sacrificio-morte-rinascita

motivo archetipico “sacrificio-morte-rinascita”

Queen of the Night, Henri Fantin-Latour. Immagine tratta dal sito http://www.artmagick.com/

– Il Sacrificio e la Trasformazione –
Dopo un excursus, di sicuro non esaustivo, mitico e storico su Cibele ed Attis, quali figure rappresentative del mese di Marzo in relazione al motivo archetipico
“sacrificio-morte-rinascita”,
vorrei ad esso ricollegarmi per esaminarne più a fondo le complesse sfaccettature.
Nelle cosmogonie delle varie culture il tema del mondo nato da un sacrificio primigenio (animale, essere umano, dio) è assai frequente.
R. Merkelbach (“Mitra. Il Signore delle grotte”) cita numerosi esempi:
-la mitologia germanica, secondo la quale il mondo manifesto ebbe origine dal gigante primitivo ermafrodita Ymir, ucciso dagli dèi; evidenzio che Ymir crebbe inizialmente all’interno di un “grande baratro”, uno spazio vuoto chiamato “ginnungagap” (non sembra forse l’immagine di una cavità uterina o di un buco nero?);
-nei RigVeda si narra del sacrificio di Purusa, il Primo Uomo (vedi anche l’analisi della simbologia “La scala del Paradiso”), da cui scaturì la Creazione;
-anche i racconti mitici babilonesi raccontano come la dea primigenia Tiamat venga uccisa da Uragano, servo di Marduk, che la smembra in due parti; con il cadavere di Tiamat Marduk crea il mondo;
-nell’antica religione iranica (mazdeismo), accanto al sacrificio del toro, troviamo anche il sacrificio del progenitore Gayomart, “dal cui corpo trassero origine i sette metalli e dal suo seme la prima coppia di esseri umani”.
In particolare, riguardo al mazdeismo, A. Cattabiani (Planetario) evidenzia che:
“Il sacrificio del toro simboleggiava l’origine della creazione. Si narrava che Mitra, assimilabile all’Ariete (nota: Cattabiani si riferisce al simbolismo sotteso ai segni zodiacali), avesse cacciato e catturato il Toro per sacrificarlo: dal sangue della vittima colato sulla Terra erano nati gli animali e le piante utili agli uomini.
Mitra era il dio solare che catturava la materia e la fecondava sacrificandola in modo da produrre la generazione e la rigenerazione universale.”

Roma, Mitreo di Palazzo Barberini, III sec. d.C.
immagine tratta dalla pagina web
http://www.pierreci.it/do/show/content/0000000093
Roma, Mitreo di Palazzo Barberini, III sec. d.C.
Sulla fascia superiore si nota l’arcata celeste con i segni dello zodiaco; al centro Mitra compie il “taurobolio”; il mantello rosso si dispiega a formare il cielo; “il colore del mantello indica che il cielo partecipa all’elemento fuoco.” (R. Merkelbach)
immagine tratta dalla pagina web
http://archeoroma.beniculturali.it/it/node/217
Roma, Mitreo di Palazzo Barberini, III sec. d.C.
Immagine tratta dal testo di R. Merkelbach “Mitra. Il Signore delle grotte”.

– il toro, la luna e l’acqua di vita –
Circa lo Zoroastrismo (o Mazdeismo) è importante a mio parere focalizzare alcuni punti:
1. il capodanno del calendario mitraico cadeva proprio nell’equinozio primaverile;
2. nel “Bundahishn” (nota: “Creazione”, libro composito, ma risalente per lo più all’VIII-IX sec. d.C.), il sacrificio del toro è presente due volte
-il primo sacrificio (Cap.X, 1-4) del bue primigenio, creato da Ahura Mazda bianco e lucente come la luna, è compiuto dal dio stesso perché nell’animale si è insinuato Ahriman (il Maligno); dal suo seme traggono origine tutti i piccoli animali; poi il seme viene portato sulla luna e purificato; questo seme racchiude il “germe di ogni forma vitale” (vedi NOTA 1);
-il secondo sacrificio è nella parte del Bundahishn dedicata alla fine del mondo, ed è compiuto da Saoshyant (nota: Saoshyant è il “Salvatore” dello Zoroastrismo, colui che, nato da una vergine della genia del profeta Zoroastro, permetterà alle forze del Bene di trionfare sulle forze del Male. Vedi “La dama e l’Unicorno”, parte seconda, Paragrafo 10. Una Vergine iranica); l’uccisione del toro qui è finalizzata a donare l’immortalità agli uomini (vedi NOTA 2);
3. nei Rig-Veda, la prima manifestazione in forma animale del dio indiano Soma (nota: nello Zoroastrismo Soma equivale ad Haoma, la bevanda inebriante utilizzata nei sacrifici rituali) è il “toro” (vedi NOTA 3) (vedi NOTA 3bis) ; precisa Merkelbach:
“il dio indiano Soma è al tempo stesso toro e luna…nei rilievi ritraici romani il toro è trasportato sulla luna e accanto a lui, sulla barca lunare, è sovente raffigurato il miracolo della pioggia, che Mitra opera scagliando una freccia contro il “cielo” di roccia: sotto la barca lunare è inginocchiato un pastore , che tende la mano per raccogliere l’acqua piovana…..il toro è bianco, è la luna, e da esso e dalla luna provengono la pioggia e il seme di tutte le cose.”
4. se il mondo è stato creato dallo “smembramento” di un unico “essere”, ciò significa che ogni creatura/ogni cosa manifestata è parte di un Tutto e che ogni singola parte è interconnessa con le altre e con l’Unità; cibarsi della vittima sacrificale (le raffigurazioni dei mitrei romani mostrano come sovente la carne dell’animale macellato fosse consumata in un banchetto rituale) “assumeva il carattere di una comunione, dove il commensale diventa quasi partecipe della forza divina.” (Merkelbach, opera citata).
Interessantissime poi mi sembrano alcune connessioni di Merkelbach tra toro-luna-hauma:
la relazione toro-luna, ampiamente riconosciuta, è data dall’analogia di forma tra luna crescente e corna del toro quale animale fecondante;
oltre a ciò, il sacrificio/morte del toro trova un’evidente corrispondenza celeste con la morte/sacrificio della luna nuova, che anch’essa si ri-genera/risorge nella fase successiva, crescente.
Il toro, sacrificato, si trasforma in luna che accoglie, utero cosmico, il suo seme.
Seme fecondante-purificato che la luna sparge nuovamente sulla terra, sotto forma di pioggia/rugiada, secondo un’antica credenza che vuole il prezioso liquido provenire dal nostro benefico astro.

Bassorilievo di Neuenheim raffigurante una “tauroctonia”; da notare la somiglianza tra una falce lunare e la figura del toro, ottenuta accentuando la curvatura del dorso dell’animale.
Immagine tratta dal sito: http://de.wikipedia.org/

L’hauma (per gli Indiani “Soma”, vedi sopra) è anch’esso liquido dispensatore di vita, pioggia miracolosa che dispensa il “verde”, perché fa crescere la vegetazione; secondo Merkelbach:
“Tutte le forme di vita che abbandonano la Terra si raccolgono sulla luna crescente, ma quando l’astro è calante la vita torna sulla Terra sotto forma di pioggia.
La luna-Hauma è così il luogo dove soggiornano i morti, ma anche dove rinasce la vita.
Affinché sulla Terra vi sia nuova vita, la luna deve calare e il toro deve essere ucciso. Per la salvezza del mondo, per il rinnovamento della vita, Mitra deve sacrificare il toro-Hauma; se tuttavia, sotto l’aspetto di toro Hauma viene uccisa (nota: M. ne parla al femminile perché per gli Iranici Hauma è la bevanda citata e anche una dea), sotto quello di luna essa è causa di rinascita.”
Tra le note Merkelbach cita il “Thesaurus vitae” – VII libro – di Mani (nota: vedi “manicheismo”), in cui la “barca lunare” (che potremmo interpretare come “barca dell’Hauma”) è chiamata “navis vitalium aquarum”, nave dell’Acqua di vita, perché su quella barca le anime dei morti vengono trasportate sulla Luna, e là (o sotto la Luna, nella Via Lattea), l’anima accedeva a “nuova vita”. (vedi NOTE 4 e 5).
Via Lattea, peraltro, strettamente connessa ad Attis ed al suo sacrificio.

Vorrei fornire ulteriore spunto di riflessione trascrivendo il seguente passo di Plutarco:
Plutarco, Iside e Osiride
– mia libera traduzione dall’inglese al sito
http://penelope.uchicago.edu/Thayer/E/home.html
43. Essi ritengono (nota: Plutarco si riferisce agli Egiziani) che le piene del Nilo debbano avere una qualche relazione con le fasi della luna; poiché il maggior aumento,l’isola Elefantina sul Nilo, è di ventotto cubiti, che è il numero dei giorni di cui è costituito un ciclo lunare, corrispondente a 28 giorni; la piena nella zona di Mendes e Xoïs (nota: città sul delta del Nilo), che è meno importante, è di sei cubiti, corrispondente al primo quarto.
L’aumento medio, nella di Memphis, quando è normale, è quattordici cubiti, corrispondente alla luna piena. Apis, dicono, è l’immagine animata di Osiride, ed egli si incarna quando una luce fertilizzante- fecondante cade dalla luna e si riversa su una mucca durante la stagione dell’allevamento. Perciò ci sono molte cose in Apis che assomigliano alla luna, come le sue parti brillanti che sono oscurate dall’ombra.
(nota: Dom Antonio G. Pernety – Le favole egizie e greche- scrive che Apis è nero con una macchia bianca a forma di luna crescente – simboli di Osiride/Iside, Sole/Luna – a significare il nero come cominciamento dell’Opera e il bianco la fase successiva; il “toro”, per Pernety, è simbolo del “Caos Filosofico”.)
Inoltre, al tempo della luna nuova del mese di Phamenoth (nota: periodo che va da fine Febbraio fine Marzo all’incirca) si celebra una festa a cui si dà il nome di “La venuta di Osiride sulla Luna”, e questo segna l’inizio della primavera.
In tal modo essi ritengono che la potenza di Osiride “sia fissata” sulla Luna, e dicono che Iside, in quanto ella è generazione, è associata con lui.
Per questo motivo chiamano la Luna “madre del mondo”, e pensano che essa abbia una natura sia maschile che femminile, in quanto essa è ricettiva e resa incinta da sole, ma ella stessa, a sua volta, emette e diffonde in aria principi generativi.
Perché, come essi ritengono, l’attività distruttiva di Tifone non sempre prevale, ma spesso è sopraffatto da tale generazione e “legato”; poi in un secondo tempo è di nuovo liberato e lotta contro Horus, che è l’universo terrestre; e ciò non è mai completamente esente da una dissoluzione o da una generazione.

I Tarocchi di Jean-Pierre Payen, 1713: la Luna.
Immagine tratta dal sito http://www.tarot.org.il/

E, ancora, Porfirio, ne “L’antro delle ninfe”
(all’url http://www.zen-it.com/symbol/porfirio.htm)
“Gli antichi erano soliti chiamare api anche le sacerdotesse di Demeter, preposte come dee terrene alle iniziazioni, e la stessa Kore, Mellita.
E ape chiamavano la Luna, quale protettrice della generazione, anche perché per altro aspetto la Luna è Toro, e l’esaltazione della Luna avviene (nel) Toro, e, in più, le api nascono dai buoi. E nate da buoi (chiamavano) le anime giunte nella generazione, e ladro di buoi il dio che ode nel secreto il divenire.”

Aggiungo infine il contributo dell’eccellente Marja Gimbutas (ne “Il linguaggio della dea”, cap.24. Toro, ape e farfalla) sul simbolo del toro: la studiosa suggerisce che una verosimile connessione tra toro e dea sia da rintracciare nella straordinaria somiglianza tra organi riproduttori femminili (utero e trombe di Falloppio) con la testa e le corna di toro.
Certo è che corna, bucrani, statuette di toro e vasi tauromorfi sono onnipresenti nella produzione artistica rivolta alla Grande Madre nel vicino Oriente e nell’antica Europa; sicuramente nel Neolitico il toro è simbolo della rigenerazione e del divenire, associato all’acqua:
“Il toro è una mistica fonte di vita, una manifestazione terrena delle cosmogoniche acque primordiali…
L’identificazione del toro con l’acqua si osserva nell’arte scultorea minoica e nella pittura vascolare micenea, in cui i tori sono spesso decorati con un disegno a rete, o con forme ovoidali striate o reticolate, probabilmente simbolo di uteri colmi di acqua dispensatrice di vita o amniotica.” (M. Gimbutas, opera citata).

Vaso ritrovato a Palaepaphos, Cipro, XIII-XII sec. a.C., in cui i tori fiancheggiano la colonna della vita, qui raffigurata come un “fiore di toro”; si notino le forme simboliche che decorano il toro: cerchi, semicerchi, X, punti e fasce di spirali; sotto i tori sono rappresentati il pesce e l’utero.
Immagine tratta dallo splendido testo “Il linguaggio della dea” di M.Gimbutas
Profilo punteggiato della Dea Ape a forma di clessidra raffigurata sulla testa di un toro scolpita su una placca d’osso. Cucuteni B.Bilcze Ziote, valle dell’Alto Seret, Ucraina occidentale; 3.700-3.500 a.C.
Immagine tratta dallo splendido testo “Il linguaggio della dea” di M.Gimbutas

Credo che il significato dei passi riportati sia molto chiaro e spero che tale elenco non sembri solo un insieme confuso ed eccessivo di citazioni.
A mio parere la comprensione profonda del mito/del simbolo non si troverà grazie al pensiero logico-analitico o alla concatenazione lineare di causa-effetto, ma piuttosto ci vengono in soccorso il pensiero analogico (reticolare) e l’innamoramento che scatta verso alcuni motivi archetipici (immagini, frasi, suoni, ecc.) che attraggono la nostra sensibilità, per intuire somiglianze, tracciare paralleli, cogliere metafore che altrimenti risulterebbero prive di senso.
Per questo, quanto più materiale (intendo fonti originarie antiche) si riesce a raccogliere su un certo contenuto, tanto più è possibile conquistare una visione veritiera e profonda, “uno specchio in cui imparare a vedere le tre parti di Saggezza di tutto il Mondo.” (il Cosmopolita, citato da E. Canseliet nella prefazione a “Le dimore filosofali” di Fulcanelli).

Detto questo, aggiungo alcuni passi tratti da testi di autorevoli alchimisti, che in seguito potrebbero essere utili a comporre un quadro complessivo di significato.

Ciò che intendo ricercare nei brani che seguiranno è il tema della “nascita-generazione” collegato all’elemento femminile;
il “fuoco vitale” nasce nel buio, nell’umidità, nell’acqua; la Luna è l’acqua-l’umido, il ricettacolo del seme, che lo accoglie-lo purifica, lo introduce a nuova vita; la “trasformazione”, il passaggio tra MORTE (il seme-sperma del bue sacrificato) e VITA (lo stesso sperma viene purificato/vivificato sulla/dalla Luna, ricettacolo dei raggi SOLARI) avviene nell’utero cosmico, nell’acqua di vita, nel mare, nell’oscurità celeste.

