratta dall’url: http://hdelboy.club.fr/index.html

D’altra parte, anche “legno della Croce”, fatto con l’Albero della Vita del Paradiso terrestre, possiede la virtù di guarire gli infermi e ridare la vita, come ci narra ne “Legenda aurea” Jacopo da Varagine (vedi sotto).

Dicevamo, “Virgulto da cui germoglia un fiore/frutto, cioè Cristo”.
Trovo bellissima e altamente significativa la spiegazione dell’origine di Cristo-Elixir-fiore di Arnaldo da Villanova (in “Exempla in arte philosophorum”; testo tratto dal libro di C. Crisciani e M.Pereira “L’Arte del Sole e della Luna”):
“Ci si chiede qui in che modo il fiore spuntò dalla radice, e il virgulto dalla radice. Lo schema analogico (exemplum) è questo.
Dio creò tutte le cose dai quattro elementi (nota della Maria Teresa: Terra, Aria, Acqua, Fuoco. Si consiglia la lettura de “La Filosofia Occulta”, libro primo La magia naturale, , di C. Agrippa, sul web al sito http://www.ousia.it/SitoOusia/SitoOusia/TestiDiFilosofia/TestiHTML/Agrippa/FilosofiaOcculta.htm)
e gli elementi sono la radice di tutte le cose che sono nel mondo.

Emblem from Camerarius, Symbolorum et Emblematum, 1595..
Immagine tratta dall’url http://www.alchemywebsite.com/index.html

E Cristo volle assumere forma e carne umana per amor nostro: perciò uscì dalla radice di Jesse che fu radice di Maria.
E tutti gli uomini sono usciti da Adamo, e Adamo fu creato da Dio dai quattro elementi, e gli elementi sono la radice di tutte le cose.
Perciò Cristo, per quanto concerne la sua natura umana, prese forma nella Vergine, e la Vergine la prese dagli elementi.
In tal modo Cristo fu composto da elementi (elementatus), e il fiore uscì dalla radice, cioè dagli elementi.
Questo può essere compreso così nell’arte nostra, poiché il virgulto è chiamato argento vivo (nota della M.T.: non si intende l’argento comune), e il fiore è chiamato elixir; lo zolfo indica il padre; il mercurio uscì da lui coi quattro elementi, e l’elixir fu fatto dall’argento vivo nello zolfo, il che indica il padre e la madre.
Da parte della madre, cioè del mercurio, è stato “elementato”, ed è nato dalla radice. L’elixir è designato come Cristo, interpreta Cristo.
Come Cristo – per il genere umano – con la nascita venne al mondo, conobbe la passione della morte, la resurrezione e l’ascensione;
in modo analogo si dice dell’argento vivo e dello zolfo, che da loro esce un uomo gusto libero da ogni peccato e dalla morte, spinto tramite passione, resurrezione e ascensione.”

A mio parere, è importante notare che per l’Alchimista “Cristo/Lapis” è composto dai quattro elementi “primari”, che costituiscono due coppie di opposti:
terra-aria
acqua-fuoco.

Simboli alchemici: TERRA. Immagine tratta dal testo di R. Alleau “Aspetti dell’Alchimia tradizionale”
Simboli alchemici: ARIA. Immagine tratta dal testo di R. Alleau “Aspetti dell’Alchimia tradizionale”
Simboli alchemici: FUOCO. Immagine tratta dal testo di R. Alleau “Aspetti dell’Alchimia tradizionale”
Simboli alchemici: PIETRA FILOSOFALE. Immagine tratta dal testo di R. Alleau “Aspetti dell’Alchimia tradizionale”
Frontespizio dell’opera Azoth, di Basilio Valentino (XV sec.).
Due filosofi, Senior e Adolphus, stanno discutendo ai piedi di un albero con tre radici. Tra essi vi è un triangolo che punta verso il basso, con lo Zolfo all’angolo sinistro (accanto a Senior), il Sale a destra accanto ad Adolphus, e il Mercurio nell’angolo centrale. L’albero ha sette rami collegati con i pianeti, il Sole a sinistra, seguito da Marte e Venere, Mercurio al centro, seguito da Saturno, poi Giove e la Luna a destra. Nei rami dell’ albero vi è un triangolo che punta verso l’alto e riflette quello sotto.
Tratto dai siti: http://hdelboy.club.fr e http://www.alchemywebsite.com/
Abraham Eleazar, Uraltes chymisches Werck, “Donum Dei”, Erfurt, 1735;emblema 7: un esagramma inscritto in un rettangolo. Ai vertici dell’esagramma vi sono il Sale, lo Zolfo e il Mercurio, e lo Spirito, il Corpo, l’Anima. Negli angoli del rettangolo ci sono i simboli dei quattro elementi.
Tratto dal sito http://www.alchemywebsite.com/
Da Jacob Boehme, Theosophische Werke, Amsterdam 1682 Immagine tratta dal sito: http://www.jacob-boehme.eu/parser/parser.php?file=/de/leben.de.htm

Quindi, mi ripeto e sottolineo, Cristo/Lapis è la “sintesi”, è la “totalità”, come, del resto, anche il simbolo della “croce”. E per “totalità” si intende: maschile-femmnile, luce-buio, ecc., ovvero la totalità del mondo manifesto
Cristo è il Punto-l’Unità dove si uniscono gli opposti; è il “quinto elemento” o “quintessenza” (che Guenon individua nell’Etere – secondo la scuola aristotelica, nella cavità del cuore, nello Spirito universale e divino che è al “centro” di ogni uomo)

Isidoro di Siviglia (560 circa – 636), “De Natura Rerum”.
Questo schema mostra l’interconnessione tra l’uomo e l’universo: nel centro è scritto ‘Homo Kosmos’, mondo degli uomini. Il cerchio esterno è diviso in sezioni che mostrano gli elementi e le loro qualità: terra / freddo e secco, fuoco / caldo e secco, aria / caldo e umido, l’acqua / freddo e umido. Il cerchio interno mostra, attorno alle parole ‘Homo Kosmos’, la stagione e l’umore associati a ciascuno degli elementi / qualità. Così, autunno e l’umore malinconico con la terra, l’estate e il collerico con il fuoco, la primavera e il sanguigno all’aria, l’inverno e il flemmatico con l’acqua.
Immagine tratta dal sito: http://www.uni-koeln.de/~ahz26/edition/o131vd7f.htm
Gioacchino da Fiore (1135 – 1202), “Liber Figurarum”, Le ruote di Ezechiele.
Immagine tratta dal sito: http://www.centrostudigioachimiti.it/Benvenuti/Benvenuti.asp
Dall’Antico Testamento, Ezechiele, 1, Visione del cocchio divino:
…Al centro apparve la figura di quattro esseri animati, dei quali questo era l`aspetto: avevano sembianza umana e avevano ciascuno quattro facce e quattro ali…
Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezze d`uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra e, ognuno dei quattro, fattezze d`aquila…
Tra quegli esseri si vedevano come carboni ardenti simili a torce che si muovevano in mezzo a loro. Il fuoco risplendeva e dal fuoco si sprigionavano bagliori…
Io guardavo quegli esseri ed ecco sul terreno una ruota al loro fianco, di tutti e quattro. 16 Le ruote avevano l`aspetto e la struttura come di topazio e tutt`e quattro la medesima forma, il loro aspetto e la loro struttura era come di ruota in mezzo a un`altra ruota…
Dovunque lo spirito le avesse spinte, le ruote andavano e ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell`essere vivente era nelle ruote.

Scrive Jung (la “Tetrasomia”, di C. G. Jung, cap.8 di “Studi sull’Alchimia”, Opera omnia, vol. 13°, Boringhieri):
“Nel simbolismo spontaneo dell’inconscio la Croce in quanto quaternità si riferisce al Sé, alla totalità dell’uomo. Il segno della croce è quindi un richiamo all’aspetto salvifico della totalità o della produzione di totalità.”
Scrive ancora Jung (“Psicologia e Alchimia”, cap.simbolismo dei mandala), a proposito del simbolismo del “quadrato”:
“Qui (nota: Jung interpreta un sogno) compare per la prima volta il quadrato…Il problema della quadratura del circolo, così come il Lapis, la tinctura rubea, e l’aurum philosophicum, ha interessato profondamente gli spiriti medievali.
La quadratura del circolo è un simbolo dell’opus alchymicum, in quanto essa scompone l’unità iniziale caotica nei quattro elementi, per poi ricomporli in una unità superiore”.
Guenon (in “Simboli della Scienza sacra”) afferma che la croce è un simbolo del quaternario e offre spunti di notevole interesse circa il simbolismo del “centro” e della “svastica” (simboli attinenti alla figura di Cristo, che, nella croce, è il “punto” d’incontro tra l’asse verticale e quella orizzontale):
In sintesi, il Centro è al tempo stesso il principio e la fine di tutte le cose; è, secondo un simbolismo conosciutissimo, l’Alpha e l’Omega (nota della M.T.: Apocalisse di Giovanni, 22, 13 ” Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine”). Meglio ancora, è il principio, il mezzo, la fine; e questi tre aspetti sono rappresentati dai tre elementi del monosillabo “Aum” al quale Charbonneau-Lassay aveva alluso in quanto emblema di Cristo e la cui associazione alla svastica, tra i segni del monastero di carmelitani di Loudun, ci sembra particolarmente significativa. Questo simbolo…è per eccellenza un simbolo del Verbo, che è realmente il vero Centro del Mondo.”
Svastica che, secondo Guenon, non è un simbolo solare, bensì rappresenta il movimento di una rotazione che si compie intorno al Centro; poiché il Centro imprime il movimento e poiché il movimento è vita, la svastica è un simbolo di vita o, più esattamente, “della funzione vivificante del Principio in rapporto all’ordine cosmico”, cioè dell’azione del Principio in rapporto al mondo.

scrive Guenon che unendo i poli opposti nord-sud ed est-ovest all’interno della circonferenza otteniamo il simbolo della CROCE e ruotando i bracci intorno al CENTRO (il punto fermo, eterno) si ha il simbolo della svastica.
fotografia tratta da “Dalla Terra alle Genti”, mostra di archeologia Cristiana;
Mattone decorato, segni Chi-Ro e Alfa-Omega, V-VI sec d.c., dalla Betica, Spagna, Museo di Madrid. I Cristiani desiderano imprimere su ogni aspetto dell’esperienza quotidiana il sigillo di Cristo così da rendergli viva la memoria in ogni istante.
ph. Giovanni Lattanzi

Centro, prosegue Guenon, da cui ha origine e intorno a cui si irradia la vita, e in cui essa si riassorbe, ritornando ad una Unità originaria.

la ROSA

Analoghi per significato, in questo contesto, appaiono i simboli della ruota e del fiore.
Lo Stesso Charbonneau-Lassay (ne “Il giardino del Cristo ferito”, cap. “Il simbolismo della rosa”), assieme al già citato Aum ed al Serpente crocifisso, pone la rosa quale emblema di Cristo, in particolare la “rosa mistica ad otto petali intrecciati” che ruotano intorno ad un centro:
“L’apposizione della “svastica” su quest’ultima rosa abbina dunque due emblemi di Gesù Cristo che sono al tempo stesso due geroglifici relativi allo sbocciare della vita umana”.