Fulcanelli,ne “Il Mistero delle Cattedrali”, a proposito della corporificazione dello Spirito Universale (pag. 182 e seguenti):
“Non si può ottenere questo Spirito, questo sangue rosso dei bambini, se non decomponendo ciò che la Natura aveva primo riunito in loro (nota: si riferisce ai minerali).
Quindi è necessario che il corpo perisca, che sia crocifisso, che muoia se si vuole estrarre l’anima, vita metallica e Rugiada celeste che teneva rinchiusa.
Questa quintessenza, trasfusa in un corpo puro, fisso, perfettamente digerito, darà vita a una nuova creatura, più splendente di tutte quelle da cui proviene….
Perciò i Saggi, sapendo che il sangue minerale di cui avevano bisogno per animare il corpo fisso ed inerte dell’oro non era altro che una condensazione dello Spirito Universale, anima di tutte le cose; che questa condensazione sotto forma umida, capace di penetrare e rendere vegetativi i misti sublunari, avveniva soltanto di notte, col favore delle tenebre, del cielo puro e dell’aria calma; infine, che la stagione durante la quale si manifestava con maggiore attività e abbondanza corrispondeva alla primavera terrestre; i Saggi, per tutte queste ragioni, le diedero il nome di Rugiada di Maggio…
Post tenebras lux. Non dimentichiamolo. La luce nasce dalle tenebre, è diffusa nell’ oscurità nel nero, come il giorno nella otte. La luce fu estratta e le sue radiazioni riunite dall’oscuro Caos, e se, nel giorno della Creazione, lo Spirito Divino si muoveva sulle acque dell’Abisso – Spiritus Domini ferebatur super aquas – questo spirito invisibile inizialmente non poteva essere distinto dalla massa acquosa, perché si confondeva con lei….
A mezzanotte, una Vergine Madre,
generò quest’astro luminoso;
in quel momento miracoloso chiamiamo Dio nostro fratello.”

A commento di questo brano, P. Lucarelli aggiunge in nota:
“L’estrazione della Rugiada dal corpo disprezzato e vile, la separazione della luce dalle tenetre, la liberazione dell’umidità vivificante dall’oscuro Caos, richiede la produzione di quel Mercurio prezioso e segreto di cui si è parlato nelle pagine precedenti. Gli antichi lo chiamarono Acqua Divina …e nei testi arabi fu detto anche Acqua Argentea.”;
Lucarelli cita inoltre alcuni passi di un autore musulmano del X secolo, Ibn Umayl (Senior):
“La forza del più alto e del più basso è passata in quell’Acqua….L’acqua che ho menzionato è un Angelo e discende dal cielo….è l’Oro dei Saggi…è il Segreto di qualunque cosa e la Vita di qualunque cosa è l’Acqua, e in quest’acqua sta un grande segreto….Questa è l’Acqua che diventa nel grano frumento, nell’uva vino, nell’oliva olio.”
Fulcanelli ripropone più volte l’immagine della luce partorita nel buio (o nelle acque) anche ne “Le Dimore Filosofali”.
Nel capitolo dedicato all’interpretazione del “meraviglioso grimoire del castello di Dampierre” sur Boutonne (D.F. vol.II), il nostro Alchimista così commenta il cassettone n.5, raffigurante una pietra cubica che galleggia sulle onde marine:
“…questa pietra cubica che l’industriosa natura genera per mezzo della sola acqua, materia universale del peripatetismo…”;
pietra che appare, sulla strada del compimento/perfezionamento, nel vascello del bassorilievo che decora la fontana del Vertbois a Parigi.

Castello di Dampierre, cassettone n.5: “Modice fidei quare dubitasti”
immagine tratta dal sito http://hermetism.free.fr
bassorilievo che decora la fontana del Vertbois a Parigi
immagine tratta dalla pagina web http://www.chez.com/t3m/t3m-forum11.htm

Scrive Fulcanelli:
“Finché questa pietra resta legata alla nave ermetica, deve essere considerata in via di elaborazione.
Quindi bisogna aiutarla a continuare la traversata, affinché né le tempeste, né gli scogli, né i mille incidenti del viaggio ritardino il suo arrivo al porto benedetto verso il quale la natura la dirige…”
e prosegue associando la parola “vascello” a “vento”, citando la Tavola Smeraldina:
”Il vento l’ha portata nel suo ventre”
: insomma, il “vascello portatore della pietra” non è altro che la “matrice”, o “acqua filosofica, madre di tutti i metalli”.

Rilevo che è frequentissimo in Alchimia il parallelo “pietra filosofale- Cristo”, perché, come il Cristo, la Pietra per essere portata a compimento deve subire un calvario analogo, patire mille sofferenze, morire e rigenerarsi;
come il Cristo, il Lapis trionfa e redime i peccati, vincendo il male, l’oscurità, la morte.
Nell’ultima tavola del Rosarium philosophorum (nota: “Rosario dei filosofi”, testo alchemico del XIII secolo, attribuito ad Arnaldo da Villanova, 1235-1315, troviamo l’immagine del Cristo risorto con la scritta:
“Dopo le mie molte sofferenze il gran martirio, trasfigurato e puro da ogni macchia.”

Tavola 18 del Rosarium philosophorum

A commento del cassettone n.6, Luz in tenebris lucet , che raffigura una stella a sei raggi risplendente tra i flutti marini, Fulcanelli scrive:
“in questa figura dobbiamo vedere l’indicazione di un’acqua stellata, che non è altro se non il nostro mercurio preparato, la nostra Vergine madre ed il suo simbolo Stella Maris, mercurio ottenuto sotto forma d’acqua metallica bianca e brillante, che i filosofi chiamano anche astro….Le manipolazione dell’Arte…fanno scaturire la luce dopo averla riunita, e questa luce brilla ormai nelle tenebre, come una stella nel cielo notturno…. Questa è la stella che condusse i Saggi al natale del Figlio di Dio.”

Castello di Dampierre, cassettone n.6: “Luz in tenebris lucet”
immagine tratta dal sito http://hermetism.free.fr

Infine, nel volume primo de “Le Dimore Filosofali”, Fulcanelli, illustrando la simbologia delle figure scolpite nel “Maniero della Salamandra” a Lisieux, espone delle considerazioni assai interessanti sull’”uomo col grifone”, un’enorme testa con un ghigno assai poco simpatico, fornito di corna e corona, che pare rappresenti Baphomet.
Fulcanelli scrive che nella maschera si ritrova la fusione mistica delle nature dell’Opera, simbolizzate “dalle corna della falce lunare” posate sulla “testa solare”.
Ci dice che Baphomet – emblema utilizzato dai Templari- era assai spesso raffigurato:
“come una testa di morto con l’aureola, o come un bucranio (nota: rappresentazione artistica del cranio di bue), talvolta come una testa dell’egiziano Api, o di un capro, o come l’orribile faccia di Satana in persona!….
Presentato in tal modo si identifica alla natura acquosa rappresentata da Nettuno.
Poseidone è infatti, velato sotto l’icona del bue, del toro o della vacca, che sono dei simboli lunari.
Il nome greco di Nettuno deriva da “Bous”, toro-bue e da “immagine-simulacro-spettro”….
Nella pura espressione ermetica, corrispondente al lavoro dell’ opera, Baphomet deriva dalle parole greche “luna” e “tintore”, ma anche da “madre-matrice”, che ha il medesimo significato lunare, perché la luna è la vera madre o la matrice mercuriale che riceve la “tintura” o sperma dello zolfo, che rappresenta il maschio, il tintore, nella generazione metallica…
La parola latina Bapheus, tintore, ed il verbo ”meto”, cogliere-raccogliere-mietere, indicano quella speciale virtù, posseduta dal “mercurio” o “luna dei saggi” capace di captare, a mano a mano che viene prodotta durante “l’immersione o il bagno del re”, la tintura che questi abbandona e che la madre conserverà nel suo seno per il tempo richiesto. Si tratta del “Graal” che contiene il vino eucaristico, liquore di fuoco spirituale, liquore vegetativo, vivente e vivificante introdotto nelle cose materiali…Il Graal è “il velo del Fuoco creatore, il Deus Absconditus della parola I.N.R.I. incisa sopra la testa di Gesù in croce.
In Egitto questo “vaso”, che custodisce il fuoco perpetuo, veniva chiamato Gardal, e le sacerdotesse vi conservavano il “fuoco celeste” di Ptah. Per gli iniziati di Iside il Gardal era il geroglifico del “fuoco divino”. Ora, questo dio Fuoco, questo dio Amore , s’incarna continuamente per l’eternità in ciascun essere, perché tutto nell’universo possiede la sua scintilla vitale.
E’ l’agnello immolato dall’inizio del mondo, che la Chiesa cattolica offre ai suoi fedeli sotto la specie dell’Eucaristia chiusa nel ciborio, come sacramento d’Amore.
Il ciborio, esattamente come il Graal e i crateri sacri di tutte le religioni, rappresentano l’organo femminile della generazione e corrisponde al vaso cosmogonico di Platone, alla coppa di Hermes e di Salomone, all’urna degli antichi misteri.
Il Gardal degli Egiziani è dunque la chiave del Graal….
Il sangue che bolle nel sacro calice è la fermentazione ignea della vita o della miscela generatrice…Il pane ed il vino del Sacrificio mistico sono lo Spirito od il Fuoco della materia; con la loro unione queste cose producono la vita.
Ecco perché i manuali iniziatici cristiani, chiamati Vangeli, fanno dire allegoricamente al Cristo:”Io sono la via, Io sono il pane vivente, io sono venuto per mettere il fuoco nelle cose.”

Maniero della Salamandra, Lisieux: uomo col grifone
immagine tratta dal sito http://hdelboy.club.fr

Anche il grande Paracelso, ne “Il tesoro dei tesori” (Edizioni Rebis, Viareggio), al par. “la matrice del mondo e dell’uomo” (pagg. 135-136), ci fornisce un ulteriore aiuto:
“Prima che il cielo e la terra fossero stati creati, lo spirito di Dio volava sulle acque ed era portato da esse:
quest’acqua era la matrice poiché cielo e terra erano contenuti nell’acqua e non in un’altra matrice.
In essa fu recato lo Spirito di Dio, cioè lo spirito divino che è nell’uomo e che le altre creature non posseggono.
…Quando dunque il mondo non era altro che acqua e quando lo spirito del Signore stava sulle acque, l’acqua diventò mondo, cioè la matrice del mondo, trasformandosi nelle altre creature.
Tutto fu una matrice per l’uomo e lo spirito ebbe dimora nella carne: questa matrice dell’uomo era tutto il suo mondo, il suo sole era il limbo ed in esso stava il seme di tutto il mondo.
Questa è l’origine del primo uomo.
Più tardi l’uomo si separò da questa matrice e fu fatta per lui una matrice propria, e cioè le donne, che da allora sono una matrice, come lo fu prima tutto il mondo: e lo spirito divino dimora in quella matrice, si crea in essa e pone in essa il frutto.”

Più avanti intendo approfondire, con il contributo di R. Guenon (Simboli della Scienza Sacra) e di C.G. Jung (Opera Omnia, volume XI, cap. “Il simbolo della trasformazione nella Messa”), il simbolismo del Graal, dell’offerta dell’acqua e del vino.
Adesso mi preme continuare a comprendere chi è e che ruolo ha la Vittima Sacrificale.
Nella sua evoluzione questo tema archetipico si è espresso in svariate forme:
il taglio dell’albero dei culti in Frigia (esportati poi nell’antica Roma), l’uccisione periodica del Sacerdote o del Re (descritta da Frazer), il sacrificio di animali quali il toro, l’agnello, l’ariete (nei culti cibelici e mitraici) sono solo alcuni degli esempi innumerevoli che troviamo nel mito e nella storia.
Ma realmente il rito del “taglio dell’albero” ha lo stesso valore simbolico del “taurobolium”?
E animali come toro, ariete, cervo rimandano – contestualmente – ad un medesimo significato?
In effetti nel corso della mia ricerca mi trovo assai spesso a non comprendere fino in fondo là dove terminano le caratteristiche tipiche di una figura mitica e iniziano quelle di un’altra.
Ad esempio:
l’ariete sembra senz’altro essere posto in relazione al seme-agli aspetti solari/maschili/aggressivi; come può quindi assumere in sé funzioni (simboliche) peculiari del toro, animale lunare, associato alla sfera della Grande Madre e all’acqua?
Mi sembra che la risposta possa essere: la trasformazione.
Mi spiego:
una stessa figura, prendiamo il toro, inizialmente ha una valenza fallica/fecondante, che nel corso della vicenda mitica (sacrificio, viaggio sulla luna, ecc.) viene momentaneamente trasformata nel suo opposto (il toro è identificato con la luna), per poi tornare ad essere quella iniziale, ma “rinnovata”, purificata, integrata della polarità contraria (pioggia fecondante che scende dal cielo).

– l’uccisione dello Spirito arboreo –
Frazer, ne “Il Ramo d’oro”, dedica diversi capitoli alla disamina dello “spirito arboreo” e del suo significato.
La sua tesi è che l’uomo primitivo attribuisse un’“anima” (“animismo”) al mondo che lo circondava: dagli animali alle piante, dalla terra agli astri.
In particolare, nella storia religiosa dell’antica Europa e del Medio Oriente, il culto degli alberi ebbe una rilevanza notevole: come gli esseri umani, si riteneva che anche la vegetazione fosse dimora di uno spirito vitale, che andava trattato con rispetto e reverenza, onorato e consacrato, affinché dispensasse ininterrottamente i suoi benefici all’umanità.
Con il tempo l’identificazione dello “spirito arboreo” passò dal singolo albero ad un “dio della foresta” al quale, nel periodo primaverile, venivano celebrati rituali collegati con la morte-resurrezione (ad es. il taglio dell’albero, che rimanda al mito di Attis, o la bruciatura-sepoltura-uccisione di effigi realizzate con fiori, foglie, rami, ecc.).
Gradualmente lo “spirito arboreo” assumerà poi forma umana, ovvero un “re-divino”, o un sacerdote o un eroe divinizzato, incarnazione di un più complesso “spirito vitale”.
Figure che, spiega Frazer, venivano uccise (talvolta anche di fatto) o ai primi segni di declino fisico o a scadenze fisse, ogni otto o dodici anni.
Ad esempio, nell’antica Sparta e nella Grecia minoica il sovrano veniva deposto ogni otto anni, o gli si rinnovava il mandato mediante la lettura dell’oracolo.
Il nostro studioso ipotizza che il sacrificio di sette giovani e sette fanciulle, tributato ogni otto anni al re Minosse, fosse connesso proprio con il rinnovamento del potere regale del sovrano cretese.
Medesima funzione ha l’immolazione di animali quali il toro, l’agnello, l’ariete, ecc., ovvero “fermare” la vitalità al culmine della sua manifestazione (prima che il suo ricettacolo umano-animale-vegetale deperisca o venga corrotto da malattia e vecchiaia) affinché lo spirito resusciti e si manifesti in una forma più pura e incontaminata, più giovane e più vigorosa.

– gli animali sacrificati –
Il quesito che mi ponevo qualche riga sopra era se animali come toro, ariete, cervo, cinghiale, ecc. rimandassero, all’interno di specifici contesti, ad un medesimo significato.
L’idea che mi sono andata formando è che:
-la loro funzione sia la stessa, cioè di animale sacrificato alla Grande Madre affinché ella possa perpetuare la sua azione generatrice;
-tale funzione sacrificale è la medesima di personaggi mitologici quali Attis, Tammuz, Atteone, il Minotauro, in parte anche Dioniso; essi rappresentano il “dio adolescente”, il “figlio-amante” della Grande Madre, ovvero un maschile non ancora “emancipato” dall’oscuro-ctonio dominio femminile, anzi, asservito ad esso; personaggi che riusciranno a liberarsi da tale dominio sono gli eroi solari come Teseo;
-i riti di fertilità quali “il taglio dell’albero” hanno sostanzialmente lo stesso significato del sacrificio di Attis, Tammuz, ecc. verso la Grande Madre.