Immagine tratta al testo Di Louis Charbonneau-Lassay “Il giardino del Cristo ferito”

E. Zolla, nel suo saggio “Archetipi” (cap.V, La visione della rosa), definisce la ROSA:
il “simbolo dei simboli”, l'”archetipo dell’Unità”, la “ruota raggiante”, il “mandala che si forma attorno al raggio di sole”.
Scrive il nostro raffinato autore:”Quando la convergenza degli archetipi all’Unità è offuscata, la mente fantastica,
quando è chiara, viceversa, l’immaginazione si attiene all’ordine immaginale, che assume in Occidente la forma suprema d’una rosa palpitante, mentre in Oriente appare come l’anelito d’un loto sulle acque.”

Immagine tratta dal testo “La Grande Madre” di E. Neumann”

Mi soffermerò sulla rosa, poiché qui mi interessa far emergere le possibili similitudini tra la figura di Cristo, il Lapis e il Fiore/Frutto (del resto il “frutto” è un ingrossamento dell’ovario del fiore), quali “filiazioni” dell’albero.
Partiamo da due testi già visti, il primo a carattere mistico e il secondo alchemico:

Bernardo di Chiaravalle ( 1090 – 1153), nel sermone “De Adventu Domini”.
703-717 SERMO I. De Adventu Domini, et sex circumstantiis ejus.
4. Ex his manifestum jam arbitror, quaenam sit virga de radice Jesse procedens, quis vero flos super quem requiescit Spiritus sanctus. Quoniam Virgo Dei genitrix virga est, flos Filius ejus. Flos utique Filius Virginis, flos candidus et rubicundus, electus ex millibus (Cantic. V, 10); flos in quem prospicere 0042D desiderant angeli, flos ad cujus odorem reviviscunt mortui, et sicut ipse testatur, flos campi est (Cant. II, 1)….(vedi più sotto i TESTI)

Arnaldo da Villanova in “Exempla in arte philosophorum”(testo già citato)
…Cristo volle assumere forma e carne umana per amor nostro: perciò uscì dalla radice di Jesse che fu radice di Maria. E tutti gli uomini sono usciti da Adamo, e Adamo fu creato da Dio dai quattro elementi, e gli elementi sono la radice di tutte le cose. Perciò Cristo, per quanto concerne la sua natura umana, prese forma nella Vergine, e la Vergine la prese dagli elementi. In tal modo Cristo fu composto da elementi (elementatus), e il fiore uscì dalla radice, cioè dagli elementi…

A questi aggiungo:
la definizione alla voce “FIORE” dal “Dizionario di Alchimia e di Chimica farmaceutica antiquaria” di Marcello Fumagalli
: “i fiori avevano due significati in Alchimia. Il primo era puramente chimico ed identificava gli ossidi e i cloruri mentre il secondo i colori della Grande Opera. Le rose rosse o bianche corrispondevano alle Pietre Filosofali, l’Iris al nero della putrefazione, l’Elleboro alle due pietre, l’una bianca e l’altra rossa.”
e

un terzo studio, tratto dal testo di Irving Lavin (tra i massimi studiosi dell’arte italiana del Rinascimento e del Barocco) sul Duomo di Firenze “Santa Maria del Fiore”, cap.”la cristologia di Santa Maria del Fiore):
“Cito una brillante osservazione fatta da Cristina Acidini Luchinat (nota della M.T : storica dell’arte) in riferimento alla mescolanza di scene mariane e cristologiche nelle finestre della navata. Ella ha ripreso un elemento rilevato di rado…che l’appellativo “Fiore” – chiaramente riferito al nome della città e al suo fiore emblema, il giglio, uno dei più antichi e venerati simboli della verginità di Maria – aveva anche un altro livello interpretativo.
Il fiore allude anche al sommo fiore che scaturisce dalla radice e dall’albero di Iesse, Cristo stesso.
Acidini Luchinat si riferisce ad un altro dei famosi sermoni di San Bernardo, quello sull’Avvento, dove egli spiega con grande cura la virginale nascita di Cristo come il completamente genealogico delle generazioni del Vecchio Testamento, e descrive il figlio di Maria affermando che “Flos est filius Virginis”, il fiore è il figlio della Vergine.
Acidini Luchinat fa questa osservazione analizzando il tema base che individua nel progetto delle vetrate istoriate del Duomo, quello della continuità del Vecchio Testamento nel Nuovo Testamento, tramite Cristo.
Per comprendere il valore di quest’aspetto cristologico della dedica mariana di Santa Maria del Fiore nulla è più eloquente del tono della Provvisione datata 9 marzo 1412 con cui i sovrintendenti istituivano ufficialmente l’Annunciazione come una festa speciale della Cattedrale. (nota della M.T.: il 25 Marzo)
Qui l’Annunciazione stessa, come l’incarnazione, è definita il “fiore e l’inizio della nostra redenzione”.

Ancor più precisamente:
“il Fiore e l’inizio della nostra redenzione fu la benigna, umile e graziosa Incarnazione del Figlio di Dio, che fu annunziata dall’angelo”
( Flos ac initium nostre redemptionis fuit benigna bumilis ac gratiosa Incarnatio Filii Dei, que fuit per angelum nuntiata. Per il testo completo della riformagione del 1412, vedi: C. Guasti, Santa Mana del Fiore, cit., doc. 464, p. 310).
Citazione tratta dal sito: http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/DiocesiCEI/index.jsp?idDiocesi=75&rifi=&rifp=

Trovo assai rilevante quest’ultima frase, in cui si accosta volutamente il “fiore” alla “redenzione”.
In un capitolo del libro di Guenon “Simboli delle Scienze sacre” dedicato ai “fiori simbolici” anche il nostro studioso rileva come il fiore sia simbolo della “creazione-manifestazione”, e come la “creazione” abbia una relazione strettissima con la “redenzione”, poiché entrambe sono due aspetti dell’operazione del Verbo divino.

Ritengo che “l’uso” della rosa associata alla passione e redenzione di Cristo ed anche alla Pietra Filosofale abbia diverse ragioni stratificatesi nelle varie epoche, che tenterò di illustrare.
Credo che anche per la “rosa” (come per il loto, la melagrana e la mela) si possa parlare di “naturali rapporti di somiglianza tra certe parti del corpo umano e determinati frutti, rapporti che la primitiva mentalità mediterranea, con un procedimento che ha veramente del totemico, benché non lo sia, trasforma in rapporti di identità.” (U. Pestalozza , “I miti della donna giardino”)
Il nostro grandissimo studioso fa l’esempio della “melagrana” (pag. 30 e segg.), detta anche – in greco – “side” (o “site”) accostata al termine “sinda” (o “sita”) che significa “vulva”.
Questa mistione di sacro e profano non deve destare né stupore né turbamento, poiché questa identità tra umano e vegetale era tesa a cogliere il più profondo “mistero”, ovvero il “segreto della ri-nascita”, del rinnovamento della vita, che si svolge all’interno di un’intima, buia, inaccessibile e segreta cavità. Cavità da cui poi, miracolosamente, sboccia la vita, che sia un fiore o un bimbo.
Pestalozza scrive che le esperienze mistiche e religiose, da cui traggono origine anche i misteri cretesi, si inseriscono in questo arcano vincolo tra carne femminea-zolla di terra.
Riporto un brano del libro citato che descrive ancor meglio la preziosità del simbolismo floreale:
“Tornando ai singoli fiori, la notizia di un tardo e pur prezioso documento egizio (nota: il “Grande papiro magico parigino”), ce ne rievoca uno che porta un nome straordinariamente suggestivo e parlante, “lotometra” (in greco); un fiore, dunque, che è fiore e matrice insieme e che conferma l’originario significato del loro, del roseo “nelumbium speciosum” nella regione del Delta nilotico sin dall’età predinastica, in pieno clima mediterraneo, quando Horos balzava fuori dalla corolla dischiusa del fiore, cioè del sacro “Aidoion” (nota: parti intime”) di Iside, e quando Uatcet lo portava sormontato dal sacro canestro, mistico doppione del suo intimo fiore.
Tale era il significato di questa magnifica ninfea anche nel mondo religioso indiano, dove, col nome di “padma”, essa designava pure la vulva, più comunemente detta “yoni” e “bhaga”, ed insieme una divinità, Padma, che ne accoglieva in sé la duplice forma floreale e umana, e ne era perciò anche la rappresentazione antropomorfica.
Già del Buddismo mahayanico, che ereditava, appropriandosela, un’antichissima concezione precaria e, più particolarmente, nel tantrismo,
A “padma” espressione mistica della “yoni” o “bhaga” corrispondono “vajra” il “fulmine” e “mani”il “gioiello”, designazioni parimenti mistiche del “linga”, onde un illustre studioso del Buddismo è propenso a ritenere esatta la vecchia interpretazione della formula magica:”om mani padma hum”, tradotta con “il gioiello dentro il loto”, cioè il Budda (vajrasattwa) riposante nel “padma” misterioso della sua Tara o Bhagavati, per realizzare con essa l’unione suprema.” (U.Pestalozza, op.cit. pag.37)

La nascita di Horus, tardo VIII secolo a. C., Arslan Tash (antica Hadatu), avorio arricchito con oro, museo del Louvre, Pargi.
Questa placca d’avorio intagliato arricchita con oro era parte della decorazione di un mobile. Il soggetto, la nascita di Horus su un fiore di loto, è presa in prestito dal repertorio iconografico egiziano. Il tema qui è assai liberamente interpretato: il dio Horus è affiancato da due genii alati. La scena è stata trovata raffigurata su altre dodici placche.
Immagine tratta dal sito del museo del Louvre

Tra parentesi, faccio notare che:”Oro è il fanciullo Filosofico nato da Iside e da Osiride, o dalla donna bianca e dall’uomo rosso.” – Tratto dal cap.”La storia di Oro” del libro di A.G.Pernety “Le favole egizie e greche”.

Iside e la rosa mi rammentano un’altra “ri-nascita” magica, vorrei dire, e cioè quella narrata da Apuleio nelle “Metamorfosi”: il libro XI si apre con la dolcissima visione della Dea fra le dee, Iside, che appare all’”asino” Lucio.
La Dea, maestosa ma anche misericordiosa, viene in soccorso al tapino dicendogli (XI, 5-6):”
«Eccomi o Lucio, mossa dalle tue preghiere, io madre della natura, signora di tutti gli elementi, origine e principio di tutte i secoli, la più grande di tutte le divinità, regina dei morti, la prima dei celesti, colei che in sé riassume l’immagine di tutti gli dei e di tutte le dee, che col suo cenno governa le altezze luminose del cielo, i salubri venti del mare, i desolati silenzi dell’oltretomba, la cui potenza, unica, tutto il mondo onora sotto varie forme, con diversi riti e differenti nomi….
Eccomi, sono qui, pietosa delle tue sventure, eccomi a te, soccorrevole e benigna. Cessa di piangere e di lamentarti, scaccia il dolore, grazie ai miei favori ormai già brilla per te il giorno della salvezza. «Sta’ ben attento, invece, agli ordini che ti do: il giorno che sta per nascere da questa notte, come vuole un’antica tradizione, è consacrato a me…
Infatti ci sarà un sacerdote in testa alla processione, che per mio volere porterà intrecciata al sistro una corona di rose. Senza esitare tu fatti largo tra la folla e segui la processione, confidando in me, poi avvicinati a lui come per baciargli devotamente la mano e afferrargli le rose. Vedrai che in un attimo ti cadrà questa brutta pelle d’animale che anch’io già da tempo detesto.”
Lucio attende il giorno fatidico ed esegue ciò che predetto la Dea (XI, 12-14):
“Intanto il sacerdote, messo sull’avviso dal sogno notturno, come potetti constatare da me stesso, e a sua volta colmo di meraviglia per l’esatta corrispondenza tra ciò che stava accadendo e gli avvertimenti divini, subito si fermò e allungando il braccio, egli stesso mi porse la corona proprio davanti alla bocca. Allora tutto trepidante, col cuore che mi batteva forte, smanioso che la promessa s’adempisse,afferrai avidamente quella corona di bellissime rose intrecciate ch’era uno splendore e la divorai. E la celeste promessa non mi deluse. In men che non si dica persi il mio brutto e animalesco aspetto; dapprima cadde l’ispido pelo, poi la grossa pelle si assottigliò, il largo ventre si restrinse, dalle piante dei piedi, attraverso lo zoccolo, spuntarono nuovamente le dita, le braccia non furono più zampe ma, rialzatesi, ripresero le loro funzioni, la testa ritornò eretta, il viso e il capo si arrotondarono, le orecchie da enormi che erano tornarono piccole come prima, i denti, grossi come ciottoli, ripresero dimensioni umane; infine la coda, quella coda che più d’ogni altra cosa era stata la mia ossessione, scomparve. La folla rimase incantata dalla meraviglia; i più devoti si prostrarono in adorazione davanti alla potenza così evidente della grande dea, alla grandiosità di quella metamorfosi e anche alla naturalezza con cui s’era compiuta, così simile a un sogno notturno, e a voce alta e in coro, levando al cielo le braccia, testimoniarono lo straordinario miracolo della dea. ….
Cadutami quella maledetta pelle d’asino, infatti, io me ne ero rimasto con le cosce strette e le mani incrociate sulle mie vergogne facendo del mio meglio per coprirmi con quello schermo naturale, ovviamente come può farlo un uomo nudo.”
Testo tratto dal sito: http://web.tiscalinet.it/latino/Apuleio_metamorfosi/metamorfosi_XI.htm#1

A. Durer, La festa delle ghirlande di rose (detta anche “La festa del Rosario): fu realizzata dal pittore nel 1506, durante un suo soggiorno a Venezia. Era stata commissionata, come anche l’altare dipinto per la loro cappella nella chiesa parrocchiale di San Bartolomeo, da ricchi mercanti tedeschi, facenti parte della Fondazione dei Tedeschi a Venezia. Commissionanti scelsero il tema: il dipinto raffigura una congregazione ideale dei Fratelli del Rosario. La Vergine con il Bambino, San Domenico e gli angeli dispensano ghirlande di rose sul capo dei fedeli, in segno di benedizione. Sulla sinistra vediamo i rappresentanti del clero, con a capo il Papa, mentre sulla destra vi sono i rappresentanti del potere secolare, con a capo l’imperatore Massimiliano I.
Testo e immagini tratti dal sito: http://www.ngprague.cz/html/ajuvod.htm
A. Durer, La festa delle ghirlande di rose , part.
Madonna con la rosa: vetrata all’interno della Cattedrale di Notre-Dame de Laon, part.

Anche Charbonneau-Lassay (op.cit.) scrive che vi sono rapporti evidenti, che affondano lontano nella civiltà umana, tra la Rosa e l’organo fisico della Maternità:
“La Vita è la suprema espressione, la più meravigliosa manifestazione dell’Opera divina sulla terra; essa è il primo dei doni che Dio ci ha fatto…In quasi tutti i paesi rivieraschi del Mediterraneo orientale la Rosa fu la figura allegorica, graziosa e casta, dell’ammirazione e della riconoscenza umana verso qesto dono della Divinità che permette all’essere vivente di perpetuare la sua razza attraverso la trasmissione della vita… Non c’è da illudersi: il carattere emblematico della Rosa dei culti antecedenti la nostra era non poteva scandalizzare i primi simbolisti cristiani, né farli esitare nel prendere questo fiore come uno degli emblemi personali del Cristo benedetto…In molti passaggi della Scrittura Egli non era forse stato annunciato dai Profeti come un germe di vita? Non è il Vivificatore del mondo, l’autore di ogni vita? Non ha forse detto di sé stesso “Io sono la vita?”

Approfondendo il simbolismo relativo alla “rosa” e più genericamente al “fiore”, uno dei significati ad esso connesso è quello che si riferisce al principio femminile in quanto “ricettacolo”, “calice”, “coppa”ed anche “sostanza universale”, “natura manifesta”, “creazione”.
Guenon accosta la “coppa” al Graal ed alla leggenda secondo la quale il sangue e l’acqua sgorgati dal fianco del Cristo crocifisso furono raccolti da Giuseppe di Arimatea nella coppa dell’ultima cena.
(A questo proposito, mi piace citare un bellissimo passo tratto dal volume primo de “Le Dimore Filosofali” di Fulcanelli, circa l’”uomo col grifone” scolpito nel “Maniero della Salamandra” a Lisieux, un’enorme testa con un ghigno assai poco simpatico, fornito di corna e corona, che pare rappresenti Baphomet.Vedi NOTA 1)
Le gocce di sangue, ci ricorda Guenon (op.cit.), sono l’immagine delle influenze emanate dal Principio maschile (Guenon parla di Purusha, “creatore”), come anche accade nel mito di Adone, il cui sangue, spargendosi per terra, fa nascere un fiore (nota della M.T.: anche nel mito di Attis, il sangue dell’evirato Agdistis fecondò il terreno, dove crebbe un melograno, il cui frutto rese madre di Attis la ninfa Nana).
Il sangue in modo particolare è la “linfa vitale” degli uomini, è simbolo di tutti i valori connessi al fuoco, al calore ed alla vita.
Questa relazione simbolica tra fiore-sangue-rinascita la possiamo ritrovare (come è stato già accennato più volte sopra) anche nell’iconografia cristiana:
Guenon cita la dotta ricerca di Louis Charbonneau-Lassay (Il Giardino del Cristo ferito) che ha segnalato
-un ferro da ostie del secolo XII, in cui si vede il sangue delle piaghe del Crocifisso cadere in goccioline che si trasformano in rose;
-la vetrata del secolo XIII della cattedrale di Angers ove il sangue divino, che scorre in ruscelli, sboccia ancora sotto forma di rose.
In altri esempi è descritto l’opposto, ovvero non la rosa quale trasformazione del sangue divino, ma la rosa che raccoglie le gocce di sangue.
Del resto in questo contesto appare difficile catalogare la “rosa-fiore” solo come “creazione-manifestazione”, e non metterla direttamente in rapporto diretto con il “principio vitale”, con l’idea di “resurrezione-redenzione” (come poi si vedrà nella simbologia alchemica).
Guenon stesso ci evidenzia l’assonanza fontetica che esiste tra il nome “rosa”e “rugiada” (“ros”) e che , secondo la dottrina cabalistica “la pioggia di sangue equivale alla rugiada celeste emanata dall’Albero della Vita” ; questa medesima rugiada è fondamentale nel simbolismo alchimistico e rosacrociano.

Scrive A. Cattabiani (Florario) che, dalla Persia fino alla tradizione cristiana, la ROSA e il FUOCO sono omologhi, poiché simboleggiano il Divino,e i petali di rose sono diventate il simbolo delle lingue di fuoco con cui lo Spirito Santo si manifestò agli apostoli. (vedi NOTA 2)

Manoscritto in pergamena, scritto in gotico per l’uso in un monastero Cistercense, forse quello di Saint-Remi-lez-Rochefort, collabile tra il 1490 e il 1510.
L’immagine mostrata è il dettaglio del foglio n.9, con dipinte le cinque piaghe di Cristo che fuoriescono dal centro di altrettante rose, quattro rosse ed una bianca. Tratto dal sito: http://scriptorium.columbia.edu/

Ordine dei Cavalieri templari e Fraternitas Rosae-Crucis.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
Dante: Paradiso, canto XXXIII, 7-9

Ho inserito questa citazione tratta dalla Divina Commedia perché a questo punto mi corre l’obbligo accennare, seppur brevemente, all’Ordine dei Cavalieri templari e alla Fraternitas Rosae-Crucis.
E poiché non sono assai erudita nel merito, mi servirò del colto ed affidabile A. Cattabiani (il quale rimanda agli studi di R. Guenon “L’esoterismo di Dante” e di L.Charbonneau-Lassay in “Regnabit” Gennaio 1925), nel cap. dedicato alla Rosa tratto da “Erbario”.
Dunque, Cattabiani nel suo delicato libro introduce l’argomento proprio affermando che Dante era un” fratello” (non un “cavaliere”) templare della Fede Santa con il titolo di “Kadosch”, in ebraico “consacrato”:
”I Cavalieri templari …erano un ordine religioso sorto nel 1118 per proteggere i pellegrini che si recavano a Gerusalemme…Cavalieri del Tempio (nota: Militia Dei la chiamava San Bernardo di Chiaravalle) che indossavano una bianca stola crociata di rosso…il bianco mantello li poneva tra quelle genti vestite di bianco che, secondo Innocenzo III, “sono davanti al Trono di Dio e Lo servono giorno e notte nel suo Tempio”; e la rossa croce a otto punte…aggiungeva al significato del simbolo cristiano quello mediatore del numero 8 che unisce il bianco della Conoscenza al rosso del Santo Amore.…
L’autorità dell’Ordine era tale che ad esso si rivolgevano i sovrani europei per redimere contrasti e conflitti fra di loro e con l’Islam….
Si sa come finirono: perseguitati e massacrati da Filippo il Bello, che li accusava di crimini inesistenti, ma in realtà voleva impossessarsi dei loro beni e stroncare un Ordine che non si sarebbe subordinato alla politica nazionalistica della monarchia francese.…
La rosa, posta al centro della Croce, divenne poi il simbolo della Fraternitas Rosae-Crucis la cui dottrina era identica a quella dei Fedeli d’Amore, della Fede Santa e della Massenia del Santo Graal.”