Ad esempio, pur afferenti a dimensioni simboliche diverse, il Toro (appartenente alla sfera lunare della Grande Dea ) ed il Cervo (con caratteristiche solari) nell’ Età del Bronzo in Irlanda, come in Grecia e a Creta, erano entrambi sacri alla Grande Dea e, afferma Graves (“La Dea Bianca”), accomunati da un’identità di funzione. <b<graves< b=””>, nel capitolo dedicato alla canzone di Amergin (vedi NOTA 6), ricorda che il primo verso contempla due versioni, in cui toro e cervo sono sostituibili:
-io (cioè Dio) sono un toro dalle sette lotte
o
-io sono un cervo dai sette palchi (cioè con sette punte su ciascun corno).

Nella Creta minoica il toro si conobbe come Minotauro, “Minosse-Toro”, ma c’era anche un “Minelaphos”, Minosse-Cervo, che era presente nel culto della dea-luna Britomarte, e persino un culto di “Minotragos”, Minosse-capro.

Per quanto riguarda il cervo, sembra che il suo culto sia antichissimo, come dimostrano le pitture paleolitiche delle grotte di Altamira in Spagna e della grotta “dei tre fratelli” nel dipartimento dell’Ariege, nei Pirenei francesi, databili almeno al 20.000 a.C.
A Domboshawa, nello Zimbabwe, un dipinto boscimano mostra un re che indossa una maschera di antilope e ha il busto racchiuso da un corsetto; nel morire, il re eiacula e il suo seme sembra formare un mucchio di grano (ricordate la coda del toro mithraico?); accanto alcune sacerdotesse danzano presso un corso d’acqua, circondate da frutta e cesti ricolmi e un enorme bisonte viene placato da una sacerdotessa accompagnata da un pitone in posizione eretta.
Graves ne deduce che tali pitture indicano che il culto del cervo e del toro erano sicuramente uniti, ma che il primo forse era ritenuto più regale del secondo, visto il maggior rilievo dato al re in agonia.
Poiché tutte queste tracce di disegni complessi vengono attribuiti ai primi “sapiens” europei, gli Aurignaciani (forse provenienti dall’Asia), popolo databile tra il 34.000 e il 23.000 a. C., si presume che tale comunanza tra i due animali fosse assai diffusa.
Tra i Danai irlandesi (3000-1000 a.C. circa) il cervo era l’animale regale per eccellenza, come indicano le corna a palco rinvenute nelle sepolture di Newgrange e i numerosi miti in cui ha un ruolo importante: nella saga di Cuchulainn (in cui peraltro appare anche un Toro dalle Bianche Corna, simbolo di potere e ricchezza), nella leggenda di Oisin (Oisin è figlio della dea-cerva Sadb, ed egli stesso in una visione è trasformao n cerbiatto), nel “romanzo di Math figlio di Mathonwy”, inserito nel quarto ramo del Mabinogion gallese, (in cui un cervo, braccato e ucciso, è l’anima del tradito Llew Llaw).
Graves evidenzia come il destino subìto nel mito dal “re dalla corna di cervo” (si riferisce all’uccisione annuale del re cervo), il gallico Cernunno-Cornuto, sia il medesimo del greco Atteone, trasformato in cervo da Artemide e sbranato dai suoi cani. (vedi NOTA 7)
L’uccisione d Atteone avviene durante l’ANODOS, o comparsa annuale della Dea, che rigenera la propria verginità immergendosi nuda in una fonte sacra e poi sceglie il nuovo amante.

G. Tiepolo, disegno a penna e acquerello raffigurante la metamorfosi di Atteone

Passiamo adesso ad un rapido excursus sulla figura mitologica del “toro” e sulle sue funzioni.
Anche il culto ad esso collegato ha origini antichissime e sparse in ogni cultura:
da quella egizia (il bue Api, consacrato al sole), a quella iranica (ricordiamo: -il toro mithraico, il cui sacrificio era simbolo di fertilità e di ordine cosmico, -lo Yazad della vittoria, Verethraghna, che in una delle sue dieci personificazioni è un toro dalle corna d’oro , o anche -lo Yazad Maonghah/Mah, che governa la luna e che è invocato come toro; vedi NOTA 8), alla religione indù (Nandi, il toro sacro a Shiva e da lui cavalcato), alla mitologia celtica (l’epopea del “Tain Bo Cualnge” o “La Razzia delle vacche di Cooley”, intorno al celebre eroe irlandese Cuchulainn, è legata al culto del “toro regale”).

Mitra ed il toro: affresco dal Mitreo di Marino (III secolo) raffigurante la tauroctonia. Notare le spighe d grano poste alla fine della coda del toro e la volta celeste raffigurata all’interno del mantello di Mithra

Ma vorrei soffermarmi in modo particolare intorno al periodo minoico, ai riti sacri dedicati a Creta a questo animale.
Santarcangeli (Il libro dei labirinti) evidenzia come il “toro” fosse il principio maschile complementare alla Grande Madre ctonia, fecondatrice e regina degli Inferi, che dominava la civiltà cretese-egea.
Santarcangeli inoltre fa un’affermazione importante:
”il Minotauro non è altro che Minosse, cioè la figura mitica principale dell’antica Creta sotto forma di toro”.
Rileva anche che, pur rappresentando il principio maschile (e parrebbe semplice quindi collegarlo al Sole e alla Luce), il “toro” è strettamente associato alla Terra e alla vita su di essa; e soltanto per questa mediazione, al simbolo della fertilità.
Scrive S.:
”La sua schiena nera, le corte zampe robuste lo fanno apparire come nascente dalla zolla; e quindi collegato col mondo sotterraneo, con le potenze ctonie, con le caverne.”

(Mi preme ricordare che Ariadne, Signora del Labirinto, è la Grande Dea Madre, la Demetra dei Greci, la Cibele frigia, Signora degli Inferi, delle profondità e dea dei morti, ma anche matrice della fertilità, da cui esce tutto ciò che vivo. Inoltre voglio rilevare alcuni collegamenti di “forma” tra il labirinto, l’utero femminile, le viscere umane, le caverne naturali.)

Anche Frazer, come ho già ricordato, è convinto che il Minotauro e i sacrifici umani ad esso collegati fossero forme periodiche rituali per rinnovare il mandato e il potere di un sovrano; rituali che in precedenza comportavano realmente l’uccisione del sacerdote o del re in carica, prima che perdessero la loro efficacia e forza, e la successione ad una figura più giovane; tutto ciò allo scopo di rendere “immortale” la figura sacra (re o sacerdote che fosse).
Per Neumann (Storia delle origini della coscienza) il toro nella cultura cretese era strumento maschile della fecondità e al tempo stesso vittima della Grande Madre.
Il suo capo e le sue corna (simboli caratteristici dei luoghi di culto cretesi accanto all’ascia a doppio taglio – labrys – che è il mezzo sacrale della sua immolazione) sono simbolici fallici sacrificati alla fecondità della Terra.
Neumann, come Frazer, sostiene che il sacrificio del toro è compiuto in tempi successivi in sostituzione dell’evirazione-smembramento del sacerdote e che animali come cinghiale, toro, capro rappresentano dèi come Dioniso, Tammuz, Osiride, ecc.
In Egitto la testa del toro sacro Api veniva gettata nel Nilo, in analogia con il mito di Osiride, quando il dio viene tagliato a pezzi ma il suo fallo scompare nel Nilo.
L’uccisione del cinghiale sembra essere il più antico simbolo del figlio amante della Grande Madre, dea della fecondità che in questo caso viene rappresentata come una scrofa (si pensi ad Iside o alla Demetra eleusina).
Quando la rappresentazione della dea madre sotto forma di scrofa viene sostituita dalla mucca (ad esempio nel caso di Iside-Hathor), il cinghiale viene sostituito dal toro.
Anche lo psicologo junghiano è del parere che sia la mietitura che il taglio dell’albero:
“sono l’equivalente dell’uccisione, della castrazione, dello smembramento nel rituale della fecondità”, rituale originariamente celebrato nel sacrificio stagionale ed annuale del re, trasferito poi nel sacrificio di uomini, sostituito con l’immolazione di animali, per giungere alla festa di rinnovamento del regno, in cui si ristabilisce ritualmente la stabilità e potenza del re:
“Dall’Egitto, dall’Africa e dall’Asia fino alla Scandinavia troviamo che i sacrifici umani servono a garantire il prolungamento della forza del re. Come in Egitto, anche a Creta il patriarcato avanzante, con la crescente concentrazione di potere nelle mani del re e dell’aristocrazia, sostituì il dominio sacrale della dea madre. In questo processo il regno annuale venne sostituito da un regno che in un primo tempo doveva lottare per prolungare la propria durata, ma che successivamente divenne un unico regno ininterrotto che celebrava ritualmente la propria stabilità con sacrifici sostitutivi e riti annuali di rinnovamento e di rigenerazione….
Tanto Osiride quanto Bata (vedi NOTA 9) assumono la forma di albero e di toro.
L’albero tagliato è il segno di Osiride…il cui culto è il culto di una divinità della vegetazione che muore e risorge.” (E. Neumann, Le origini della coscienza)

Infine, mi pare interessante evidenziare i parallelismi che troviamo nell’allegorismo ecclesiastico:
-Cristo è cervo (gli esegeti cristiani sono stati attratti dalla diffusa credenza secondo la quale il cervo sente una profonda avversità per il serpente) o unicorno (animale che pure, nella leggenda, viene sacrificato) per mitezza-purezza e in quanto vittima sacrificale, ma è anche “toro” per potenza.

Sant’Eustachio, Albrecht Dürer, Monaco, Alte Pinakothek S.Eustachio. Il simbolo araldico risale ad una leggenda cristiana. Placido, capitano delle milizie sotto Traiano, nell’andare a caccia sui monti della Mentorella sopra Tivoli, s’imbattè in un cervo che fra le ramose corna portava il volto del Redentore. Scosso dal miracolo, Placido si convertì e, battezzato, prese il nome di Eustachio.
Immagine tratta dal sito: http://it.wikipedia.org/

A conferma riporto le seguenti citazioni tratte dalla tradizione scritta e dalla iconografia religiosa:
1. Tertulliano, alludendo al Cristo, così scrive:”Di Toro è la Sua bellezza, corno dell’unicorno son le sue corna.” (Tertulliano, “Adversus judaeos”cap.10). Paragona inoltre a ferocia dell’unicorno al rigore del Cristo in quanto giudice, e il suo corno alla croce. (vedi NOTA 10) Ancora Tertulliano, nella “Risposta agli Ebrei”(vedi NOTA 11), cap.X, scrive:”Per Giuseppe Cristo è inoltre benedetto da suo padre in questo modo: ”La sua gloria è quella di un toro; le sue corna , le corna di un unicorno; …”. Naturalmente non si intende nessun reale rinoceronte o minotauro. Ma Cristo è “toro” a causa di sue due caratteristiche, la ferocia e la Giustizia; e la gentilezza e la saggezza; Cristo-toro le cui corna sono le estremità della croce;…mentre il punto centrale della trave (nota: credo si intenda l’incrocio) è chiamato “unicorno”;
2. Zaccaria “Per noi egli (Cristo) ha alzato un corno di salvezza nella casa di Davide”;
3. Onorio di Autun (Speculum de mysteriis Ecclesiae), “«Per mezzo di questo animale (l’unicorno) viene rappresentato il Cristo, e per mezzo del suo corno la sua indomabile forza. Colui che si posò in grembo alla Vergine, fu catturato dai cacciatori; ovvero fu scoperto in forma umana dai suoi amatori»;
4. Dionigi Areopagita, De coelesti hierarchia 15,8: il bue indica forza e potenza, capacità di “arare”, cioè di scavare solchi intellettuali che ricevono le piogge feconde del cielo; le corna sono simbolo della forza conservatrice e invincibile;
5. Guillaume le Clerc di Normandia (XIIIe siècle), Bestiaire divin:” «Cette bête extraordinaire (l’unicorno), qui possède une corne sur la tête, représente Notre Seigneur Jésus-Christ, notre sauveur. Il est la licorne céleste qui est venue se loger dans le sein de la Vierge, qui est d’une si grande bonté. En elle, ilr evêtit forme d’homme, et c’est ainsi qu’il se montra aux yeux du monde »

NOTA 1.
Dal “Bundahishn” – mia libera traduzione al sito: http://www.avesta.org/
Capitolo 10. La battaglia con il bue primigenio.
0. Sul conflitto intrapreso contro il bue primigenio.
1. Come si fu concluso (nota: si riferisce al cap. precedente, sul conflitto con le piante), grazie al principio vegetale (chiharak) derivato da ogni parte del bue, cinquantacinque tipi di grano e dodici tipi di piante medicinali spuntarono dalla terra, e la loro magnificenza e forza erano dovuti all’energia del liquido seminale (tokhmih) del bue.
2. Portato alla stazione della Luna, quel seme (nota: si riferisce al liquido seminale del toro) fu accuratamente purificato dalla luce della luna, preparato in ogni modo, e prodotta la vita in un corpo. 3.Quindi si originarono due buoi, uno maschile ed uno femminile; e, in seguito, 182 specie di ogni tipo apparvero sulla terra.
4. la dimora (manist) degli uccelli è l’aria, e i pesci stanno n mezzo all’acqua.

NOTA 2.
Dal “Bundahishn” – mia libera traduzione al sito: http://www.avesta.org/
Capitolo 30. Sulla resurrezione e l’esistenza futura
25. Soshyant, con i suoi aiutanti, svolgono la cerimonia “Yazishn” sulla preparazione dei morti, ed essi sacrificano/macellano il bue Hadhayosh durante lo Yazishn; dal grasso di quel bue e con il bianco Haoma (nota: nome di una pianta inebriante, con virtù medicinali e spirituali;
essa dà anche il nome allo “yazad” – spirito del bene – che la presiede) essi preparano l’Hush (nota: la bevanda dell’immortalità), e la danno a tutti gli uomini, e tutti gli uomini diventano Immortali per sempre e per l’eternità.

NOTA 3.
Rig-Veda, Libro 9.
Mia libera traduzione dall’inglese, al sito http://www.sacred-texts.com/
Inno 64. Soma Pavamana (Soma purificato).
1.Soma, tu sei uno splendido Manzo, un Manzo, o Dio, e avanzi come un Manzo: Tu come Manzo ordinasti le leggi.

NOTA 3bis.
E. Zolla, Le meraviglie della Natura
Cap. La triade e l’uno; 6.la pietra potabile e mangiabile.
Nel rituale vedico della bevanda sacra si coglieano gli steli di una pianta di montagna formata “nelle rocce” (pianta di montagna è anche il “nontiscordardimé”). Gli steli si pigiavano tra le pietre per denudarne lo spirito, tra “le pietre eccitate dale lodi”, simboli del cielo.
La pianta schiacciata manifestava/era il PRINCIPIO DI VITA CHE DAL CIELO PIOVE IN TERRA.
Il succo si filtrava per un aureo vello d’ariete o d’agnello, l’animale gioviale, dell’aria, delle nuvole.
Lo sciaguattio della spremitura era ascoltato come l’essenza d’ogni tuono celeste e fecondo, d’ogni vivificante bramire di corno: d’ogni suono.
Si percepiva in quel gorgoglio il suono-l’essenza dell’atto di generare il succo-sostanza.
La spremuta (soma), bionda (hari) come l’oro, si faceva fermentare e si consacrava quale acqua di vita senza morte, eterna (amrta, la greca ambrosia), qual seme solare nelle acque, toro tra le mucche-raggi di sole.
Il succo così fatto fermentare era il divino incarnato: la pietra filosofale disciolta, l’oro potabile.

NOTA 4.
Sant’Agostino – CONTRO FAUSTO MANICHEO
dal sito http://www.sant-agostino.it/

Le ” dimore ” della trinità manichea.
2. Dunque noi adoriamo un’unica e medesima divinità sotto il triplice nome di Dio Padre onnipotente, Cristo suo Figlio e Spirito Santo; ma crediamo anche che il Padre dimori nella luce somma e principale, che Paolo in altro modo chiama ” inaccessibile ” 1. Il Figlio, invece, crediamo che risieda in questa seconda e visibile luce. Poiché egli è di per sé duplice, come lo riconosce l’Apostolo, dicendo che Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio 2; crediamo che la sua potenza abiti nel sole e la sua sapienza nella luna; ed ammettiamo anche che la sede e l’alloggio dello Spirito Santo, che è la terza maestà, sia tutto questo perimetro dell’atmosfera; che dal suo potere e dalla sua effusione spirituale la terra, che pure lo concepisce, generi il Gesù che patisce, vita e salvezza degli uomini, che pende da ogni pianta. Perciò è uguale la sacralità che noi attribuiamo a tutte le cose e voi, similmente, al pane ed al vino, sebbene odiate così violentemente gli autori di quelle dottrine. Questa è la nostra fede, che sentirai esporre se riterrai di dover indagare altre volte; sebbene, per il momento, non sia meno convincente l’argomento che se tu o un altro qualsiasi fosse interrogato su dove creda che abiti il proprio Dio, non dubiterà di rispondere: ” nella luce “. Da tale risposta questo mio culto è confermato con una testimonianza pressoché universale.

NOTA 5.
Sant’Agostino – LA NATURA DEL BENE
dal sito http://www.sant-agostino.it/

44. Consideriamo quindi la loro affermazione secondo cui proprio una parte della natura divina sarebbe perfettamente mescolata ovunque: in cielo, sulla terra, sotto terra; in tutti i corpi, asciutti e umidi; in tutte le carni, in tutti i semi degli alberi, delle piante, degli uomini, degli animali; non presente grazie ad un potere della divinità, per reggere e governare tutte le cose in assoluta indipendenza, in modo incontaminabile, inviolabile, incorruttibile, come noi diciamo di Dio, bensì catturata, schiacciata, profanata, poiché il suo affrancamento, la sua liberazione e purificazione non sarebbero dovuti soltanto al corso del sole e della luna, e alle potenze della luce, ma anche ai suoi eletti: è orribile a dirsi quali spudoratezze sacrileghe e prive di credibilità questo genere di errore più nefando è capace di insinuare, anche senza persuadere. Dicono infatti che le potenze della luce si trasformino in maschi avvenenti e che affrontino le femmine della progenie delle tenebre; che, d’altro canto, le potenze della luce si trasformino in femmine avvenenti e che affrontino i maschi della progenie delle tenebre. In tal modo ecciterebbero con la loro avvenenza la più laida passione dei principi delle tenebre; così la sostanza vitale, vale a dire la natura di Dio, che quelli ritengono catturata nei loro corpi, una volta affrancatasi, sfuggirebbe dalle loro membra estenuate dalla concupiscenza e, una volta sollevata o purificata, giungerebbe alla liberazione. Questo è quanto tali sciagurati leggono, dicono, ascoltano, credono; questo è attestato nel settimo libro del loro Tesoro (nome che attribuiscono ad uno scritto di Mani, dove sono raccolte tali bestemmie) (37):
Allora quel Padre beato, che possiede vascelli luminosi come ricoveri e dimore o segno di grandiosità, per la sua innata clemenza reca soccorso alla sua sostanza vitale per spogliarla e liberarla da redini empie e da soffocanti ristrettezze. Ad un suo cenno invisibile, quindi, trasfigura quelle sue potenze, racchiuse in questo vascello così splendente, ponendole in condizione di offrirsi alle potestà avverse disposte con ordine nelle singole traiettorie dei cieli. Ed essendo tali potenze menzionate composte di maschi e femmine dell’uno e dell’altro sesso, comanda agli uni, che hanno la forma di fanciulli imberbi, di offrirsi al genere avverso delle femmine, agli altri, aventi la forma di vergini luminose, di offrirsi al genere contrario di maschi: ben sapendo che tutte quelle potestà ostili sarebbero facilmente conquistate, a causa della più laida concupiscenza congenita, per loro letale, alienandosi in quelle forme così avvenenti che appaiono loro e in tal modo dissolvendosi. Sappiate però che proprio questo nostro Padre beato coincide addirittura con le sue potenze, che necessariamente trasforma in incontaminata rassomiglianza di fanciulli e di vergini. Se ne serve quindi come di armi proprie, attraverso le quali porta a compimento la sua volontà. Di queste potenze divine, poste a mo’ di connubio contro le razze infernali, capaci in modo rapido e agevole di attuare istantaneamente quel che hanno pensato, sono pieni i vascelli luminosi. Pertanto se la ragione esige che le medesime sante potenze appaiano ai maschi, all’istante si rendono visibili, assumendo le sembianze di vergini bellissime. A sua volta, nel farsi avanti alle femmine, deponendo la forma di vergini, assumono la forma di fanciulli imberbi. Dinanzi a questa splendida apparizione, aumenta la loro ardente concupiscenza e in tal modo si scatenano i loro infimi pensieri e l’anima vivente, slegata in questa occasione dalle loro membra in cui era racchiusa, evade, mescolandosi alla sua aria più pura; dopo essersi qui completamente purificate, salgono verso i vascelli luminosi, preparati per loro per il trasferimento e la traversata verso la propria patria. Ciò che però reca ancora le macchie del genere avverso discende in piccole parti attraverso calori infuocati, mescolandosi agli alberi e alle altre piante, praticamente a tutte, e impregnandosi di calori diversi. E nella maniera in cui da questo grande e luminosissimo vascello figure di fanciulli e di vergini appaiono alle autorità contrarie che dimorano in cielo e che possiedono una natura ignea; nella maniera in cui, in seguito a questo splendido spettacolo una parte di vita, sciolta dalle loro membra in cui era contenuta, viene convogliata attraverso flussi caldi sulla terra: allo stesso modo anche quella illimitata potenza, che si trova nel vascello delle acque vitali, tramite i suoi angeli appare, raffigurando fanciulli e sante vergini, a queste autorità, la cui natura è fredda e umida, disposte con ordine nei cieli. E indubbiamente alle femmine appaiono sotto forma di fanciulli, ai maschi sotto forma di vergini. Grazie quindi a questa trasformazione e differenziazione di persone divine e bellissime, i principi della stirpe umida e fredda, sia maschi che femmine, vengono disciolti e la forza vitale che è in essi si dilegua, mentre il residuo viene sciolto e convogliato attraverso flussi freddi sulla terra, amalgamandosi con tutti quanti i generi della terra.
Chi potrebbe tollerare tutto ciò? Chi potrebbe credere, non dico che le cose stiano così, ma che addirittura sia stato possibile affermarlo? Ebbene, c’è chi teme di dichiarare anatema il magistero di Mani e non teme di credere che Dio operi e subisca tutte queste cose!

NOTA 6.
Nel libro di Graves “La Dea Bianca”, a pag.239, viene proposta la “Canzone di Armegin”, considerata un inno liturgico risalente al 1268 a.C. e dedicata ad una “divinità onnipotente ed onnipresente”.

-Canzone di Armegin-

“Io sono il vento che soffia sul mare,
Io sono l’onda dell’Oceano;
Io sono il mormorio dell’onda;
Io sono il Bue delle 7 battaglie;
Io sono l’avvoltoio sulla scogliera;
Io sono il Raggio di Sole;
Io sono la pù bella delle piante;
Io sono il Cinghiale selvaggio coraggioso;
Io sono il salmone nel fiume;
Io sono il lago della pianura;
Io sono l’abilità del Demiurgo;
Io sono la Parola della Conoscenza;
Io sono la lancia che dà battaglia;
Io sono Dio che crea il fuoco del pensiero nella testa degli uomini;
Chi illumina tutte le montagne, se non io?
Chi predice le età della luna, se non io?
Chi sa dove il sole tramonta, se non io?

Attribuita al Bardo Armegin

NOTA 7.
– Il mito di atteone – Igino Favole
[181] CLXXXI DIANA
Quando Diana, stanca dall’estenuante caccia nel’ombrosissima valle della Gargafia, nella stagione estiva stava bagnandosi nella corso d’acqua chiamato Partenio, Atteone, nipote di Cadmio e figlio di Aristeo e Autonoe, giunse al medesimo luogo per rinfrescare sé stesso e i cani che aveva sfiancato nell’inseguimento delle fiere. Dunque si trovò la dea davanti e Diana, per impedirgli di raccontare ciò che aveva visto, lo trasformò in un cervo. E come cervo egli venne divorato dai suoi stessi cani. I nomi dei cani erano (i maschi): Melampo, Icnobate, Pamfago, Dorceo, Oribaso, Nebrofono, Lelape, Terone, Pterelao, Ileo, Nape, Ladone, Pemenide, Terodanapi, Aura, Lacone, Arpia, Aello, Dromade, Too, Canace, Ciprio, Sticte, Labro, Arcade, Agriodo, Tigri, Pletore, Alce. Arpalo, Licisco, Melaneo, Lacne, Leucone. Anche le femmine lo uccisero: Melanchete, Agre, Teridamante, Oresitrofo. Altri autori tramandano anche questi nomi: Acamante, Siro, Leone, Agrio, (…) Obrimo; le femmine furono: Argo, Aretusa, Urania, Teriope, (…), Chedietro.

NOTA 8.
all’url: http://www.avesta.org/ka/s1sbe.htm
dal Khorda Avesta
SIROZA 1 (nota: siroza= lett. ’30 giorni’, cioé una preghera dall’ Avesta che rende onore a 30 yazads)
12. Mah.
To the Moon that keeps in it the seed of the Bull; to the only-created bull; to the Bull of many species.

all’url: http://www.avesta.org/ka/yt14sbe.htm
dal Khorda Avesta
14. WARHARAN YASHT
7. Verethraghna, made by Ahura, came to him the second time, running in the shape of a beautiful bull, with yellow ears and golden horns; upon whose horns floated the well-shapen Strength, and Victory, beautiful of form, made by Ahura: thus did he come, bearing the good Glory, made by Mazda, the Glory made by Mazda, that is both health and strength.

NOTA 9.
La “Storia di due fratelli” è riferita nel papiro n.10.183 conservato al British Museum a Londra; l’autore è lo scriba Inena, che pare sia vissuto nell’ultimo quarto del XIII sec. a.C. in Egitto.
La trascrizione che segue è tratta dal saggio di Domi Belloni, all’url
http://www.uaar.it/ateismo/controinformazione/domi-belloni-a-sua-immagine.pdf

Bata vive nella casa del fratello maggiore Anubi, dal quale è stato allevato dopo la morte dei genitori, che ripaga facendosi carico dei più pesanti lavori dei campi. Un giorno che sta provvedendo alla semina assieme al fratello viene da questi inviato a prendere altra semente, poiché quella disponibile sta finendo. Giunto a casa e caricatosi dei sacchi di frumento necessari viene fatto oggetto di proposte amorose da parte della cognata, colpita dalla sua prestanza.
Ma il giovane, scandalizzato da quella che onora come una seconda madre, la rimprovera aspramente e torna nei campi. Per non recargli dolore tace al fratello l’accaduto, ma la cognata, temendo invece che Bata possa denunciare il suo comportamento, simula delle ecchimosi con il grasso e si fa trovare riversa a terra al ritorno del marito, cui dà ad intendere che a ridurla così sia stato il giovane, al quale si è rifiutata. Anubi infuriato si arma e si nasconde nella stalla in attesa del fratello e della vendetta.
Quando Bata arriva, dopo aver radunato il bestiame, viene informato dalle prime due vacche che stanno entrando nella stalla di ciò che lo sta attendendo. Avendo avuto conferma dalla vista dei piedi di Anubi celato dietro la porta si dà alla fuga, prontamente inseguito dal fratello. Invoca allora Ra, dio del Sole e signore della giustizia, che interpone tra i due una immensa palude brulicante di coccodrilli. L’inseguimento ha termine e l’indomani, al sorgere di Ra e con la sua testimonianza, Bata informa il fratello sul reale svolgimento dei fatti e gli annuncia che siccome Anubi non ha tenuto conto di quanto egli ha fatto per lui, ma ha subito creduto a quanto la moglie ha detto sul suo conto, se ne andrà nella valle del Cedro dove porrà il suo cuore su uno dei fiori.
Se un giorno qualcuno dovesse tagliare il Cedro ed il cuore di Bata dovesse cadere, causandone la morte, Anubi vedrà la sua coppa di birra traboccare e potrà, se lo vorrà, correre in aiuto.
Anubi, disperato, si cosparge la testa di polvere e torna mestamente a casa, uccide la moglie e ne getta il cadavere in pasto ai cani, continuando a piangere il fratello .
Questi intanto, giunto nella valle del Cedro e posato il suo cuore su uno dei fiori, si costruisce un castello e passa i giorni cacciando, finché non incontra i Nove Dei (l’Enneade, composta dalle divinità della Creazione).
Nell’occasione Ra invita il dio-vasaio Khnum a foggiare una moglie per Bata, desolatamente solo. Khnum plasma allora la donna più bella mai vista al mondo fino ad allora e le sette Hathor del destino, equivalente egizio delle Tre Fate della favolistica nostrana, prontamente intervenute, decretano che ella morirà per causa di un’arma da taglio.
Un giorno in cui ella sta passeggiando sotto il Cedro, il Mare la vede e lancia le sue acque per afferrarla.
La donna fugge ed il Mare grida al Cedro di prenderla. Questo, trattenendola per una treccia, la consegna al Mare che la trasporta in Egitto, dove a seguito di una complicata sequenza di avvenimenti diventa la favorita del Re d’Egitto e quando questi le chiede notizie del marito gli consiglia di far tagliare il Cedro, affinché Bata muoia.
Gli uomini del Re abbattono il Cedro e tagliano il fiore su cui è posato il cuore di Bata, il cui fato si compie.
Come preannunciatogli dal fratello la coppa di birra di Anubi trabocca ed egli, memore del significato di quel segno, corre nella valle del Cedro dove però trova Bata già morto.
Dopo averlo pianto si mette alla ricerca del suo cuore, ma al termine di quattro anni riesce a trovare solo un chicco: è questo il cuore disseccato del fratello.
Pone il chicco in un vaso di acqua fresca ed esso, assorbita l’acqua, torna ad essere un cuore palpitante. Anubi allora prende il vaso dentro cui è il cuore di Bata e fa bere il contenuto al fratello, che torna subito in vita ed organizza la sua vendetta.
Si trasforma in uno splendido toro e, cavalcato da Anubi, si presenta al Re d’Egitto.
Questi, impressionato dall’animale, ricompensa Anubi con oro e argento in abbondanza e organizza feste in tutto il paese, eleggendo il toro a suo prediletto.
Ma un giorno l’animale entra nella camera della favorita e le manifesta la sua vera identità; la donna chiede allora al Re che il toro venga ucciso ed il Re, seppur a malincuore, ne ordina il sacrificio.
Al momento in cui il macellaio lo abbatte con un colpo alla nuca, due gocce del suo sangue cadono a fianco degli stipiti della grande porta del palazzo del sovrano e nella notte danno vita a due maestose piante di persea.
E nuovamente Bata, che adesso vive nelle due piante, rimprovera la moglie traditrice di aver cercato di ucciderlo due volte, facendo prima abbattere il Cedro e quindi uccidere il toro.
Ma la donna circuisce ancora il Re affinché faccia tagliare le due piante di persea per poterne ricavare dei mobili.
Mentre le due piante vengono tagliate alla presenza delle favorita una scheggia del loro legno penetra nella bocca della donna che rimane immediatamente incinta e a tempo debito partorisce un figlio, che il Re nomina suo successore.
Alla morte del Sovrano, il principe, nel quale si è reincarnato Bata, convoca la corte e processa la moglie traditrice che viene riconosciuta colpevole e giustiziata.
Fa poi condurre alla sua presenza il fratello Anubi e lo nomina principe ereditario. Dopo trenta anni di felice regno anche Bata muore e gli succede il fratello.