Particolare della decorazione di una tovaglia d’altare ricamata nell’abbazia di Fontevrault, XVI sec.
Immagine tratta al testo Di Louis Charbonneau-Lassay “Il giardino del Cristo ferito”

Cattabiani prosegue, in accordo con gli studi di Guenon e di Louis Charbonneau-Lassay, assentendo la sostanziale sovrapponibilità, contestualmente, tra il simbolo della rosa e il Graal; evoca un antico disegno sull’orlo di un ricamo rinvenuto nell’abbazia francese di Fontevrault (vedi immagine sopra) che raffigura una rosa sotto una lancia da cui colano piccole gocce di sangue, sangue che vivificano il fiore, facendolo sbocciare:
“La lancia è quella che aprì il costato di Gesù, e la rosa è la coppa del Graal, emblema del cuore umano che sboccia nel Cristo vivendo in comunione con lui, trasformandosi nel Cuore del Cristo; rosa mistica che si bagna nel sangue della Croce, si pone al centro della Croce, come i Cavalieri torturati e massacrati dall’empio Filippo il Bello…

Pagine tratte dal testo “Geheime Figuren der Rosenkreuzer“ (Simboli Segreti dei Rosacrociani ), Altona 1785-1788;
le immagini provengono dal sito dell’ University of Wisconsin Digital Library.

…Quella rosa mistica è anche il rosone delle cattedrali che circonda il monogramma del Figlio dell’Uomo alludendo alla speranza nella vita eterna. ..E’ l’estrema luce floreale che si manifesta nel mezzo del cielo notturno pieno di stelle, culmine dello sviluppo spirituale dell’uomo: come il loto per i buddisti. E’ la candida rosa dell’Empireo di Dante, formata dai beati disposti nella concentricità della spirale dei petali: una rosa che, dal suo centro – giallo lago di luce – s’innalza come un anfiteatro verso la Sorgente della Luce. …Ed ecco apparire agli occhi del poeta la Regina dell’Empireo, culmine dello sviluppo sprituale terreno, colei nella quale il Cristo si specchia: Madre e Figlia del Figlio, rosa che regna nella rosa del decimo cielo, potenza spirituale che ama e salva, ragio celeste che costituisce il legame tra Dio e l’uomo, e conduce l’uomo a Dio.”(Cattabiani, op.cit.)

So che può sembrare terribilmente semplicistico, ma sento la necessità “appuntare” il seguente, sintetico, collegamento, a cui riallacciarmi nel prosieguo della ricerca:
albero – rosa – gocce di sangue – rigenerazione/redenzione – luce/fuoco/calore – cuore/centro.

La Rosa in Alchimia…

<align=”justife”><align=”justife”>Ma il simbolismo della ROSA nei testi alchemici veniva utilizzato? Cosa indicava? <align=”justife”>Alcuni passi sopra ho citato</align=”justife”></align=”justife”></align=”justife”>
la definizione alla voce “FIORE” dal “Dizionario di Alchimia e di Chimica farmaceutica antiquaria” di Marcello Fumagalli , in cui si parla anche del simbolo della ROSA:
“i fiori avevano due significati in Alchimia. Il primo era puramente chimico ed identificava gli ossidi e i cloruri mentre il secondo i colori della Grande Opera. Le rose rosse o bianche corrispondevano alle Pietre Filosofali, l’Iris al nero della putrefazione, l’Elleboro alle due pietre, l’una bianca e l’altra rossa.”

Di seguito, riporto una serie di immagini e di testi alchemici centrati su questo fiore.

1.

Daniel Stolcius, Hortulus Hermeticus-Il giardino ermetico, 17esimo secolo, Emblema 53:
Una piccola collina o montagna contiene i triangoli simboli del Fuoco e dell’Acqua, mentre al di sopra in una nuvola a forma di rosa raggiante i due triangoli sono uniti a formare un esagramma o sigillo di Salomone. Sul lato destro e sul lato sinistro della collina crescono degli alberi con sei fiori ciascuno.
Immagine tratta dal sito http://www.alchemywebsite.com/

2.

Harmonie chymique di David Lagneau, gli “scudetti geroglifici” (Parigi, 1636):
Secondo il commento, essi furono disegnati sulla base degli insegnamenti di S. Tommaso d’Aquino e di Nicholas Flamel. Le quattro sezioni contengono le rappresentazioni simboliche degli elementi (Fuoco, Aria, Acqua e Terra) e nel centro è posto un cuore con cinque gocce di sangue e un fiore che nasce da esso. I simboli del sangue e del fiore sono spesso utilizzati in alchimia per rappresentare la Tintura Rossa o “fioritura” della Grande Opera.
dal sito http://www.alchemywebsite.com/

3.
George Ripley, Liber Secretissimus (1479), testo tratto dal sito Montesion
Del lavoro al rosso
Quando avrete trovato la nostra Pietra Bianca come su descritto, dividetela in due parti uguali, e su di una mettete una quarta parte di Mercurio sublimato, polverizzate entrambi e mescolateli bene insieme, e metteteli in un vaso ben tappato, ed inserite nel forno, e cuocete per un mese a fuoco moderato, finché non diventi un solo corpo, prendete poi in la parte che sarà necessaria, e il resto potete moltiplicarlo col sublimato o con dell’Argento vivo che è stato purificato dal Sale ed è Stato trattato con aceto, sottraendo così e moltiplicando secondo il vostro piacere, fino alla fine dei vostri giorni.
Ma per il Rosso, prendete l’altra parte della Pietra Bianca, polverizzatela, e mettetela in un vaso, versatevi sopra un po’ della nostra acqua ardente, o Tinta Dorata, e fateli coagulare insieme su fuoco moderato, facendo attenzione che il vaso non si rompa causa la forza del veleno ed il potere insormontabile del nostro Mercurio Rosso ed ardente, ripetete poi uno o due volte, fino alla fissità perfetta, prendete quindi la materia e polverizzatela, e versatela in un crogiolo col suddetto Olio rosso, o Acqua ardente, fino a che non abbia la consistenza di Cera, come avete fatto con la Medicina Bianca, quindi avrete la nostra PIETRA ROSSA E SCURA simile al colore del sangue, capace di compiere miracoli sulla terra ma, non è nostra intenzione il rivelarvi ora ciò, lasciandolo sperimentare a coloro cui Dio Onnipotente ritiene siano degni di apprendere, da ciò il nostro breve e piccolo libro, conciso e sostanziale, Dio al quale dobbiamo essere sempre e perpetuamente grati, per averci donato questa Conoscenza.

4.
Il “Pretiosissimum Donum Dei” è un importante ed antico testo alchemico, con una seie di dodici illustrazioni. Vi sono oltre 60 manoscritti di questo lavoro, di cui il più antico risale al 15esimo secolo.
Il testo che qui riporto è tratto e tradotto dal sito http://www.alchemywebsite.com/

LA ROSA BIANCA: Io sono l’Elisir al bianco, che trasforma tutti i corpi imperfetti in purissimo argento migliore del mio, di cui una parte ne trasforma mille di Argento vivo in purissimo Argento.
LA ROSA ROSSA: Io sono l’Elisir al rosso che trasforma tutti i corpi imperfetti in purissimo oro migliore del mio, perché se versiamo una parte di esso su mille di Argento Vivo, noi vediamo che l’Argento si rapprende e si muta in rosso, convertito in purissimo oro.

5.

Basilio Valentino, Le dodici chiavi de la filosofia.
Chiave XII: fioritura delle due pietre, dopo la moltiplicazione, al terine della Grande Opera.

Commento all’immagine di E. Canseliet:
“I due fiori largamente aperti che escono dal crogiolo simboleggiano le due Pietre, bianca e rossa, ottenute alla fine dell’elaborazione per via secca….
Le due corolle a cinque petali sono proprio quellle della “rosa canina”, della “rosa selvatica” scelta dagli alchimisti per rappresentare la degna ricompensa che attendono da Dio e dalla Natura e che assicura all’Adepto la ricchezza e la salute, senza che abbia mai causato il minimo danno agli altri uomini.
Ci torna ancora in mente un emblema del convento dei Frati Minori di Cimiziez che raffigura una rosa sbocciata.
Il motto latino che completa questo motivo evoca senza dubbio quanto il successo alchemico sia estraneo alle aspirazioni ambiziose, al sordido interesse, all’avidità senza coscienza e dipenda invece da fattori nobili di cui la filosofia è l’anima, il legame e lo strumento, cioé dall’attuazione delle alte virtù indispensabili: fede, coraggio, pertinacia, pazienza e perseveranza.
Questo fiore, qesta rosa che l’Alchimista coglie alla sera del suo grande lavoro, “fiorisce senza nuocere”
INNOXIA FLORET.
Ed anche nell’introduzione all’opera del frate benedettino Canseliet ci propone un significativo anagramma:
a proposito della favola di Cenerentola e della simbologia connessa alla sua scarpetta di vetro, Canseliet osserva che in una versione del II secolo (a cui è probabile si fosse ispirato Perrault) Cenerentola porta il nome di “Rodope”, che
traduce il greco “RHODOPIS”, che ricorda, con la radice, RODON, ROSA, e quindi, per anagramma con quella, DORON, il DONO. La Rosa Ermetica, il Dono di Dio, la Pietra Filosofale da cui i fatati Racconti di Mamma Oca, depositari delle più antiche tradizioni, sviluppano con tanta sapienza gli arcani millenari.