NOTA 10.
Tertulliano, “Adversus judaeos”, cap.10
“Nam et benedicitur a patre in haec verba Ioseph: Tauri decor eius, cornua unicornis cornua eius; in eis nationes ventilabit pariter ad summum usque terrae. Non utique rhinoceros destinabatur unicornis nec minotaurus bicornis, sed Christus in illo significabatur, taurus ob utramque dispositionem, aliis ferus ut iudex aliis mansuetus ut salvator, cuius cornua essent crucis extima — nam et in antemna navis quae crucis pars est hoc extremitates eius vocantur —, unicornis autem medio stipite palus. [8] Hac denique virtute crucis et hoc more cornutus universas gentes et nunc ventilat per fidem auferens a terra in caelum et tunc ventilabit per iudicium deiciens de caelo in terram. Idem erit et alibi taurus apud eandem scripturam.”

NOTA 11.
Tertulliano “An Answer to the Jews”
Chapter X.-Concerning the Passion of Christ, and Its Old Testament Predictions and Adumbrations.
For Joseph is withal blest by his father206 after this form: “His glory (is that) of a bull; his horns, the horns of an unicorn; on them shall he toss nations alike unto the very extremity of the earth.” Of course no one-horned rhinoceros was there pointed to, nor any two-horned minotaur. But Christ was therein signified: “bull,” by reason of each of His two characters,-to some fierce, as Judge; to others gentle, as Saviour; whose “horns” were to be the extremities of the cross. For even in a ship’s yard-which is part of a cross-this is the name by which the extremities are called; while the central pole of the mast is a “unicorn.” By this power, in fact, of the cross, and in this manner horned, He does now, on the one hand, “toss” universal nations through faith, wafting them away from earth to heaven; and will one day, on the other, “toss” them through judgment, casting them down from heaven to earth.

– il Figlio-amante” della Grande Madre –
E. Zolla, a proposito del periodo governato dall’ Ariete , scrive:
“Il tredicesimo mese dell’anno diventa il primo, la tredicesima volta che la Luna è fecondata, succede qualcosa di strano, di luciferico, un incesto e un suicidio.”

Che significa, che accade di così “tremendo”? Tenterò di comprenderlo e spiegarlo con l’aiuto di vari studiosi.

E. Neumann (Le origini della coscienza) ci dice che la situazione esistenziale dell’uomo primitivo (e quindi anche lo stadio iniziale della coscienza di ogni singolo uomo) era di totale unione con la natura e con il mondo manifesto, a fronte di una debolissima differenziazione dell’IO.
E’ il periodo che Bachofen descrive come dominato dal matriarcato, in cui predomina il simbolismo della terra e della vegetazione.
L’uomo primitivo, al pari del bambino piccolo con la madre, dipende, per la sua sopravvivenza, dalla terra e dalla natura, dispensatrice di nutrimento.
Neumann spiega che questo stadio evolutivo è governato dall’immagine della dea madre con il bambino divino; immagine che sottolinea l’aspetto inerme e bisognoso della natura infantile e il lato protettivo della madre:
“Questo rapporto è espresso nel modo più chiaro nel suo simbolismo preumano, in cui la madre è l’acqua (mare, lago o fiume) il bambino è il pesce da essa circondato, in essa contenuto e in essa nuotante.”

Proseguo con la teoria esposta da Neumann perché, anche se essa è finalizzata ad una analisi psicologica-evolutiva del mito, può, a mio parere, essere davvero utile per una comprensione “spirituale”.
Il piccolo Oro, Dioniso, lo stesso Gesù sono gli amati figli di una Madre ancora giovane, buona, protettiva; il bambino vive nell’ambito della sfera materna e nessun conflitto si è ancora creato fra loro.
Gradualmente la coscienza infantile acquisisce una propria autonomia, sperimentando la propria differenza rispetto alla Madre.
Questo passaggio cruciale, secondo il nostro autore, si rifletta nel mito con l’archetipo della Dea Madre in relazione con il figlio-amante (vedi figure come Attis, Tamuz, Adone, Osiride).
Il “partner” della Dea Madre non è ancora l’elemento maschile maturo e paterno, ma un giovinetto acerbo e primaverile.
Bachofen chiarisce perché ciò avvenga:
“La madre viene prima del figlio. …La creatività maschile viene solo dopo di quella femminile…La donna è il dato stabile, l’uomo diviene. All’inizio c’è la terra, la materia materna fondamentale. Dal suo grembo materno proviene la creazione visibile e solo allora si manifesta la divisione in due sessi. Solo allora viene alla luce la forma maschile. “
In quest’ottica, la Terra, la Grande Madre è immutabile e perenne, mentre il compagno maschile è mutevole, si rinnova di anno in anno.
L’uomo è così contemporaneamente:
”la ricchezza scaturita dal seno materno e il dispensatore di ricchezza, è oggetto ed insieme potenza attiva, creatore e creatura, causa ed effetto. Però la prima comparsa della forza maschile sulla terra avviene sotto forma di figlio. … Se dal ventre della donna nasce un uomo, è la madre stessa a meravigliarsi per quella nuova comparsa. Infatti anche lei riconosce nella figura del figlio l’immagine di quella forza alla cui fecondazione deve la propria maternità. Il suo sguardo si sofferma rapito sul nuovo venuto.
L’uomo diventa il suo balocco, il capro la sua cavalcatura, il fallo il suo accompagnatore costante. Nella sua qualità di madre Cibele sovrasta Atti, Diana sovrasta Virbio, Afrodite sovrasta Fetente. Il principio naturale materiale femminile viene prima; esso acoglie nel suo grembo il principio maschile, che è secondario, derivato ed esistente solo in forma mortale ed eternamente mutevole, così come Demetra accoglieva la cista.”

Questi figli-amanti sono giovani fallici, dèi della vegetazione, fecondatori della terra, vegetazioni essi stessi; ma appena la terra comincia a dar frutto, essi vengono uccisi, falciati e mietuti.
Sono giovani che appartengono alla Grande Madre, fuchi dell’ape regina, dèi della primavera, condannati a morire per essere pianti e ridati alla luce dalla Grande Madre stessa; in questo caso il maschio diventa solo il “portatore del fallo”, visto come potenza fecondante:
“Il dio adolescente significa felicità, splendore per la Grande Madre, la quale invece gli è perennemente infedele e gli reca infelicità.” (E.Neumann)

Alla luce di ciò l’auto-evirazione ha il senso di evidenziare ciò che è più importante per la Grande Madre ed il sacrificio compiuto per essa, per la sua fecondità.
Per Neumann castrazione, smembramento o uccisione sono il “destino del dio adolescente portatore del fallo”, e sono motivi connessi con la morte della vegetazione, la raccolta e il taglio degli alberi.
Si evidenzia il carattere “terribile” della Grande Madre, portatore di morte e anche di follia-ebbrezza;
la “madre terribile” per attirare a sé ammalia e affascina, sconvolge il senno, facendolo precipitare nella follia orgiastica:
“Anche la follia è uno spezzettamento dell’individuo, così come lo spezzettamento del corpo nel rito della fertilità simbolizza – con la dissoluzione dell’unità corporea – un annientamento della personalità…. La Grande Madre è la maga Circe che trasforma l’uomo in animale e che, quale signora degli animali, sacrifica il maschile e lo sbrana. Il maschile infatti la serve precisamente in quanto animale: essa infatti governa il mondo animale degli istinti, che sono al servizio suo e della sua fecondità.” (E. Neumann, opera citata)

In questo caso il “sacrificio” assume un significato particolare: la Grande Dea (E. Neumann, La Grande Madre) :
“spinge al sacrificio generale, all’immolazione del figlio adolescente, a vantaggio di un più vasto interesse, che comprende la totalità della vita e dell’esistenza umana.”

Immagine tratta dal testo di E. Neumann “La Grande Madre”

Uberto Pestalozza, nel suo bellissimo “Nuovi saggi di religione mediterranea”, a proposito della dea cananea Anat (pagg..315-335), evidenzia la superiorità-sovranità della dea-vergine sul suo paredro-fratello/amante Baal: Anat è “intangibile”, mentre Baal (nota: che viene rappresentato con un corno ed una sua epifania avviene in forma taurina) ogni sette anni subisce una morte atroce per poi risorgere.
Ma il ritorno alla vita di Baal e il successivo “hieros gamos” della Potnia e del suo Paredro sono finalizzati a far riesplodere l’esuberanza della Natura sulla Terra.
Pestalozza chiarisce bene la natura sanguinaria della ctonia Anat: la Natura necessita di sangue per perpetuarsi.
Scrive Pestalozza:
”Anat è una dea sanguinaria e richiama una delle manifestazioni più interessanti della grande Potnia preellenica, Artemis Orthia. Essa, la sorella di Baal, è alla vigilia del suo “hieros gamos” col fratello e paredro e vi si prepara attraverso una carneficina di giovani guerrieri…
E’ una vera orgia, dentro cui la dea gode ed esulta, lieta di procedere nel sangue fino alle ginocchia e alle reni: così, tutta cruenta, ella, la Vergine, si lava le mani, ella, la Sorella del Principe, si deterge le dita….Se non che questa sua sete di sangue, questo delirio orgiastico di guazzarvi dentro non si spiegano col concetto semitico (ma non è solo semitico) del “sangue essenza di vita”, ove questo non venga integrato con le preoccupazioni della dea prossima allo hieros gamos, e quindi con la preparazione che esso richiede.
Qui ci viene in aiuto una delle forme della Potnia preellenica già ricordata, Artemis Orthia…..Artemis Orthia, la “dea che suscita la virilità”, era, al pari di Anat, una dea sanguinaria, cupida a Sparta di sacrifici umani, che ne inondassero di sangue l’altare, sostituiti poi dalle aspre flagellazioni cruente, a cui venivano sottoposti gli efebi.
Sacrifici prima, flagellazioni poi, a cui riconosciamo oggi un triplice scopo.
La dea si rivela avida di sangue maschio irrorante l’altare (che è un aspetto aniconico di lei) perché esso accresce e rafforza i suoi poteri autonomi di generatrice instancabile o moltiplica ed esalta i suoi ardori, ove intervenga la folgorazione del dio e dell’uomo.
Perciò ella è soprattutto avida del sangue generoso dei puberi, che conferisce alla sua eterna giovinezza un nuovo e più fresco vigore, mentre commuove e provoca quelle virilità nascenti, su cui ella gode di esercitare la sua virtù eccitatrice.
In terzo luogo, i sacrifici umani e le flagellazioni efebiche soddisfano nella dea gli istinti originari della sua natura crudele.
Questa analisi dei riti cruenti di Artemis Orthia spiea chiaramente la più vasta preparazione cruenta di Anat all’incontro d’amore con Baal.
Ella intende così di ristorare, di rinvigorire le segrete virtù del suo intimo mistero di carne, perché alla virilità del Paredro degnamente rispondano – nell’imminente celebrazione – l’ardore e la fecondità della divina Sorella”.

Rappresentazione di Artemis Orthia in avorio, Museo Archeologico Nazionale di Atene

Anche Dioniso, per alcune sue caratteristiche – vicende – rituali, rientra nel raggio delle figure mitiche sacrificali sottoposte alla Grande Dea.
In quali aspetti-manifestazioni?
-ci conferma Graves (I miti greci) che uno degli appellativi di Dioniso giovinetto fu “Dendrite”, ossia “giovanetto-albero”, celebrato negli orgiastici riti primaverili dedicati alla Grande Dea;
-Kerenyi (Dioniso) interpreta la nascita di Dioniso dalla coscia di Zeus come una automutilazione ed evirazione del padre degli dei; specifica che in Asia Minore la virilità veniva offerta alla Grande Dea dal suo amante Attis e dai suoi sacerdoti; persino Zeus, si racconta, che, dopo aver commesso incesto con sua madre, simulò di evirarsi, ma in realtà gettò i testicoli di un ariete in grembo alla dea ( Clemente Alessandrino, Protreptico ai Greci, Cap.2 ); lo stesso autore narra come Zeus si unisca sotto forma di serpente a sua figlia Persefone, dando alla luce Dioniso sotto forma di toro; e ancora Alessandrino stabilisce un parallelo tra Dioniso e Tammuz, proprio per i rituali dei Cabiri dedicati al dio dell’estasi e dell’ebbrezza: ……
Chiamando poi col nome di Cabiri i Coribanti proclamano anche il rito dei Cabiri: giacché questi due fratricidi, presa, quasi spoglia del combattimento la cesta, nella quale erano posti i genitali di Dioniso, la portarono nella Tirrenia, mercanti di merce gloriosa; e qui prendevano dimora, essendo esuli, e trasmisero ai Tirreni il loro prezioso insegnamento di pietà, consistente nella venerazione di genitali e di una cesta. E questa fu non senza verosimiglianza la ragione per la quale alcuni vogliono dare a Dioniso il nome di Attis, perché privato dei genitali.
……
(per la lettura dell’intero Cap.2, vedi “Biblioteca storica, parte terza”, “Clemente Alessandrino, Protreptico ai Greci”)

Una cosa è certa: che si trattasse di un toro, di un ariete o di altro animale-essere umano di sesso maschile, la virilità amputata doveva far ritorno alla Grande Madre, affinché il ciclo infinito delle nascite si perpetuasse.
E Kerenyi commenta così il passo di C. Alessandrino:
”Il mito metteva crudelmente in rilievo l’eterno, necessario sacrificio tributato dalla forza vitale maschile al sesso femminile: un sacrificio che valeva per l’umanità tutta.
Una concreta estrinsecazione missionaria della religione dionisiaca – nella sua forma più maschile, i misteri Cabiri – è rappresentato per noi dal fatto che gli assassini del dio trasportarono il suo membro virile in un cesto dalla Grecia settentrionale all’Italia.
…La condizione di evirato era altrettanto caratteristica sia per Dioniso che per Attis.
Apparteneva al contenuto segreto della religione dionisiaca; ma agli esperti del suo culto, a cui si richiama C. Alessandrino, questo segreto era noto.
Da ciò deriva forse la spiegazione di uno strano uso cultuale che si ritrova nell’area microasiatica. A Cipro, non era un uomo con le sembianze di Zeus a rappresentare una donna in travaglio rievocando così le doglie di Arianna morente di parto, bensì un giovanetto.
Naturalmente i suoi erano dolori simbolici, ma mascheravano i dolori simbolici di un Attis, allo stesso modo in cui l’aborto e la morte di Arianna adombravano la nascita di Dioniso dalla Signora del mondo sotterraneo”.
Uccisione e sacrificio, spezzettamento e offerta del sangue rappresentavano quindi strumenti magici che garantivano la fertilità della terra; vi è una connessione tra donna-sangue-fecondità, data dalla comparsa delle mestruazioni nella donna fertile e nella loro scomparsa durante i nove mesi di gravidanza; per questo lo spargimento di sangue era un atto sacrale, sia che il sangue versato fosse di un animale o dell’uomo.

Circe, di Hon John Collier.
Immagine tratta dal sito
http://dl.lib.brown.edu:8081/exist/mjp/index.xml

Le domande che mi pongo a questo punto sono:
– come accade che da una Grande Madre terribile, ctonia, istintiva, possa nascere un Figlio (come il Cristo) divino?
– Come accade che il Figlio-adolescente, sacrificato alla fecondità della terra, si ri-generi e si ri-sollevi nella Luce, ad un livello più alto, solare-celeste-spirituale?
– Cosa ha sacrificato il Figlio-adolescente, immolandosi?

Credo che una possibile spiegazione alla prima domanda la suggerisca Neumann (La Grande Madre), quando espone le opposte caratteristiche dell’archetipo femminile.
La Grande Madre ha sì un aspetto stabile, permanente, immutabile, immobile, ma in lei è riposto anche il “potere” positivo della trasformazione;
ha sì caratteristiche terribili-istintive-pulsionali, ma è anche Madre accogliente, protettrice, nutriente, donante;
è sì notte-tomba-utero divorante, ma è anche grembo oscuro da cui nasce la Luce.
E in quest’ultimo aspetto, è “illuminante”.
(Si pensi ad Ariadne, “la purissima” e a Brigit, l'”altissima”).
La sua capacità di rigenerazione-trasformazione fa sì che dalla “terra” ella possa ascendere ad una più alta e celeste “luna” (luna crescente che ri-troviamo nelle raffigurazioni della Vergine Maria).
L’albero (che pur ha una valenza maschile-fallica) è simbolo della materia-madre (come lo sono il legno, la barca, la bara, la culla):
esso è saldamente radicato nella terra, ma cresce elevandosi verso il cielo.

Bernardo di Chiaravalle, nel sermone “In Adventu Domini”, loda la vergine Maria come:”Legno di vita”(vedi NOTA 1)
e, ancor prima, nell’Antico Testamento il profeta Isaia scrive:
Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo Spirito del Signore,
spirito di sapienza e di intelligenza,
spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e timor del Signore.
(Isaia, 11. Il discendente di Davide)
laddove all’albero di Iesse si associa la figura di Maria.

(Per il simbolismo dell’albero rimando alla lettura dell’ottima ed esaustiva interpretazione di C.G.Jung, “La libido, simboli e trasformazioni”, cap. Simboli della madre e della rinascita, e a E. Neumann, “La Grande Madre”, cap. La signora delle piante)

Michele di Matteo, “Sogno della Vergine”, 1445 ca., museo delle ceramiche di Pesaro;

Se è vero che la Grande Dea presiedeva il dominio della sfera animale, è altrettanto vero il femminile pone le basi della civiltà umana, che consiste nella Natura trasformata:
da lei nasce la civilizzazione (vedi Cibele rappresentata con la corona turrita), l’agricoltura (pensate a Demetra), la trasformazione del grano in pane, quindi la cottura nel forno (su cui anticamente era raffigurata una testa Gorgone, a rappresentare il segreto del procedimento e il divieto di accesso per i profani, come riportano sia Neumann, opera citata, che Graves ne “La dea bianca”).

La Donna è così al centro dei Misteri Femminili che poggiano sulla custodia e sulla conservazione del Fuoco (Fuoco nell’accezione più ampia del termine; si pensi alle Vestali).
Per Neumann questo carattere trasformativo positivo femminile (individuato nell’Anima: le Muse, Sophia, Maria, la donna Vergine) sostiene le funzioni di: “dare-donare-trasformare-sublimare-saggezza-ispirazione”.

Azoth (1624), di Basilio Valentino, terza figura.
Immagine tratta dal sito http://hdelboy.club.fr/index.html

 

Sophia-Sapientia; immagine tratta dal testo di E. Neumann “La Grande Madre”

Ritengo che la chiave del mistero del nostro motivo archetipico “sacrificio-morte-rinascita” sia proprio insita nel potere della “trasformazione-sublimazione”:
il vecchio muore e si trasforma in giovane; la materia sublimata si trasforma in “corpo sottile”.

Mi sembra importante riportare alcuni passi tratti dal Libro della Sapienza dell’Antico Testamento; in essi vorrei evidenziare il “carattere materno” della sapienza, che “abbraccia, sostiene, rinnova ogni cosa”, proprio come una madre con la sua creatura.
Di grande interesse è anche l’immagine della sapienza come “specchio senza macchia dell’ attività di Dio“: pare spontaneo collegarla alla “luna” (che accoglie e riflette la luce del Sole) e alla “vergine Maria” (nel cui grembo si “incarna” Dio).

1.Cercare Dio e fuggire il peccato.
….
La sapienza è uno spirito amico degli uomini
….
Difatti lo spirito del Signore riempie l’universo
e, abbracciando ogni cosa, conosce ogni voce.

7.Stima di Salomone per la Sapienza.
…l’amai più della salute e della bellezza,
preferii il suo possesso alla stessa luce,
perché non tramonta lo splendore che ne promana.
Insieme con essa mi sono venuti tutti i beni;
nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.
Godetti di tutti questi beni, perché la sapienza li guida,
ma ignoravo che di tutti essa è madre.
….
La sapienza è il più agile di tutti i moti;
per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa.
E’ un’emanazione della potenza di Dio,
un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente,
per questo nulla di incontaminato in essa s’infiltra.
E’ un riflesso della luce perenne,
uno specchio senza macchia dell’attività di Dio
e un’immagine della sua bontà.
Sebbene unica, essa può tutto;
pur rimanendo in sé stessa, tutto rinnova
….

– il motivo delle due madri –
Il tema della rinascita si collega, a mio parere, in modo assai pertinente con “il motivo delle due madri” (o “motivo della doppia nascita”, ri-nascita) teorizzato da C. G. Jung (La libido, simboli e trasformazioni) e da O. Rank (Il mito della nascita degli eroi).
Secondo i nostri psicologi, la nascita dell’”eroe” avviene sempre in circostanze simboliche singolari, straordinarie:
”l’eroe non nasce semplicemente come un comune mortale; la sua nascita avviene secondo le misteriose cerimonie di una ri-nascita dalla madre-sposa.”
La prima madre e la prima nascita sono biologiche, mentre la “madre adottiva” è la madre psicologica-spirituale-interiore, che conduce ad una seconda nascita nella luce-illuminazione.
Scrive Jung che nella mitologia cristiana questo tema ha assunto un significato superiore proprio nel “battesimo”, che rappresenta una rinascita nel regno dei cieli:
“La morte di Cristo sulla croce (nota: che per Jung in questo contesto è un simbolo materno), che produce la salvezza universale, viene considerata come un battesimo, cioè una rinascita attraverso la seconda madre, il misterioso albero della morte.”

Vangelo di Luca:
Cap.12.
[49]Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse gia acceso!
[50]C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!

Nel mito abbiamo numerosi esempi del motivo delle due madri: Dioniso, Ercole, Romolo e Remo, ecc.
Dom Antonio G. Pernety (Le favole egizie e greche), su Bacco scrive:
“Egli ebbe due madri: Semele e Giove, e secondo Raimondo Lullo (Theor. Testam . c.46) il fanciullo Filosofico ha due padri e due madri perché, egli dice, è stato cavato dal fuoco con molta cura, e non potrebbe effettivamente morire (nota: ricordate Demetra e Demofonte?).
Giove portò seco questo fuoco recandosi a visitare Semele, questo fuoco dei Filosofi, del quale parla Ripley nelle sue Dodici Porte; fuoco che acceso nel vaso, brucia con maggiore forza ed attività del fuoco comune.
Questo fuoco estrae l’embrione dei Saggi dal ventre di sua madre, e lo trasporta nella coscia di Giove sino alla sua maturità:
allora questo fanciullo Filosofico, formato nel ventre di sua madre mediante la presenza di Giove, ed allevato dalle cure di costui, viene alla luce con un viso bianco come la Luna, e di una bellezza sorprendente, come ci afferma il D’Espagnet nel Cant. 78 del suo Arcan. Hermet.”

Inserisco qui alcune considerazioni di Fulcanelli (ne “Le Dimore Filosofali”, edizioni Mediterranee, volume primo, cap. “Il mito alchemico di Adamo ed Eva”, pagg. 178-182) sul Mercurio alchemico:
“Bacco, divinità emblematica del Mercurio dei Saggi, incarna un significato segreto simile a quello di Eva, madre dei viventi.
In Grecia qualsiasi baccante era chiamata Eva, parola che aveva come radice Evius, soprannome di Bacco (nota: vedi il termine “evio” nelle “Baccanti” di Euripide; nel medesimo testo a Bacco viene attribuito l’epiteto di “Bromio”, in riferimento alla sua manifestazione in forma taurina; si veda anche l’”Inno di Dioniso Bassareo Trieterico”, in cui si legge “beato Dioniso, nato dal fuoco, con la fronte di toro”).
…..
Ma questa spiegazione, sebbene logica e conforme alla dottrina, è, però, insufficiente a fornire la ragione di alcuni dettagli sperimentali e di alcuni punti oscuri della pratica.
È indiscutibile che l’artista non potrebbe pretendere l’acquisizione della materia originale, cioè del primo Adamo “formato di terra rossa”; e che il soggetto dei saggi stesso, qualificato anche come prima materia dell’arte, è assai lontano dalla semplicità inerente al secondo Adamo.
Tuttavia questo soggetto è propriamente la madre dell’Opera, come Eva è la madre degli uomini.
È lei che dispensa ai corpi che genera, o più esattamente che essa rincrudisce, la vitalità, la vegetabilità, la possibilità di mutazione.
Andremo più lontano e diremo, rivolgendoci a coloro che posseggono già un’infarinatura della scienza, che la madre comune dei metalli alchemici non entra assolutamente come sostanza nella Grande Opera, sebbene sia impossibile senza di lei, produrre nulla ne intraprendere nulla.
Per sua intercessione, infatti, i metalli volgari, veri e soli agenti della pietra, si mutano in metalli filosofici; e mediante essa sono disciolti e purificati; in essa ritrovano e riprendono la loro attività perduta, mentre prima erano morti, e ridiventano viventi; essa è la terra che li nutre, li fa crescere, fruttificare e permette loro di moltiplicarsi, infine, ritornando nel seno materno, che li aveva un tempo formati e fatti nascere, essi rinascono e riacquistano le primitive facoltà che l’industria dell’uomo aveva loro sottratto.
Eva e Bacco sono i simboli di questa sostanza filosofale e naturale, — però non prima nel senso dell’Unità o dell’universalità, — chiamata comunemente col nome di Ermes o di Mercurio.
Ora, si sa che il messaggero alato degli dei fungeva da intermediario tra le potenze dell’Olimpo e rivestiva, nella mitologia, un ruolo analogo a quello del mercurio nelle operazioni ermetiche.
Così si comprende meglio la natura tutta speciale della sua azione, e perché non rimanga con i corpi che ha diluiti, purgati ed animati.
E si afferma anche con quale significato si deve intendere Basilio Valentino, quando ci assicura che i metalli sono delle creature nate due volte dal mercurio, figli d’una sola madre, prodotti e generati da lei.
E, d’altra parte, si individua meglio, dove stia quell’ inciampo che i filosofi hanno messo di traverso sul sentiero, quando hanno affermato, di comune accordo, che il mercurio è l’unica materia dell’Opera, mentre solo le reazioni necessarie sono da esso provocate; quella affermazione dunque, fu detta sia solo per metafora, sia considerando il mercurio da un punto di vista particolare.
È anche utile sapere che, se abbiamo bisogno della cesta di Cibele, di Cerere o di Bacco, ciò è soltanto perché essa contiene quel corpo misterioso che è l’embrione della nostra pietra; se abbiamo bisogno di un vaso, è soltanto per metterci il corpo, e nessuno ignora che, senza una terra appropriata, qualsiasi seme diverrebbe inutile.
Così non possiamo fare a meno d’un vaso, sebbene il contenuto sia infinitamente più prezioso del contenente, poiché quest’ultimo, prima o poi, è destinato a separarsi dal primo.
L’acqua non ha di per sé nessuna forma, sebbene sia suscettibile d’assumerne una qualsiasi e di prendere quella del recipiente che la contiene.
Ecco il perché del nostro vaso, e della sua necessità, e perché i filosofi l’hanno tanto raccomandato come il veicolo indispensabile, l’eccipiente obbligatorio del nostro corpo.
E questa verità trova la sua giustificazione nell’immagine di Bacco bambino in piedi sul coperchio del vaso ermetico.
Da quanto abbiamo detto discende che la cosa più importante da ricordare è che i metalli liquefatti e dissociati per mezzo del mercurio ritrovano le loro capacità vegetative che possedevano al momento della loro apparizione sul piano fisico.
Il solvente è in qualche modo per essi, come una fontana di Giovinezza.
Esso separa dai metalli le impurità eterogenee, derivanti dai filoni metalliferi; toglie loro le malattie contratte nel corso dei secoli; li rianima, procura loro un novello vigore e li ringiovanisce.
Cosi i metalli volgari si trovano rincruditi, cioè rimessi in uno stato prossimo al loro stato originale, e a questo punto sono chiamati metalli viventi o filosofici.
Ora, poiché essi riacquistano, a contatto con la loro madre, le loro qualità primitive, si può star certi ch’essi si sono riaccostati ad essa e che hanno assunto una natura analoga alla sua.
Ma, d’altra parte, è evidente, in seguito a questa conformità di complessione, ch’essi non potrebbero generare dei nuovi corpi con la loro madre, perché quest’ultima ha soltanto una potenza rigeneratrice e non generatrice.
Da ciò si deve concludere che il mercurio del quale parliamo, e che è rappresentato dall’Eva dell’ Eden mosaico, non è quello che i saggi hanno designato come matrice, ricettacolo, vaso adatto al metallo rincrudito, chiamato zolfo, sale dei filosofi, sperma metallico e padre della pietra.
Non ci si deve lasciar ingannare; questo è il nodo gordiano dell’Opera, quello che i debuttanti debbono ingegnarsi a sciogliere se non vogliono essere bloccati all’inizio della pratica.
Esiste dunque un’altra madre, figlia della prima, alla quale i filosofi, per uno scopo facile da indovinare, hanno egualmente imposto il nome di mercurio.
E la distinzione tra questi due mercuri, l’uno agente di rinnovamento, l’altro di procreazione, costituisce lo studio più arduo che la scienza abbia riservato al neofito.
E allo scopo di aiutarlo a superare questa barriera, noi ci siamo dilungati sul mito di Adamo ed Eva, e cercheremo di chiarirne quei punti oscuri, a bella posta lasciati nell’ombra anche dai migliori filosofi.
La maggior parte di essi si sono accontentati di descrivere allegoricamente l’unione dello zolfo e del mercurio, generatori della pietra, e li hanno chiamati sole e luna, padre e madre filosofici, fisso e volatile, agente e paziente, maschio e femmina, aquila e Icone, Apollo e Diana.
Con questi ultimi due nomi hanno ricavato Apollonio di Tiana, Gabrizio e Beva, Urim e Tumin, le due colonne del tempio; Jakin e Bohas, il vegliardo e la giovane vergine, infine, in maniera più esatta, fratello e sorella. Perché essi sono realmente fratello e sorella, infatti il loro essere deriva da una madre comune, e sono debitori della diversità dei loro temperamenti più alla differenza d’età e d’evoluzione che alla diversità delle loro affinità.
L’autore anonimo d’Ancienne Guerre des Chevaliers, in un discorso ch’egli fa pronunciare dal metallo ridotto in zolfo per azione del primo mercurio, insegna che questo zolfo ha bisogno di un secondo mercurio, con il quale dev’essere congiunto per moltiplicare la propria specie.
«Alcuni degli artisti che hanno lavorato con me, racconta il metallo, hanno spinto i loro lavori cosi lontano, da riuscire a separare da me il mio spirito, che contiene la mia tintura; in modo che mescolando con altri metalli e minerali, sono riusciti a trasmettere alcune delle mie virtù e delle mie forze ai metalli che hanno qualche affinità e un po’ d’amicizia per me. Tuttavia gli artisti che sono riusciti in questa strada e che hanno trovato certamente una parte dell’arte sono veramente un piccolo numero. Ma, poiché non hanno riconosciuto l’origine dalla quale provengono le tinture, e stato per loro impossibile spingere più lontano il loro lavoro, e in fin dei conti non hanno ricavato da quel procedimento ciò che poteva essere di grande utilità. Ma se questi artisti avessero spinto le loro ricerche più in là, e avessero esaminato quale donna mi è propria, e l’avessero cercata e mi avessero unito con lei, allora io avrei potuto tingere mille volte di più.»
Nell’Entretien d’Eudoxe et de Pyrophile, che fa da commento a questo trattato, Limojon de Saint-Didier scrive, a proposito del brano riportato:
« La donna adatta alla pietra e che con essa si deve unire e quella fontana d’acqua viva, la cui sorgente, totalmente celeste, che ha il suo centro in particolare nel sole e nella luna, produce questo chiaro e prezioso ruscello dei Saggi, che si versa nel mare dei filosofi che a sua volta, circonda tutto il mondo. Quindi non senza ragione, questa divina fontana, è chiamata da questo autore femmina della pietra; alcuni l’hanno anche rappresentata sotto le spoglie d’una ninfa celeste; alcuni altri le hanno dato il nome della casta Diana la cui purezza e verginità non è macchiata dal legame spirituale che l’unisce alla pietra.
In una parola, questa congiunzione magnetica è il matrimonio magico del cielo con la terra, matrimonio del quale hanno parlato alcuni filosofi; di modo che la seconda sorgente della tintura fisica, che opera tali meraviglie, nasce da quest’unione coniugale tanto misteriosa.”