I TESTI

Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, cap.VIII La vegetazione: simboli e riti di rinovamento, paragrafo 109. l’Albero e la Croce.
L’Albero della Vita è il prototipo di tutte le piante miracolose, che risuscitano i morti, guariscono le malattie o danno la giovinezza, ecc.
Così sul monte Osadi si trovano quattro erbe meravigliose:”una, erba di gran pregio, risuscita i morti; un’altra fa uscire le frecce dalle ferite; la terza cicatrizza le piaghe…”
L’erba “mrtasamjivani”, che resuscita i morti, è indubbiamente la più preziosa.
Ma esiste anche una “grande erba”,”samdhani”, che ha la virtù di ricongiungere le parti di un cadavedere smembrato….
L’erba che resuscita è nota anche nel mondo romano (Plinio, Storia Naturale, 25, 5) e le sue virtù sono celebri in tutte le leggende europee.
Quando Salomone domandò l’immortalità alla regina di Saba, lei gli parlò di una pianta che si trova in mezzo alle rocce.
Salomone incontrò un “uomo bianco”, un vecchio che passeggiava con l’erba in mano e gliela diede con gioia, perché finché la conservava non poteva morire.
Quest’erba, del resto, conferiva l’immortalità, non la giovinezza.
Il vero legno della Croce risuscita i morti, ed Elena, madre di Costantino, lo fece ricercare.
La Croce fu fatta col legno dell’Albero della Vita, che stava in Paradiso, e da ciò deriva la sua virtù.
L’iconografia cristiana spesso rappresenta la Croce come Albero della Vita (nota della Maria Teresa: questa interpretazione, ovvero “Lignum vitae=Croce”, viene affermata da Sant’Agostino, in “De Cataclysmo”, vedi testo sotto).
Leggende sul legno della Croce e sul viaggio di Set in Paradiso circolarono numerose per tutto il Medioevo in tutti i paesi cristiani.
La loro origine risale all’ Apocalisse di Mosé, al Vangelo di Nicodemo e alla Vita di Adamo ed Eva.(nota della M. Teresa: la fonte è soprattutto il testo “Legenda aurea” di Jacopo da Varazze o Varagine; vedi sotto gli affreschi di P.della Francesca)
Riassumiamo brevemente la variante che ebbe maggior successo.
Adamo, dopo aver vissuto 932 anni nella valle di Hebron, fu colpito da una malattia mortale, e mandò il figlio Set a domandare l’olio della misericordia all’Arcangelo che custodisce la porta del Paradiso. Set seguì le orme dei genitori, sulle quali non era spuntata l’erba; e, giunto davanti al Paradiso, comunicò all’Arcangelo il desiderio di Adamo.
L’Arcangelo gli consigliò di guardare il Paradiso tre volte.
La prima volta Set vide la fonte da cui nascevano i quattro fiumi e, al di sopra della sorgente, un albero secco.
Al secondo sguardo un serpente si avvolse intorno al tronco.
Al terzo, vide l’albero innalzarsi fino al cielo: portava sulla cima un neonato e le sue radici affondavano nell’Inferno (l’Albero della Vita si trovava al centro dell’Universo, e il suo asse attraversava le tre regioni cosmiche).
L’Angelo spiegò a Set quel che aveva veduto, e gli annunciò l’avvento di un Redentore; gli diede poi tre semi del frutto dell’albero fatale gustato dai suoi genitori, e gli disse di posarli sulla lingua di Adamo, che sarebbe morto dopo tre giorni.
Quando Adamo udì il racconto di Set, rise per la prima volta dopo la cacciata dal Paradiso, perché comprese che gli uomini si sarebbero salvati.
Dopo la sua morte, dai semi che Set gli aveva posto sulla lingua spuntarono nella valle di Hebron tre alberi, che crebbero di una spanna fino al tempio di Mosé.
Questi, conoscendone l’origine divina, li trapiantò sul monte Tabor o Horeb (“Centro del Mondo”).
Gli alberi vi restarono un millennio, fino a che Davide ricevette il comando divinoo di portarli a Gerusalemme (altro “centro”).
Dopo vari altri episodi (la regina di Saba rifiutò di posare il piede sul loro legno, eec.), i tre alberi si fusero in uno solo, che servì a fabbricare la Croce del Redentore.
Il sangue di Gesù, crocifisso sul Centro dell Terra, precisamente nel punto dove era stato creato e sepolto Adamo, cadde sul “cranio di Adamo”, battezzando il padre dell’umanità e riscattandolo dai suoi peccati.
Un indovinello germanico medievale parla di un albero che ha le radici nell’Inferno e la cima presso il Trono di Dio, e che abbraccia il mondo tra i suoi rami, e quest’albero è precisamente la Croce.
Infatti, per i Cristiani, la Croce è il sostegno del Mondo:
quapropter lignum crucis coeli sustinet machinam, terrae fundamenta corroborat, adfixos sibi homines ducit ad vitam, scrive Firmico Materno (27, 1).
Nelle leggende orientali, la Croce è il ponte o la scala su cui salgono le anime verso Dio; posta nel Centro del Mondo, è il luogo di passaggio fra Cielo, Terra e Inferno.
In certe varianti, il legno della Croce ha sette gradini, come gli Alberi Cosmici che rappresenteno i sette cieli.”

Antico Testamento, Libro del profeta Isaia, cap.XI
Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore,
spirito di sapienza e di intelligenza,
spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore.
Non giudicherà secondo le apparenze
e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri
e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese.
La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento;
con il soffio delle sue labbra ucciderà l`empio.
– dal sito: http://www.bibbiaedu.it/versioneCEI_1974/index.html

Sant’Agostino (354 – 430), De Cataclysmo, VI, P.L. XL, 698-699
“Mi preoccupa molto la comparsa di questa verga, carissimi, se ripenso ai passi delle Sacre Scritture:
la verga è santa Maria, la verga è lo stesso Cristo, la verga è la croce.
E da questa verga quali grandi e meravigliose cose ha fatto questo architetto! Ha creato anche l’albero della croce dove egli stesso, la pietra d’angolo, è stato appeso, e la scala del cielo,per innalzare fino al Padre l’uomo caduto. Quale miracolo, fratelli, quello compiuto da questo architetto: fare della sua verga una scala, e tale che la cima è stata da lui posta in cielo, perché attraverso essa potesse salire e scendere ! […] Quattro sono i gradini della croce da lui disposti: dunque non è una scala difficile, quattro gradini conducono al cielo. Nella parte alta della croce sta il capo del crocefisso: il cristiano deve innalzare il cuore verso Dio, che interrogato sempre risponde; e così sale un gradino. Per la larghezza della croce sono inchiodate le mani del crocefisso; le mani del cristiano devono perseverare nelle opere. buone: e sale il secondo gradino. Lungo la croce è appeso il corpo del crocifisso: ognuno castighi il proprio corpo con osservanze, lo appenda ai digiuni, perché esso si metta al al servizio dell’anima; e sale il terzo gradino. Nella profondità della croce sta nascosto ciò che non vedi, ma è da lì che sorge tutto ciò che vedi. La fede cristiana soccorra [ognuno], ognuno creda in cuor suo a ciò che non può comprendere, non cerchi cose più alte di lui, la speranza lo nutra; e allora sale il quarto gradino”
– testo tratto dall’url: http://www.nuovorinascimento.org/N-RINASC/iconolog/pdf/manna/jesse-2.pdf –

“Multum expavesco expositionem virgae hujus, dilectissimi, dum loca divinarum Scripturarum considero: Virga Maria sancta, virga ipse Christus, virga crux. Et de ista virga quam magna et mira fecit hic architectus! Et arborem fecit crucis ubi ipse angularis pependit lapis, et scalas coeli per quas hominem lapsum ad Patrem levavit. Quale miraculum, fratres, hujus architecti, ut de virga sua faceret scalas, et tales quarum caput in coelum poneret, et per eas ipse et ascenderet et descenderet […] Quatuor gradus posuit crucis. Non ergo laboriosae sunt hae scalae: quatuor gradus habent, et perducunt ad coelum. In altitudine crucis caput positum est crucifixi; sursum cor habeat christianus ad Dominum, quod interrogatus quotidie respondet; et ascendit unum gradum. In latitudine crucis manus affixae sunt crucifixi: perseverent manus christiani in operibus bonis; et secundum gradum ascendit. In longitudine crucis corpus pependit crucifixi: castiget quis corpus suum observationibus, jejuniis illud suspendat, ut servituti animae subjiciat; et tertium gradum ascendit. In profundo crucis occultum est quod non vides, sed inde exsurgit hoc totum quod vides: adsit fides christiana, quod non potest comprehendere, credat corde, altiora se non quaerat, spes eum nutriat; et tunc quartum. gradum ascendit”
– testo tratto dall’url: http://www.documentacatholicaomnia.eu/02m/0354-0430,_Augustinus,_Sermones_Dubii._ De_Cataclysmo_Sermo_Ad_Catechumenos,_MLT.pdf –

Rabano Mauro (784-856), Allegoriae In Universam Sacram Scripturam, alla voce “Virga”
Virga est verbum manens (parola perenne), ut in Exodo:”Tenuit caudam, versaque est in virgam”, quod electi in uno eodemque Christo Deum et hominem credunt [1080D] esse Dominum.
Virga, humanitas Christi, ut in Paulo:”Et virga Aaron, quae fronduerat”, quod humanitas Christi, veri sacerdotis, omni sanctitatis decore fulgebat.
Virga, potestas Christi, ut in Psalmis:”Virgam virtutis tuae (emittet Dominus ex Sion)”, id est, potestatem fortitudinis suae producet ex populo Judaeorum.
Virga, vexillum crucis (vessillo della croce), ut in Exodo:” Tulitque Aaron virgam coram Pharaone [1081A]”, quod ordo praedicatorum vexillum crucis coram regibus et principibus praedicabat.
Virga, mater Christi (madre di Dio), ut in Isaia:”Egredietur virga de radice Jesse”, id est, procedet Maria de progenie Jesse.
Virga, fides, ut in Exodo:”Virga tollem in manu tua, in qua facturus es signa”, id est, fidem rectam imple in operatione, per quam debes operari miracula. ….
al sito: http://www.documentacatholicaomnia.eu/02m/0788-0856,_Rabanus_Maurus ,_Allegoriae_In_Universam_Sacram_Scripturam,_MLT.pdf