Queste due madri, o mercuri, che abbiamo appena distinto, appaiono sotto l’emblema dei due galli (vedi NOTA 2) nel riquadro di pietra sito al secondo piano della casa di Le Mans.
Essi fiancheggiano un vaso (nota: in greco “vaso” si dice “corpo”, parola che ha per radice “utero”) pieno di foglie e di frutta, simbolo della loro capacità vivificante, generatrice e vegetativa, della fecondità, e dell’ abbondanza delle produzioni che ne derivano.
Ai due lati di questo motivo, dei personaggi seduti eseguono un duetto musicale. È la traduzione dell’Arte di musica, — epiteto convenzionale dell’alchimia, — e a questo appellativo si riferiscono i diversi soggetti scolpiti sulla facciata.
Ma prima di proseguire lo studio dei bassorilievi della casa di Adamo ed Eva, crediamo sia doveroso avvertire il lettore che, sotto dei termini appena velati, la nostra analisi contiene la rivelazione di ciò che, di comune accordo, si chiama il segreto dei due mercuri.
Però,la nostra spiegazione, non potrebbe resistere ad un esame attento, e chiunque si dia la pena di sviscerarla, troverà alcune contraddizioni, errori lampanti di logica o di giudizio.
Ora, noi riconosciamo lealmente che non esiste un unico mercurio alla partenza, e che il secondo deriva necessariamente dal primo. Tuttavia è stato meglio richiamare l’attenzione sulle qualità differenti ch’essi dimostrano, e — fosse anche a prezzo d’un torto al ragionamento o d’una inverosimiglianza, — mostrare in che modo li si può distinguere ed identificare, e in che modo è possibile estrarre direttamente, la donna propria dello zolfo, madre della pietra, dal seno della nostra madre primitiva. “

– la Sophia –
La “duplicità” (o completezza) dell’archetipo femminile (espressa, nei suoi opposti, nell’aspetto ctonio-stanziale- fisso-divoratore-grembo/tomba e nell’aspetto vegetativo/celeste- di rinascita-trasformazione/sublimazione) mi pare ben si esprima in un’immagine della Trimurti proposta e analizzata da Neumann (La Grande Madre).

Trimurti. Immagine tratta dal testo di E. Neumann “La Grande Madre”.

<align=”justife”>atta dal testo di E. Neumann “La Grande Madre”. </align=”justife”>

Neumann osserva che:
“ il simbolo della “tartaruga” rappresenta lo stadio inferiore su cui poggia la Grande Madre come “madre terribile”, raffigurata come teschio con l’aspetto conflittuale delle due fiamme che da essa defluiscono, e, attraverso essa, la Grande Madre come “Sophia” raffigurata nel fiore di loto…
Tutti questi simboli (tartaruga, teschio/vaso di morte, fiore) sono simboli matriarcali di trasformazione dell’Archetipo del Femminile.”
Simboli che appaiono anche, prosegue Neumann, nella figura divina buddista della “Tara bianca”, divinità che personifica la forma suprema della trasformazione spirituale attraverso il Femminile.

Tara bianca. Pittura su stoffa, Tibet orientale, XVIII secolo; Collection of Shechen Archives. Immagine tratta dal sito: http://www.tibetart.org/home.cfm

Neumann cita l’indologo Heinrich Zimmer:
“Nel Buddismo tantrico Tara assurge allo zenith del Pantheon: come prajnaparamita è la madre di ogni Budda;
essa non significa altro che l’illuminazione stessa che fa divenire un Budda;
param ita = passata (“ita”) all’altra sponda (“param”): Essa guida l’anima attraverso la corrente del samsara all’altra riva del Nirvana.
Il suo emblema come saggezza dell’illuminazione è un libro su un loto accanto alle sue spalle, mentre le sue mani formano il circolo della contemplazione interiore della vera dottrina.”
L’illuminazione di Tara, all’insegna del Femminile, non è un lampo che scende dal cielo, ma:
“è qualcosa di vitale, la cui radice affonda nel putrido abisso della terra, quindi germoglia, in virtù dell’acqua della vita, colma di essenza numinosa, con il bocciolo chiuso, e solo alla fine si schiude come loto sviluppato alla luce ininterrotta del cielo.” (Neumann, op.cit.)

Circa il simbolismo del fiore ed in particolare della “rosa”, sarebbe interessante sviluppare la ricerca sul significato della rosa bianca/rosa rossa alchemica.
Oltremodo importante parrebbe lo studio de “I geroglifici” di N. Flamel, nel quale però non mi addentro perché non mi sento adeguatamente preparata.

Voglio però citare nuovamente Bernardo di Chiaravalle, nel sermone “In Adventu Domini”(vedi NOTA 1) :
“Il Figlio della Vergine è il fiore, fiore bianco e purpureo, scelto tra mille; fiore la cui vista allieta gli Angeli, e il cui odore ridona la vita ai morti;
Fiore dei campi come lo chiama ella stessa, e non fiore dei giardini; perché il fiore dei campi sboccia da se stesso senza l’aiuto dell’uomo, senza i procedimenti dell’agricoltura. Così il seno della Vergine, come un campo eternamente verde, ha prodotto quel fiore divino la cui bellezza non si corrompe mai, e il cui splendore mai si oscurerà.

La Philo-sophia e le sette arti liberali dall’Hortus deliciarum (1180) di Herrad von Landsberg.
Immagine tratta dalla pagina:
http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Septem-artes-liberales_Herrad-von-Landsberg_Hortus-delicarium_1180.jpg

L’Archetipo Femminile, nella sua completezza, sembra seguire lo sviluppo dell’umanità:
“all’inizio è la dèa primordiale, che riposa n sé stessa, nella materialità del suo carattere elementare, che non conosce nulla se non il segreto del suo utero;
alla fine è Tara, nella mano sinistra il loto sbocciante dello sviluppo psichico, la mano destra rivolta verso il mondo nel gesto del donare.
Con gli occhi socchiusi, nella sua meditazione essa è intenta sia al mondo esterno, sia al mondo interiore: un’immagine eterna femminile dello spirito redentore.” (Neumann, op.cit.)

Un altro punto che mi pare opportuno evidenziare è la relazione tra vaso-donna.
Altrove (vedi “Schema sinottico del simbolismo del Femminile per Erich Neumann” ) mi sono occupata di questo simbolismo, ma nel caso della “Sophia” esso appare ad un livello più elevato, cioè nella “forma del vaso della trasformazione spirituale”.
Troviamo esempi nel calice della comunione, nel Graal, nella fonte battesimale, tutti “vasi di trasformazione”, colmi di “acqua vitale”.
Anche la vergine Maria è essa stessa “vaso”, poiché porta in grembo il bambino-sole divino.
E il vaso femminile non solo accoglie, allo scopo di spiritualizzare-divinizzare, ma anche dona la “forza che nutre”, che trasforma per rinascere. L’uomo adulto riceve nella fase della trasformazione spirituale il “latte virgineo” di Sofia.

Abbazia di Santa Maria di Rivalta, Tortona (Piemonte): “Lactatio di Bernardo di Chiaravalle”, affresco del XV sec.
immagine tratta dal sito: http://it.wikipedia.org/

Il nutrimento di Sofia è cibo che scaturisce dal cuore, dal “centro”:
“diviene visibile un nuovo organo che, in quanto cuore, fa scaturire la saggezza centrale del sentimento che nutre lo Spirito, non quella superiore della testa.”

Alle parole di Neumann sulla Sofia vorrei accostare quelle di E. Zolla (Le meraviglie della natura) sulla Sapienza;
seppur inseriti in contesti diversi (psicologico l’uno, alchemico l’altro) a me pare che vi sia un significato medesimo:
“La perla, il sale, l’occhio, la luce sono figure della sapienza.
Essa è un lampo.
E’ il mistero che nutre l’intelletto.
E’ l’idea, la matrice del mondo.
Ne fa esperienza chi, divenuto povero di spirito proprio, mendico, ovvero fanciullo o fiore di campo, sente che a lui provvede un’energia sottile, invisibile, un’ordinatrice angelica.

ch’io ho veduto tutto il verno prima
il prun mostrarsi rigido e feroce,
poscia portar la rosa in su la cima.
Paradiso, XIII, 133

Molti non varcano vivi la probazione nera, ma i fortunati, allorché il mostro prescelto li abbia scarnificati, quando l’anima sia caduta loro di dosso, completamente putrefatta, cominceranno a ritesserla, come un nuovo tabernacolo, procurandosi lo spirito nuovo, di pace: la gemma, l’insetto custode.
Così l’intelligenza vegetativa riforma sotto la crosta la carne ferita.
Adesso, non prima, nel silenzio stupefatto, nell’isolamento di serpi mutanti la squama, costorono sentiranno vicina la sapienza o spirito di vita. …
Tremenda o meno che sia la preventiva putrefazione, è necessario, a che sapienza si manifesti, togliere di mezzo l’impaccio di sé stessi, mutarsi in pura, assorta attenzione, facendo una ripulitura dell’anima che la tramuti in uno specchio.

Sapienza è guardare alle alternanze degli elementi dietro al gioco delle figure di questo mondo.
La Natura naturante o Sapienza si guarda allo specchio della natura naturata, del mondo visibile.
Si può imparare noi a vedere lo spettacolo del cosmo come uno specchio in cui si riflette la Sapienza?”

Philo-sophia, part.
Nel cerchio centrale si vede, seduta su un trono come una regina, la Filosofia, che indossa sul capo una corona, da cui emergono tre teste, che rappresentano l’etica, la logica e la fisica.
Secondo Platone, queste sono le tre parti su cui poggia l’insegnamento della filosofia. Con le mani la filosofia tiene una pergamena che recita:
Tutta la sapienza viene da Dio, solo i saggi possono fare ciò che vogliono.

– il Sacrificio –
Arrivati fin qui, è d’obbligo chiedersi: cosa va dunque sacrificato per poter accedere ad un livello più alto di conoscenza-spiritualità?
Anche questa volta voglio prender spunto dalla teoria psicologica junghiana (il mio amatissimo Jung), perché essa potrà non essere esaustiva circa le forze misteriose, complesse e profonde che spingono l’uomo verso lo Spirito, ma a parer mio è quella che più di ogni altra ha unito ragione e trascendenza.
Per Jung (La libido, simboli e trasformazioni) il sacrificio è la rinuncia ad una libido incestuosa che tiene l’individuo legato alla madre, paralizzato nell’utero materno, in uno stato di simbiosi e di inconsapevolezza.
Il sacrificio consiste quindi nel rinunciare alla libido infantile (nel mito il bambino-adolescente viene ucciso), rivolta al passato, primitiva-ctonia-animalesca, per accedere ad un processo di maturazione psicologica:
“Mediante il sacrificio si raggiunge una pienezza di forza che rasenta quella dei genitori…
Allo stesso modo che il mondo nacque mediante il sacrificio, attraverso la rinuncia alla libido materna rivolta al passato, così, secondo la dottrina delle Upanisad, si produce anche quella nuova condizione dell’uomo che si può chiamare lo stato di immortalità”. (Jung, op.cit.)

Jung è assai chiaro: nel mito, il sacrificio dell’animale è il sacrificio dello stesso “dio”, poiché il toro è Mitra, è Zagreo, l’agnello è Cristo ecc.
Il sacrificio dell’animale significa il sacrificio della libido sessuale animale, connessa alla madre ctonia, da parte del dio-eroe.
Libido che ri-entra nella Madre, fecondandola: è qui che si compie l’atto proibito,si commette l’incesto:
“l’atto del sacrificio è una fecondazione della madre; il demone-serpente ctonio beve il sangue…e con questo la vita è conservata immortale, poiché anche l’eroe ri-genera sé stesso come il Sole…
Rientrando nel grembo della madre (Matuta, Pietà di Michelangelo) egli realizza nella morte ciò che il primo uomo, Adamo, ha commesso in vita, per portare con il suo atto il più intimo e segreto significato della libido (nota personale: smettiamo di considerare la “libido” come “energia sessuale” e tentiamo di attribuirle il significato più ampio di “energia/forza/flusso vitale”) al suo più alto appagamento e alla sua espressione più impropria.”

A conferma che il sacrificio di Cristo sulla croce rappresenta davvero una ierogamia con la madre (come anche nelle cerimonie dedicate ad Adone, in cui Venere e Adone venivano posti in un letto nuziale), Jung cita un passo del “Sermo suppositus” di S. Agostino:
“Come uno sposo Cristo uscì dalla sua camera, con un presagio delle nozze uscì nel campo del mondo; giunse al letto della croce e salendovi confermò la sua unione; e quando udì la creatura anelante in sospiri, in pio abbandono si sacrificò per riscattare la sua sposa e si congiunse alla donna per l’eternità.”

Questo riferimento mi ha talmente affascinata ed incuriosita che ho cercato altre riprove.
Ho trovato che, nell’Antico Testamento, il Salmo XIX di Davide, “Il Signore sole di giustizia”, così recita:
I cieli narrano la gloria di Dio
E l’opera delle sue mani annunzia il firmamento.
Il giorno al giorno ne affida li messaggio
E la notte alla notte ne trasmette notizia.

Non è linguaggio e non sono parole,
di cui non si oda il suono.
Per tutta la terra si diffonde la loro voce
E ai confini del mondo la loro parola.

Egli mise il suo tabernacolo nel sole,
che da lì esce come sposo dalla stanza nuziale,
esulta come un prode che percorre la via.
Egli sorge da un estremo del cielo
e la sua corsa raggiunge l’altro estremo;
nulla si sottrae al suo calore.

(nota: il salmista utilizza palesemente similitudini che si ritrovano nella mitologia babilonese)

Questo stesso salmo è commentato da Tommaso d’Aquino (in “Commento ai Salmi”, mia libera traduzione della pagina
http://www4.desales.edu/~philtheo/loughlin/ATP/Psalm_18.html) come segue:
“Nel sole:
Sopra, il Salmo parla dei cieli, e qui, per mostrare la lode del creatore, egli (il salmista) cita il sole.
Per cieli, si deve intendere gli Apostoli, per sole si intenda Cristo.
Malachia 4: “Il sole di giustizia sorgerà per voi che temete il mio nome.”
E alcune profezie dicono ciò di Cristo utilizzando l’immagine del sole.
Così, egli (il salmista) presenta la prima immagine da cui comincia a spiegare la verità su Cristo.
Egli presenta tre cose riguardanti tale immagine.
In primo luogo vi è la posizione del sole; poi il suo moto, e il sole come uno sposo; terzo, l’effetto del sole “Non vi è nessuno che possa nascondere se stesso, ecc … ”
….
Il sole è il suo tabernacolo: non significa che Dio è contenuto in un solo luogo, ma significa, come dice Dionisio, che la bontà e la potenza di Dio, il potere divino, sono molto più rappresentati attraverso l’immagine del sole.
Egli dice due cose riguardanti il moto del sole: “dall’altezza del cielo.”
Nota che egli parla di come il cielo è nel suo cambiamento, che è la fine della notte e l’inizio del giorno.
E poiché è la fine della notte, è solo un “nascondersi” momentaneo del sole rispetto a quando è evidente nel cielo:
perché quando il sole sorge, non significa che inizia allora ad esistere, ma significa che in quel momento si rende a tutti manifesto, come uno sposo che di notte rimane celato nella camera nuziale ed il mattino ne esce.
….
La sua concezione è descritta quando dice “nel sole egli ha posto il suo tabernacolo.”
E ‘consuetudine che per tabernacolo o tenda si intenda il corpo: 2 Pietro 1: “So che il tempo di piegare la mia tenda sta giungendo in fretta, perché il Signore nostro Gesù Cristo mi disse: 2 Cor. 5: noi siamo in questa tenda per piangere.“
Pertanto quando si dice “nel sole che Egli ha posto ecc,” è che Dio ha posto il suo corpo nel sole, cioè nella la Beata Vergine, che non aveva tenebra alcuna (non era macchiata dal peccato): Cant. 4: Siete completamente bella, mia amica donna, e non vi è alcuna macchia in te.
….
“Nel sole egli ha posto il suo tabernacolo”, che significa anche: sebbene Dio sia invisibile, attraverso l’incarnazione in un corpo si è reso visibile.
Giovanni 1:” Il Verbo era luce, e venne ad abitare in mezzo a noi.”
E ancora: “nel sole, nel calore ardente, egli ha posto il suo tabernacolo”, che è il suo corpo, perché egli ha avuto la capacità di soffrire.
Isaia 53: In verità egli ha accolto le nostre afflizioni, e lui ci ha donato il perdono.
E ancora, si è sottoposto ad un cambiamento: Egli, come Dio era eterno, come uomo divenne temporale: Sal. 30: Nelle vostre mani è il mio tempo. Oppure, il suo tabernacolo, che è la Chiesa: Ap. 21: Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini.
….
La natività è descritta quando si dice:” come uno sposo avanza dalla sua camera.”
La camera è il grembo verginale: da questo egli procede come uno sposo, perché in questa unione perpetua egli ha sposato la natura dell’uomo: di conseguenza, nella morte la sua natura divina è rimasta unita alla sua anima e al suo corpo.

Che la vergine Maria abbia un ruolo importantissimo nella passione di Cristo e nel mistero dell’Eucarestia è sottolineato nella significativa “Lettera Enciclica ECCLESIA DE EUCHARISTIA del sommo pontefice GIOVANNI PAOLO II”
( al sito http://www.vatican.va/edocs/ITA1798/_INDEX.HTM).
In essa si legge:
Introduzione.
“nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini”.
….
È lui a pronunciare, con la potestà che gli viene dal Cristo del Cenacolo: « Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi… Questo è il calice del mio sangue, versato per voi… ». Il sacerdote pronuncia queste parole o piuttosto mette la sua bocca e la sua voce a disposizione di Colui che le pronunciò nel Cenacolo
….
Contemplare Cristo implica saperlo riconoscere dovunque Egli si manifesti, nelle sue molteplici presenze, ma soprattutto nel Sacramento vivo del suo corpo e del suo sangue. La Chiesa vive del Cristo eucaristico, da Lui è nutrita, da Lui è illuminata.
L’Eucaristia è mistero di fede, e insieme « mistero di luce ».
….
Cap.Primo.Il mistero della fede.
11. « Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito » (1 Cor 11,23), istituì il Sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue. Le parole dell’apostolo Paolo ci riportano alla circostanza drammatica in cui nacque l’Eucaristia. Essa porta indelebilmente inscritto l’evento della passione e della morte del Signore. Non ne è solo l’evocazione, ma la ri-presentazione sacramentale. È il sacrificio della Croce che si perpetua nei secoli. Bene esprimono questa verità le parole con cui il popolo, nel rito latino, risponde alla proclamazione del « mistero della fede » fatta dal sacerdote: « Annunziamo la tua morte, Signore! ».
La Chiesa ha ricevuto l’Eucaristia da Cristo suo Signore non come un dono, pur prezioso fra tanti altri, ma come il dono per eccellenza, perché dono di se stesso, della sua persona nella sua santa umanità, nonché della sua opera di salvezza. Questa non rimane confinata nel passato, giacché « tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa dell’eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi »

12. Questo aspetto di carità universale del Sacramento eucaristico è fondato sulle parole stesse del Salvatore. Istituendolo, egli non si limitò a dire « Questo è il mio corpo », « questo è il mio sangue », ma aggiunse « dato per voi…versato per voi » (Lc 22,19-20). Non affermò soltanto che ciò che dava loro da mangiare e da bere era il suo corpo e il suo sangue, ma ne espresse altresì il valore sacrificale, rendendo presente in modo sacramentale il suo sacrificio, che si sarebbe compiuto sulla Croce alcune ore dopo per la salvezza di tutti. « La Messa è ad un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della Croce e il sacro banchetto della comunione al corpo e al sangue del Signore ».
….
In effetti, « il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio ». Lo diceva efficacemente già san Giovanni Crisostomo: « Noi offriamo sempre il medesimo Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa ragione il sacrificio è sempre uno solo. […] Anche ora noi offriamo quella vittima, che allora fu offerta e che mai si consumerà ».

14. La Pasqua di Cristo comprende, con la passione e la morte, anche la sua risurrezione. È quanto ricorda l’acclamazione del popolo dopo la consacrazione: « Proclamiamo la tua risurrezione ».
In effetti, il Sacrificio eucaristico rende presente non solo il mistero della passione e della morte del Salvatore, ma anche il mistero della risurrezione, in cui il sacrificio trova il suo coronamento.
È in quanto vivente e risorto che Cristo può farsi nell’Eucaristia « pane della vita » (Gv 6,35.48), « pane vivo » (Gv 6,51).
Sant’Ambrogio lo ricordava ai neofiti, come applicazione alla loro vita dell’evento della risurrezione: « Se oggi Cristo è tuo, egli risorge per te ogni giorno ». San Cirillo di Alessandria a sua volta sottolineava che la partecipazione ai santi Misteri « è una vera confessione e memoria che il Signore è morto ed è tornato alla vita per noi e a nostro favore ».
….
16. L’efficacia salvifica del sacrificio si realizza in pienezza quando ci si comunica ricevendo il corpo e il sangue del Signore.
Il Sacrificio eucaristico è di per sé orientato all’unione intima di noi fedeli con Cristo attraverso la comunione: riceviamo Lui stesso che si è offerto per noi, il suo corpo che Egli ha consegnato per noi sulla Croce, il suo sangue che ha « versato per molti, in remissione dei peccati » (Mt 26,28).
Ricordiamo le sue parole: « Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me » (Gv 6,57). È Gesù stesso a rassicurarci che una tale unione, da Lui asserita in analogia a quella della vita trinitaria, si realizza veramente.

Cap. sesto: alla scuola di Maria, donna “eucaristica”.
53. Se vogliamo riscoprire in tutta la sua ricchezza il rapporto intimo che lega Chiesa ed Eucaristia, non possiamo dimenticare Maria, Madre e modello della Chiesa. Nella Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, additando la Vergine Santissima come Maestra nella contemplazione del volto di Cristo, ho inserito tra i misteri della luce anche l’istituzione dell’Eucaristia.
In effetti, Maria ci può guidare verso questo Santissimo Sacramento, perché ha con esso una relazione profonda.

55. In certo senso, Maria ha esercitato la sua fede eucaristica prima ancora che l’Eucaristia fosse istituita, per il fatto stesso di aver offerto il suo grembo verginale per l’incarnazione del Verbo di Dio.
L’Eucaristia, mentre rinvia alla passione e alla risurrezione, si pone al tempo stesso in continuità con l’Incarnazione. Maria concepì nell’Annunciazione il Figlio divino nella verità anche fisica del corpo e del sangue, anticipando in sé ciò che in qualche misura si realizza sacramentalmente in ogni credente che riceve, nel segno del pane e del vino, il corpo e il sangue del Signore.
C’è pertanto un’analogia profonda tra il fiat pronunciato da Maria alle parole dell’Angelo, e l’amen che ogni fedele pronuncia quando riceve il corpo del Signore. A Maria fu chiesto di credere che colui che Ella concepiva « per opera dello Spirito Santo » era il « Figlio di Dio » (cfr Lc 1,30–35). In continuità con la fede della Vergine, nel Mistero eucaristico ci viene chiesto di credere che quello stesso Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria, si rende presente con l’intero suo essere umano- divino nei segni del pane e del vino.
« Beata colei che ha creduto » (Lc 1,45): Maria ha anticipato, nel mistero dell’Incarnazione, anche la fede eucaristica della Chiesa.
Quando, nella Visitazione, porta in grembo il Verbo fatto carne, ella si fa, in qualche modo, « tabernacolo » – il primo « tabernacolo » della storia – dove il Figlio di Dio, ancora invisibile agli occhi degli uomini, si concede all’adorazione di Elisabetta, quasi « irradiando » la sua luce attraverso gli occhi e la voce di Maria.
E lo sguardo rapito di Maria nel contemplare il volto di Cristo appena nato e nello stringerlo tra le sue braccia, non è forse l’inarrivabile modello di amore a cui deve ispirarsi ogni nostra comunione eucaristica?
..
Come immaginare i sentimenti di Maria, nell’ascoltare dalla bocca di Pietro, Giovanni, Giacomo e degli altri Apostoli le parole dell’Ultima Cena: « Questo è il mio corpo che è dato per voi » (Lc 22,19)?
Quel corpo dato in sacrificio e ripresentato nei segni sacramentali era lo stesso corpo concepito nel suo grembo! Ricevere l’Eucaristia doveva significare per Maria quasi un riaccogliere in grembo quel cuore che aveva battuto all’unisono col suo e un rivivere ciò che aveva sperimentato in prima persona sotto la Croce.

58. Nell’Eucaristia la Chiesa si unisce pienamente a Cristo e al suo sacrificio, facendo suo lo spirito di Maria. È verità che si può approfondire rileggendo il Magnificat in prospettiva eucaristica. L’Eucaristia, infatti, come il cantico di Maria, è innanzitutto lode e rendimento di grazie. Quando Maria esclama « L’anima mia magnifica il Signore e il mio Spirito esulta in Dio mio salvatore », ella porta in grembo Gesù. Loda il Padre « per » Gesù, ma lo loda anche « in » Gesù e « con » Gesù. È precisamente questo il vero « atteggiamento eucaristico ».

Certo, tanto altro potrebbe esser detto sul simbolismo del “sacrificio-morte/trasformazione-rinascita”, ma qui io mi fermo, perché credo che con il sacrificio cristiano si sia raggiunta la massima espressione spirituale di questo motivo archetipico.
Difatti, trovo che la diversità tra l’immolazione di Cristo e i tributi sacrificali a Lui precedenti sia nella volontà-consapevolezza della “vittima” di sacrificare sé stesso per un bene più alto, ovvero la redenzione-salvezza dell’umanità tutta.
Concludo il paragrafo con le paole di Jung:
“Il confronto tra il sacrificio mitriaco e quello cristiano dovrebbe mostrare chiaramente in cosa consiste veramente la superiorità del simbolo cristiano:
l’aver apertamente riconosciuto che bisogna sacrificare non solo i desideri inferiori, ma l’intera personalità.
Il simbolo cristiano esige la dedizione totale; esso costringe ad un reale autosacrificio in vista di un fine superiore, mentre il sacrificio mitriaco, che rimane fermo ad uno stadio simbolico più primitivo, si accontenta del sacrificio d’un animale.” (Jung, op.cit.)

Montceaux-l’Étoile (Francia), Chiesa di Saints-Pierre-et-Paul, XI secolo; la scultura del portale raffigura l’ascensione di Cristo in mezzo agli apostoli; si noti la figura del Cristo inserita nella vesica piscis/mandorla.
Immagine tratta dal sito http://www.romanes.com/

NOTA 1.
Bernardo di Chiaravalle
703-717 SERMO I. De Adventu Domini, et sex circumstantiis ejus.
4. Ex his manifestum jam arbitror, quaenam sit virga de radice Jesse procedens, quis vero flos super quem requiescit Spiritus sanctus. Quoniam Virgo Dei genitrix virga est, flos Filius ejus. Flos utique Filius Virginis, flos candidus et rubicundus, electus ex millibus (Cantic. V, 10); flos in quem prospicere 0042D desiderant angeli, flos ad cujus odorem reviviscunt mortui, et sicut ipse testatur, flos campi est (Cant. II, 1), et non horti. Campus enim sine omni humano floret adminiculo, non seminatus ab aliquo, non defossus sarculo, non impinguatus fimo. Sic omnino, sic Virginis alvus floruit, sic inviolata, integra et casta Mariae viscera, tanquam pascua aeterni viroris florem protulere; cujus pulchritudo 723 non videat corruptionem, cujus gloria in perpetuum non marcescat. O Virgo, virga sublimis, in quam sublime verticem sanctum erigis! usque ad Sedentem in throno, usque ad Dominum majestatis. Neque enim id mirum, quoniam in altum mittis radices humilitatis. O vere coelestis planta, pretiosior cunctis, 0043A sanctior universis! O vere lignum vitae, quod solum fuit dignum portare fructum salutis! Deprehensa est, maligne serpens, versutia tua, nudata est plane falsitas tua. Duo imposueras Creatori; mendacii et invidiae infamaveras eum: sed in utroque convictus es esse mentitus. Siquidem et ab initio moritur cui dixeras: Nequaquam morieris (Gen. III, 4): et veritas Domini manet in aeternum (Psal. CXVI, 2). Sed et nunc responde, si potes, quam ei arborem, cujus arboris fructum invidere potuit, qui ne hanc quidem virgam electam, et fructum sublimem negavit? Etenim qui proprio Filio non pepercit, quomodo non omnia simul cum illo donavit? (Rom. VIII, 32.)
(tratto dal sito: http://www.binetti.ru/bernardus/35.shtml)

NOTA 2.
Nota del testo:
nell’antichità, il gallo era attribuito al dio Mercurio. I Greci lo designavano con la parola “alektor”, che talvolta significa “vergine”, e talvolta “sposa”, espressioni caratteristiche dell’uno o dell’altro mercurio; cabalisticamente “alektor” si accosta ad “alektos”, ovvero “ciò che non deve o non può essere detto, segreto, misterioso”.