Santa croce (Firenze), affreschi di Taddeo Gaddi (1290 – 1366):”Lignum Vitae – Albero della Vita”

Bernardo di Chiaravalle ( 1090 – 1153), nel sermone “De Adventu Domini”.
703-717 SERMO I. De Adventu Domini, et sex circumstantiis ejus.
4. Ex his manifestum jam arbitror, quaenam sit virga de radice Jesse procedens, quis vero flos super quem requiescit Spiritus sanctus.
Quoniam Virgo Dei genitrix virga est, flos Filius ejus.
Flos utique Filius Virginis, flos candidus et rubicundus, electus ex millibus (Cantic. V, 10); flos in quem prospicere 0042D desiderant angeli, flos ad cujus odorem reviviscunt mortui, et sicut ipse testatur, flos campi est (Cant. II, 1), et non horti. Campus enim sine omni humano floret adminiculo, non seminatus ab aliquo, non defossus sarculo, non impinguatus fimo. Sic omnino, sic Virginis alvus floruit, sic inviolata, integra et casta Mariae viscera, tanquam pascua aeterni viroris florem protulere; cujus pulchritudo 723 non videat corruptionem, cujus gloria in perpetuum non marcescat.
O Virgo, virga sublimis, in quam sublime verticem sanctum erigis! usque ad Sedentem in throno, usque ad Dominum majestatis. Neque enim id mirum, quoniam in altum mittis radices humilitatis. O vere coelestis planta, pretiosior cunctis, 0043A sanctior universis!
O vere lignum vitae, quod solum fuit dignum portare fructum salutis! Deprehensa est, maligne serpens, versutia tua, nudata est plane falsitas tua. Duo imposueras Creatori; mendacii et invidiae infamaveras eum: sed in utroque convictus es esse mentitus. Siquidem et ab initio moritur cui dixeras: Nequaquam morieris (Gen. III, 4): et veritas Domini manet in aeternum (Psal. CXVI, 2). Sed et nunc responde, si potes, quam ei arborem, cujus arboris fructum invidere potuit, qui ne hanc quidem virgam electam, et fructum sublimem negavit? Etenim qui proprio Filio non pepercit, quomodo non omnia simul cum illo donavit? (Rom. VIII, 32.)
(tratto dal sito: http://www.binetti.ru/bernardus/35.shtml)

“Il Figlio della Vergine è il fiore, fiore bianco e purpureo, scelto tra mille; fiore la cui vista allieta gli Angeli, e il cui odore ridona la vita ai morti;
Fiore dei campi come lo chiama ella stessa, e non fiore dei giardini; perché il fiore dei campi sboccia da se stesso senza l’aiuto dell’uomo, senza i procedimenti dell’agricoltura. Così il seno della Vergine, come un campo eternamente verde, ha prodotto quel fiore divino la cui bellezza non si corrompe mai, e il cui splendore mai si oscurerà.“

Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, cap.VIII La vegetazione: simboli e riti di rinovamento, paragrafi 110. ringiovanimento e immortalità e 111. l’archetipo dei semplici.
110…dietro ogni versione dell’erba miracolosa scopriamo l’originario prototipo: l’Albero della Vita; la realtà, la sacralità e la vita concentrate in un albero meraviglioso, sito in un “centro” o in un mondo inaccessibile, i cui frutti solo gli eletti possono gustare.

111. Il valore magico e farmaceutico di certe erbe (nota della M.T.: Eliade si riferisce al paragrafo precedenti, in cui si parla del mito “dell’erba della rigenerazione e dell’immortalità”) è parimenti dovuto a un prototipo celeste della pianta, o al fatto che fu colta la prima volta da un dio.
Nessuna pianta è preziosa di per sé, ma solstanto grazie alla sua partecipazione a un archetipo o in seguitoalla ripetizione di gesti e parole che, isolando la pianta dallo spazio profano, la consacrano.
Due formule d’incantesimo anglosassoni del XVI secolo, che si pronunciavano raccogliendo erbe medicamentose, precisano l’origine della loro efficacia terapeutica: sono spunate per la prima volta (cioé “ab origine”) sul sacro monte del Calvario (nel “centro” della Terra):”Salve, erba santa, che spunti sulla terra; ti trovasti in principio sul monte Calvario; sei buona per le piaghe di ogni specie; nel dolce nome di Gesù ti colgo” (1584).
“Tu sei santa, Verbena, come cresci sulla terra, perché in principio sul Calvario fosti trovata. Tu hai guarito il Redentore e hai chiuso le sue piaghe sanguinanti; in nome (del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo) ti colgo.”
Si attribuisce l’efficacia di queste erbe al fatto che il loro prototipo fu scoperto in un momento cosmico decisivo (“a quel tempo”) sul momte Calvario.
Sono state consacrate per aver guarito le piaghe del Redentore.
L’efficacia delle erbe colte vale soltanto se chi le coglie ripete il gesto primordiale della guarigione.
La virtù dell’erba è attribuita anche dall’essere stata piantata da un personaggio divino. …(Eliade illustra poi antiche tradizioni di erbe magiche in India e in Grecia).
L’erba così evocata e colta ha valore di Albero Cosmico.
Ottenerla equivale ad appropriarsi delle virtù che risiedono in un tale ricettacolo di forza, vitalità e sacralità…
Non si tratta semplicemente di cogliere una pianta, una certa specie botanica, ma di ripeterre un’azione primordiale (la divinità la colse per la prima volta), per ottenere una sostanza satura di sacro, variante minore dell’Albero della Vita, fonte di ogni guarigione.

Piero della Francesca, “La leggenda della Vera Croce”, Cappella Bacci della basilica di San Francesco ad Arezzo.
Questo meraviglioso ciclo di affreschi che decora il coro della Cappella Bacci è ispirato alla “Legenda Aurea” di Jacopo da Varagine – 1228/1298 – (vedi paragrafo primo, Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, cap.VIII La vegetazione: simboli e riti di rinovamento, paragrafo 109. l’Albero e la Croce.) ed ha come tema centrale l’esaltazione ed il culto della Croce.

Cappella Bacci

Il Vasari così ci descrive l’opera di P. della Francesca ( 1412 – 1492):
… E fu condotto in Arezzo da Luigi Bacci, cittadino aretino, e dipinse in S. Francesco la loro cappella dello altar maggiore, la volta della quale era cominciata da Lo renzo di Bicci. Nella quale sono le istorie della Croce, da che i figliuoli di Adamo, sotterrandolo, gli pongono sotto la lingua il seme dello albero dal quale nasce il predetto legno, sino a la esaltazione di essa Croce fatta da Eraclio imperadore, che portandola su la spalla, a piedi e scalzo entra con essa in Ierusalem; dove sono molte belle considerazioni e molte attitudini degne certo di esser lodate, come, verbigrazia, gli abiti delle donne della regina Saba condotti con una maniera dolce e molto nuova, molti ritratti di naturale antichissimi e vivissimi, uno ordine di colonne corintie divinamente misurate, un villano che, appoggiato con le mani in su la vanga, sta con tanta prontezza a udire parlare Santa Lena mentre le tre croci si disotterrano, che e’ non è possibile migliorarlo; il morto ancora, che al toccare della croce risuscita, e la letizia di Santa Lena, con la maraviglia de’ circunstanti che si inginocchiano ad adorare. Ma sopra ogn’altra considerazione e di ingegno e di arte è lo avere dipinto la notte et uno Angelo in iscorto, che venendo a capo a lo ingiù a portare il segno della vittoria a Gostantino che dorme in un padiglione guardato da un cameriere e da alcuni armati oscurati dalle tenebre della notte, con la stessa luce sua illumina il padiglione, gli armati e tutti i dintorni con grandissima discrezione: per che Pietro fa conoscere in questa oscurità quanto importi lo imitare le cose vere, e lo andarle togliendo dal proprio; il che avendo egli fatto benissimo, ha dato cagione a’ moderni di seguitarlo e di venire a quel grado sommo dove si veggono oggi le cose. In questa medesima istoria espresse egli efficace mente in una battaglia grandissima la paura, l’animosità, la destrezza, la forza, gli affetti e gli accidenti eccellentemente considerati in coloro che combattono, con una strage quasi incredibile di feriti, di cascati e di morti: ne’ quali per aver Pietro contraffatto in fresco l’armi che lustrano, merita giustamente lode grandissima, sì come e’ la merita ancora per aver fatto nella altra faccia della cappella, dove è la fuga e la sommersione di Massenzio, un gruppo di cavagli in iscorto, sì maravigliosamente condotti che respetto a que’ tempi si possono chiamare troppo begli e troppo eccellenti. Fece in questa medesima istoria uno mez[z]o ignudo vestito a la saracina in su un caval secco, molto bene ritrovato di noto mia, poco nota nella età sua. E meritò per questa opera che Luigi Bacci da lui, con Carlo et altri suoi fratelli e molti Aretini che fiorivano allora nelle lettere, quivi intorno a la decollazione d’un re tutti ritratti di naturale – largamente lo premiasse, e di esser poi sempre e reverito et amato in quella città che egli aveva tanto illustrata.
– testo tratto da “Le vite” di G. Vasari, cap. dedicato alla vita di P. della Francesca, Edizione Torrentiniana, al sito: http://biblio.cribecu.sns.it/vasari/consultazione/Vasari/indice.html –

Lo schema delle scene è il seguente:
I. Morte di Adamo
II. Trasporto del sacro legno
III – IV.Adorazione del Sacro Legno; incontro della regina di Saba con re Salomone
V. Sogno di Costantino
VI. Vittoria di Costantino
VII. Supplizio dell’Ebreo
VIII – IX. Ritrovamento delle tre croci; verifica della vera croce
X. Battaglia di Battaglia di Eraclio contro Cosroe
XI. Esaltazione della Croce
XII. Annunciazione

Schema delle scene; immagine tratta dal sito: http://www.pierodellafrancesca.it/leggenda.html

Descrizione degli episodi (testo tratto dal sito Piero della Francesca):
PRIMA SCENA: MORTE DI ADAMO
Adamo morente e Seth incontra l’arcangelo Michele
Intorno ad Adamo morente, la moglie Eva, oramai vecchissima, il figlio Seth anch’esso incanutito e giovani nipoti stanno ad ascoltare le ultime volontà del patriarca.

” … un giorno che Adamo era ammalato, il figlio Seth si recò alla porta del Paradiso a chiedereolio del legno della misericordia con cui ungere il corpo del Padre e restituirgli la salute …”
(Jacopo da Varagine)

Adamo morente diviene in Piero sintesi ed espressione della pietà dell’umanità nell’intimo raccoglimento della comunità familiare stretta intorno al vecchio capostipite ammalato.

Adamo morto e albero della vita.
Adamo morto è circondato dal figlio Seth ricurvo sulla salma del padre, da una giovane donna a braccia aperte che urla il suo dolore, da gruppo di figure nude con, al centro, un giovane paludato in vesti di colore azzurro e rosso. Sullo sfondo due giovani adamiti assistono alla scena guardandosi negli occhi.

“…quando Seth tornò a casa trovò il padre morto e piantò il ramoscello sulla sua tomba…”
(Jacopo da Varagine)

La pianta rappresentata da Piero è la nuova sorgente di vita che darà i frutti promessi nel segno della profezia richiamata dai colori rosso (regalità) e azzurro (divinità).

Immagini tratte dal sito: http://it.wikipedia.org/wiki/Leggenda_della_Vera_Croce_(Piero_della_Francesca)

SECONDA SCENA: IL TRASPORTO DEL SACRO LEGNO
Innalzamento del Legno
Tre uomini sono al lavoro per sistemare a terra il pesante e grosso trave, ma prima occorre alzarlo sottoponendosi ad uno sforzo notevole, forse superiore alle loro forze, con l’ausilio delle sole braccia e di un modesto puntello di legno.

“… ben presto il ramo divenne un albero, che viveva ancora ai tempi di Salomone. Salomone comandò di abbatterlo e di trovargli un posto adatto, ed ora era troppo lungo ed ora era troppo corto; alla fine gli operai persero la pazienza e lo gettarono su di un lago perché servisse da ponte…”
(Jacopo da Varagine)

TERZA E QUARTA SCENA: ADORAZIONE DEL SACRO LEGNO ED INCONTRO DELLA REGINA DI SABA CON RE SALOMONE
Adorazione del Legno
La regina di Saba con cinque ancelle, palafrenieri e cavalli al seguito, giunta in prossimità di quel Legno, usato come ponte sul lago, s’inginocchia assorta in preghiera in un paesaggio etereo di colline e magnifici alberi come quello della Valtiberina.

“… quando la Regina di Saba si recò ad ascoltare le sapienti parole di Salomone ebbe ad attraversare il detto lago: ed ecco che vide in spirito come su quel legno dovesse essere sospeso il Salvatore del mondo onde non volle passarvi sopra, ma devotamente si prostrò ad adorarlo…”
(Jacopo da Varagine)

In Piero la premonizione della regina di Saba diviene atto sommesso di preghiera e di riflessione che si coglie nell’attesa serena dei paggi intorno ai cavalli e nella pacata compostezza delle ancelle.

Incontro tra la regina di Saba e re Salomone
Il ricevimento nella reggia contrappone ed unisce allo stesso tempo la regina di Saba al re Salomone. La regina, inchinatasi per ossequiare il re di Gerusalemme, occupa con le cinque ancelle del suo seguito la parte destra della scena, mentre il re, posto al centro della scena, è accompagnato alla sinistra da quattro chierici ed alti dignitari di corte.
Salomone è coperto da un mantello tessuto a fiori di melograno: segno di abbondanza e ricchezza. Abiti regali e sacerdotali insieme, con il cappello in uso ai cardinali residenti a Roma intorno alla metà del XV sec., potendo raffigurarsi in esso il cardinale Bessarione, protettore dell’Ordine dei Frati Minori e artefice della riconciliazione tra le chiese d’oriente e d’occidente (come avvenne nel Concilio di Firenze intorno al 1439/ 1440). Tra chierici orientali e nobili dignitari possono essere individuati i committenti di Piero della famiglia Bacci e, forse, l’artista autoritratto sullo sfondo.
Saba, di fronte al re, lascia anch’essa intravedere, oltre il trasparente velo bianco che la adorna, il motivo a fiori di melograno della bianca veste.

QUINTA SCENA: SOGNO DI COSTANTINO
L’angelo si rivela di notte a Costantino
L’imperatore Costantino, difeso dai suoi soldati, riposa nella sua tenda alla vigilia della battaglia finale con Massenzio quando in sogno appare l’angelo.

“… ed ecco nella parte orientale del cielo gli apparve una croce di fuoco, circondata da angeli che gli dissero: Costantino, in questo segno vincerai…”
(Jacopo da Varagine)

SESTA SCENA: VITTORIA DI COSTANTINO
La battaglia di ponte Milvio
Costantino insegue Massenzio in prossimità del Tevere mostrando in alto la croce. Da una parte del fiume l’esercito vittorioso compatto dietro l’imperatore, dall’altra l’immagine di soldatesche fugaci e sconfitte.

“… allora Costantino, baldanzoso e sicuro della vittoria, si fece sulla fronte il segno della Croce, e prese in mano una croce d’oro, dopodiché pregò il Signore che la sua destra non si macchiasse di sangue romano…”(Jacopo da Varagine)

SETTIMA SCENA: SUPPLIZIO DELL’EBREO
Giuda torturato nel pozzo
Entro le mura fortificate della città il giudice afferra i capelli dell’ebreo calato nel pozzo da due guardie allo scopo di farsi rivelare il luogo dove sono state interrate le croci del Golgota.
“… dopodiché (Costantino) mandò a Gerusalemme la madre sua, Elena, a ricercare la croce di Cristo”. Ed i sapienti dissero: “Signora, costui (Giuda) è un profeta e conosce bene la legge: meglio di noi saprà informarti…. (Elena) fece poi calare Giuda in un pozzo asciutto e proibì che gli fosse dato alcun genere di cibo. Dopo sei giorni di completo digiuno, Giuda chiese di uscire dal pozzo promettendo che avrebbe rivelato il luogo…”
(Jacopo da Varagine)

OTTAVA E NONA SCENA: RITROVAMENTO E VERIFICA DELLA VERA CROCE
Disseppellimento delle croci
Elena seguita dalle dame di corte e da un nano, riccamente vestito, assiste su indicazione di Giuda al disseppellimento delle croci scavate e sorrette da cinque incaricati. La scena si svolge in prossimità della città di Gerusalemme distesa sulle pendici collinari.

“… dopodiché Giuda cominciò a scavare la terra e scoprì a venti passi di profondità tre croci, che subito fece portare alla regina …”
(Jacopo da Varagine)

Prova miracolosa della Vera Croce
Elena inginocchiata con le sue dame è partecipe assieme a Giuda ed altri testimoni del miracolo della Croce che resuscita Lazzaro. Un contesto urbano ricco nei decori del tempio e classico nelle articolate forme architettoniche degli edifici fornisce lo sfondo all’episodio.

“… ed ecco che Giuda fece fermare il corteo funebre e fece stendere il cadavere sulla prima e sulla seconda croce: il cadavere rimase immobile. Ma quando fu disteso sulla terza dette segno di vita . Infine Elena portò al figlio una parte della croce e parte ne lasciò nel luogo dove l’aveva trovata, racchiusa in una custodia d’argento. Elena stabilì che il ritrovamento della croce fosse solennemente celebrato …”
(Jacopo da Varagine)

DECIMA SCENA: BATTAGLIA DI ERACLIO CONTRO COSROE
Sconfitta e decapitazione di Cosroe
La scena della battaglia è così descritta da Roberto Longhi: ” In quella pressura dei gesti si veggon le teste stridere, more, contro le groppe dei cavalli bianchi; prospetti, profili perduti, di vincitori, di vinti guardarsi da vicino nelle sclerotiche lucenti; le armature attraversarsi di passerelle d’armi or ora vibrate; i gesti brevi, angolati o in dirittura, incastrarsi insieme, e così fermi, coi finimenti e con le livree, come simili quote cromatiche, e discenderne frammenti di ritaglio quasi a logogrifo: là, per esempio, dove tra un braccio che vibra il colpo e l’uomo che ricade sgozzato, appare, impassibilmente emblematica, la curva lunata del cavallo bianco e, di sopra, l’impresa delle bandiere”. A fianco, intanto, si consuma il destino del sacrilego Cosroe, rivestito dei panni del Padreterno, che sta in attesa dell’esecuzione alla quale assistono imperturbabili i magistrati che Piero raffigura nei volti dei committenti della famiglia Bacci.

“… nell’anno 615 il Signore permise che il suo popolo molto fosse provato dalla crudeltà dei pagani: infatti in questo tempo Cosroe, re dei persiani, sottomise tutte le terre al suo potere e giunse fino a Gerusalemme, ma dinanzi al sepolcro di Cristo fu preso da terrore e subito se ne andò dalla città santa portando con sé quella parte della croce che Elena vi aveva lasciato. Cosroe … si sedette sul trono collocò vicino a sé la croce di Cristo, poi comandò che i sudditi lo chiamassero Dio Padre: si era posto, infatti, il legno della croce a destra del trono in luogo del Figlio e un gallo a sinistra in luogo dello Spirito Santo… Allora Eraclio, acceso di sacro zelo, mosse il proprio esercito contro Cosroe, lo sconfisse e lo inseguì fino a Ctesifonte …”
(Jacopo da Varagine)

UNDICESIMA SCENA: ESALTAZIONE DELLA CROCE
Il ritorno della Croce a Gerusalemme
Eraclio scalzo e senza cappello sorregge e porge la Croce alle porte di Gerusalemme: cinque alti dignitari compongono il corteo imperiale mentre rappresentanti del popolo di Gerusalemme attendono inginocchiati il ritorno della Croce.

“… Eraclio riportò a Gerusalemme la sacra reliquia della croce… quando arrivò alla porta… le pietre si unirono a formare un muro. Allora l’Imperatore, piangendo si tolse i calzari e il manto regale, prese la croce di Cristo e a piedi si diresse verso la porta: ed ecco che il muro si aprì e il re poté entrare in città con tutto il suo seguito …”
(Jacopo da Varagine)

DODICESIMA SCENA: ANNUNCIAZIONE
I raggi emanati dal Padreterno illuminano la scena dell’angelo annunziante che si rivela alla Vergine.
Piero della Francesca, divenuto maestro teologo per l’Ordine dei Frati Minori, arricchisce la Leggenda della Vera Croce di Jacopo da Varagine con l’episodio dell’Annunciazione.

Tuscania, chiesa di S. Silvestro: affresco con la figurazione dell'”Arbor Vitae”.
L’opera che presento è un grande affresco, dipinto sulla controfacciata della chiesa di S. Silvestro a Tuscania (provincia di Viterbo), ispirato al testo mistico di S. Bonaventura (1217/1221 – 1274) “Lignum Vitae” (chiamato anche “L’albero della vita”).
Nel suo scritto San Bonaventura, attraverso la descrizione dell’Albero della Vita (fedelmente riprodotto nell’affresco della Chiesa di S. Silvestro), ripercorre e commenta la vita di Cristo, allo scopo di:”… Raccogliere [un] fascio di mirra dalla foresta del santo Vangelo, che tratta a lungo della vita, passione e glorificazione di Gesù Cristo… per coltivare devozione e incoraggiare la pietà della fede ” così che Egli possa “… suscitare in noi questo affetto, e forgiare questa comprensione e imprimere questa memoria.” (S. Bonaventura, Lignum Vitae).
Una prassi assai diffusa nel Medioevo: la “memoria” di un’immagine religiosa era il mezzo utilizzato per l’interiorizzazione emotiva e morale di insegnamenti religiosi e per la meditazione spirituale.
Proprio l’uso del diagramma (com’è l’albero descritto da S.Bonaventura), in cui veniva ri-proposta la vita di Cristo in ordinata successione cronologica, con al centro l’elemento più importante dell’insegnamento dottrinale (cioé la figura del Crocifisso), facilitava il meccanismo della “memorizzazione-interiorizzazione”.

Dal testo di Fulvio Ricci:
Nella ricchissima messe di temi e motivi iconografici creati e maturati nell’ambito dell’ordine francescano e grazie a questo ampiamente diffusi, occupa una posizione emblematica, non fosse altro per la sua rarità, la raffigurazione del “Lignum Vitae Christi”, la traduzione in immagine del testo di un opuscolo mistico di S. Bonaventura da Bagnoregio, incentrato sulla meditazione della vita di Cristo.
La formulazione del motivo iconografico (sembra che Bonaventura stesso abbia tracciato a margine del testo una rappresentazione grafica) vede raffigurata la croce come un albero dal quale si dipartono simmetrici dodici rami o bande
che recano iscritti i versetti delle dodici strofe componenti l’operetta:
nei quattro rami in basso sono illustrati l’origine e la vita del Cristo,
nei centrali la passione, nei rimanenti la glorificazione;
da ogni ramo pende un tondo (frutto) con una scritta che illustra i versetti che appaiono sul ramo stesso.
…Fulcro del dipinto è il Cristo crocifisso stagliato su un compatto fondo blu, sormonta la croce ilnido con il pellicano, simbolo d’amore immolato.
Dalla croce si dipartono i dodici rami, o liste, ornate da pampini alternativamente rossi e bianchi, su cui compaiono scritte le dodici strofe del “Lignum» in eleganti e regolari lettere gotiche.
Il testo latino, pur riprodotto con molto rigore, presenta qualche discrepanza dall’originale: nel tondo subito sotto la mano sinistra del Crocifisso, in luogo dell’originale vietoria in conflictu mortis, compare il più generico victoria in conflictis; nella prima lista in basso sulla destra, nel terzo versetto si coglie un grave errore, da imputare probabilmente alla scarsa dimestichezza del pittore con il latino, invece di submissus legibus si trova scritto submissus regibus.
Ai lati della croce sono le figure dolenti della Vergine e S. Giovanni, due angeli in volo sotto i quali vi sono due cartigli quasi del tutto illeggibili, e i busti dei profeti Ezechiele e Daniele, sul cartiglio recato in mano da Ezechiele sono ancora percepibili le parole:”erit fruct(us) [. . .] / eiu(s) in me […] .
Sui lati concludono l’affresco quattro riquadri dove sono raffigurati a destra la Vergine stante col Bambino e il busto di Mosè con un cartiglio su cui è parzialmente leggibile la seguente iscrizione:” .ite i(n) medio[. . .]es fructu( us) XII p(ro) sic [. . ] me(n)ses».
La Vergine rappresenta il tipo iconografico Della Glikophileusa ed è colta nell’atto di porgere al Bambino il pomo simbolo della passione.
A sinistra S. Agnese (santa patrona della committenza?) e nel riquadro in alto il profeta Isaia con il cartiglio su cui si legge:
“vere largore(s) n(ost)ros/ ip(s)e tulit con(do). no(. . .). ip(. . .). po(. . .).
Ai piedi della croce una vasta lacuna ha cancellato la figurina dell’offerente posta sul lato destro, appena individuabile da un frammento del copricapo che sembra connotarlo come un laico.
Ai lati vi sono due riquadri delimitati da una cornice rossa ove si legge:
a sinistra del riguardante :”aspice pendente (m ) celo terra q(ue) regente(m)/ Q(u)is te [ri]sit ita Jesus dulcisima vita[. ..] mundi vita sum crucifxus (.)ita»;
a destra :”crux fidel(is) i(n)t(er) o(mne)s arbor una nobili(s) nulla silva tale(m) p(ro)fert flore fronde ge(r)mine dulce lignum dulces clavos dulce po(n)d(us) sus [tinet].
Queste ultime sono le parole di un inno recitato dal clero durante la settimana santa, opera di Venanzio Fortunato.
La medesima strofa compare anche su un cartiglio portato dal giovane Cristo dipinto ai piedi del “Lignum vitae” raffigurato sulla controfacciata della chiesa di S. Giovenale ad Orvieto.
Purtroppo è andato irrimediabilmente perduto il testo dell’iscrizione che concludeva l’affresco nella parte bassa, questo era composto di almeno sei righe nelle quali, da quanto si evince da due parole ancora leggibili «[. . .] has picturas […]”, erano spiegate le circostanze della realizzazione, la datazione, i nomi dei committenti e degli autori.

Tuscania, chiesa di S. Silvestro: affresco con la figurazione dell’Arbor Vitae. Immagine tratta dal testo di Fulvio Ricci

 

NOTA 1.
Volume primo de “Le Dimore Filosofali”: Fulcanelli, illustrando la simbologia delle figure scolpite nel “Maniero della Salamandra” a Lisieux, espone delle considerazioni assai interessanti sull’”uomo col grifone”, un’enorme testa con un ghigno assai poco simpatico, fornito di corna e corona, che pare rappresenti Baphomet.
Fulcanelli scrive che nella maschera si ritrova la fusione mistica delle nature dell’Opera, simbolizzate “dalle corna della falce lunare” posate sulla “testa solare”.
Ci dice che Baphomet – emblema utilizzato dai Templari- era assai spesso raffigurato:
“come una testa di morto con l’aureola, o come un bucranio (nota: rappresentazione artistica del cranio di bue), talvolta come una testa dell’egiziano Api, o di un capro, o come l’orribile faccia di Satana in persona!….
Presentato in tal modo si identifica alla natura acquosa rappresentata da Nettuno.
Poseidone è infatti, velato sotto l’icona del bue, del toro o della vacca, che sono dei simboli lunari.
Il nome greco di Nettuno deriva da “Bous”, toro-bue e da “immagine-simulacro-spettro”….
Nella pura espressione ermetica, corrispondente al lavoro dell’ opera, Baphomet deriva dalle parole greche “luna” e “tintore”, ma anche da “madre-matrice”, che ha il medesimo significato lunare, perché la luna è la vera madre o la matrice mercuriale che riceve la “tintura” o sperma dello zolfo, che rappresenta il maschio, il tintore, nella generazione metallica…
La parola latina Bapheus, tintore, ed il verbo ”meto”, cogliere-raccogliere-mietere, indicano quella speciale virtù, posseduta dal “mercurio” o “luna dei saggi” capace di captare, a mano a mano che viene prodotta durante “l’immersione o il bagno del re”, la tintura che questi abbandona e che la madre conserverà nel suo seno per il tempo richiesto. Si tratta del “Graal” che contiene il vino eucaristico, liquore di fuoco spirituale, liquore vegetativo, vivente e vivificante introdotto nelle cose materiali…Il Graal è “il velo del Fuoco creatore, il Deus Absconditus della parola I.N.R.I. incisa sopra la testa di Gesù in croce.
In Egitto questo “vaso”, che custodisce il fuoco perpetuo, veniva chiamato Gardal, e le sacerdotesse vi conservavano il “fuoco celeste” di Ptah. Per gli iniziati di Iside il Gardal era il geroglifico del “fuoco divino”. Ora, questo dio Fuoco, questo dio Amore , s’incarna continuamente per l’eternità in ciascun essere, perché tutto nell’universo possiede la sua scintilla vitale.
E’ l’agnello immolato dall’inizio del mondo, che la Chiesa cattolica offre ai suoi fedeli sotto la specie dell’Eucaristia chiusa nel ciborio, come sacramento d’Amore.
Il ciborio, esattamente come il Graal e i crateri sacri di tutte le religioni, rappresentano l’organo femminile della generazione e corrisponde al vaso cosmogonico di Platone, alla coppa di Hermes e di Salomone, all’urna degli antichi misteri.
Il Gardal degli Egiziani è dunque la chiave del Graal….
Il sangue che bolle nel sacro calice è la fermentazione ignea della vita o della miscela generatrice…Il pane ed il vino del Sacrificio mistico sono lo Spirito od il Fuoco della materia; con la loro unione queste cose producono la vita.
Ecco perché i manuali iniziatici cristiani, chiamati Vangeli, fanno dire allegoricamente al Cristo:”Io sono la via, Io sono il pane vivente, io sono venuto per mettere il fuoco nelle cose.”

NOTA 2.
Il giorno della festa dedicata alla Pentecoste, nella Chiesa di S.Maria ad Martyres, a Roma in piazza della Rotonda, anticamente si celebrava la “domenica delle rose”:
durante la Messa dal foro della cupola veniva fatta cadere all’interno della Chiesa una fitta pioggia di petali di rose, a ricordare la discesa dello Spirito Santo.
Tale usanza è ancora viva in alcune località italiane.
A mio parere è significativa l’associazione “petali di rose-lingue di fuoco-luce”.

Chiesa di S.Maria ad Martyres

 

Chiesa di S.Maria ad Martyres

 

Chiesa di S.Maria ad Martyres