Le tre teste del pozzo

Le tre teste del pozzo
fiabe inglesi raccolte da Joseph Jacobs

Questa versione della fiaba “The Three Heads of the Well” è tratta dalla raccolta di Joseph Jacobs “English Fairy Tales” ed è stata da me liberamente tradotta dai siti web:
– http://www.surlalunefairytales.com/authors/jacobs/english/3headswell.html
-http://www.sacred-texts.com/neu/eng/eft/eft44.htm
Le immagini sono tratte dal sito http://www.artmagick.com/
e dal sito: http://www.grandmasgraphics.com/index.php

 

 

 

 

olto tempo prima di re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, nella regione orientale inglese regnava un re che aveva la sua corte a Colchester (nota: antica città romanica nell’Essex).
Proprio al culmine della sua gloria, la regina morì, lasciando una sola figliola di circa quindici anni, che per la sua bellezza e per la sua bontà era la gioia di tutti coloro che la conoscevano.
Ma il re, avendo saputo di una dama che, come lui, aveva una sola figlia, si mise in mente di prenderla in moglie per le sue ricchezze, sebbene colei fosse una brutta vecchia, dal naso adunco e con la gobba.
La figlia della donna era una tipa scialba, dalla pelle giallastra, piena di invidia e di malanni; per farla breve, era dello stesso stampo della madre.
Ma in poche settimane il re, accompagnato dalla nobiltà e dall’alta borghesia, condusse la sua sposa deforme al castello, dove si svolse il rito matrimoniale.
Era a corte da pochissimo tempo, che la dama iniziò a mettere il re contro la figlia, raccontandogli molte falsità.
La giovane principessa, avendo perso l’amore del padre, ben presto si stancò della vita al castello, e un giorno, incontrando suo padre in giardino, con le lacrime agli occhi lo supplicò di lasciarla andare per cercare fortuna; il Re acconsentì, e ordinò alla matrigna di dare alla figlia tutto ciò di cui avesse avuto bisogno per il viaggio.
La fanciulla si recò dalla regina, che le dette un misero sacchetto di tela con del pane annerito e del formaggio secco, con una bottiglia di birra.
Sebbene ciò fosse una davvero misera dote per una principessa, lei la prese ringraziando, poi iniziò il suo cammino, attraversando boschi e valli.

Camminò fin quando non vide un vecchio uomo seduto su una grossa pietra, vicino ad una grotta, che le parlò in tal modo:
”Buon domani, bionda fanciulla, dove vai così lesta?”
“Vecchio padre” – lei rispose – “ sto andando a cercare la mia fortuna.” “Che cosa hai nel sacchetto e nella bottiglia?”
“Nel sacco ho pane e formaggio, e nella bottiglia ho della birra. Ne vuoi un po’?”
“Sì”, egli rispose, “con tutto il cuore.”

Con ciò la fanciulla tirò fuori le provviste, e offrì all’anziano il suo cibo e il suo benvenuto. Egli accettò e la ringraziò dicendole:”Più avanti incontrerai una siepe fitta e piena di spine, che tu non potresti di certo attraversare; ma tieni questa bacchetta in mano, scuotila per tre volte, e di’” Per favore, siepe, fa’ che io ti possa attraversare” e la siepe si aprirà immediatamente; poi, un po’ più in là, troverai un pozzo; siediti sul bordo e vedrai emergere tre teste, che ti parleranno; fa’ tutto ciò che ti chiederanno”. La fanciulla promise e prese congedo dal vecchio.
Giunse alla siepe e usò la bacchetta come le era stato detto; la siepe magicamente si aprì, lasciandola passare.
Giunse al pozzo e non si era ancora seduta ben bene quando una testa emerse cantando:
“Dolce fanciulla, bianca e rossa,
lavami e pettinami,
ma toccami con delicatezza
e mettimi su una riva per asciugarmi;
fa’ che io sia carino,
quando qualcuno passerà di qui.”

“Certo, “replicò lei”, e prendendo dalla tasca del grembiule un pettine d’argento la pettinò con delicatezza, poi la sollevò e la mise su un ciglio di primule odorose.
Dal pozzo emerse una seconda testa e poi una terza, ed entrambe richiesero la medesima cosa della prima.
La fanciulla pettinò con cura anche loro, deponendole sul ciglio fiorito; poi dalla sacca tirò fuori le sue provviste per cenare.
Allora le teste si parlarono l’un l’altra:”Cosa possiamo fare per questa donzella che è stata così gentile con noi?”
La prima testa disse:”Io la renderò così incantevole che conquisterà il potente principe del mondo”.
La seconda replicò:”Ed io la doterò di una voce dolcissima, che supererà di gran lunga il canto dell’usignolo.”
E la terza testa concluse:”Di certo il mio regalo non sarà da meno, poiché lei è la figlia di un re; la renderò così fortunata che ella diventerà regina del più grande principe regnante”.
La fanciulla rimise le teste nel pozzo e proseguì il viaggio.
Non aveva fatto molta strada, quando vide un re a caccia nel parco con la sua corte.
Ella lo avrebbe evitato volentieri, ma il re, rapito dalla vista di lei, si avvicinò e, per la sua bellezza e per la sua melodiosa voce, se ne innamorò perdutamente e la volle a tutti costi sposare.
Questo re, avendo compreso che la fanciulla era la figlia del re di Colchester, ordinò che alcune carrozze venissero preparate perché voleva andare a far visita al suocero.

La carrozza in cui il re e la regina procedevano fu riccamente adornata di gemme e d’oro.
Il re, suo padre, in principio molto si stupì nel vedere tutta la fortuna capitata alla figlia, la quale gli narrò cosa era accaduto.
Grande fu la gioia di tutta la corte, ad eccezione della matrigna e della figlia zoppa, che per poco non esplosero dall’invidia.
I festeggiamenti, con canti e balli, proseguirono per molti giorni. Poi la giovane coppia fece ritorno a casa, con la dote che il re di Colchester dette alla figlia.
La principessa gobba, vedendo che sua sorella era stata così fortunata nel cercare la propria fortuna, volle fare lo stesso; lo disse alla madre, e vennero fatti tutti i preparativi.
L’insignificante ragazza fu vestita con ricchi abiti, le fu dato nel sacco dello zucchero, delle mandorle e dolci in gran quantità ed anche una bottiglia di buon Malaga.
Con queste cose lei si avviò per la stessa strada della sorella, e, vicino alla grotta, il vecchio la salutò:
”Giovane donna, dove vai così lesta?”
“Che hai detto?”, replicò quella.
“Dunque”, proseguì il vecchio, “cos’hai nel sacco e nella bottiglia?”
Lei rispose”:”Cose buone, che a te non devono interessare”.
“Non vuoi darmi qualcosa?”, si lamentò l’anziano signore.
‘No, né un pezzetto, né una goccia, a meno che non ti soffochi!”
Il vecchio si accigliò:”E’ davvero una sfortuna incontrarti!”
La maleducata proseguì, incontrando la stessa siepe attraversata dalla sorella; cercò di aprire un varco per passare, ma la siepe si infittì ancor di più e trafisse le carni della ragazza con spine acuminate, mettendola in grave difficoltà.
Tutta coperta di sangue, cercò dell’acqua per lavarsi, e guardandosi intorno vide il pozzo. Si sedette sul bordo e una delle teste emerse dicendo come prima:
“Dolce fanciulla, bianca e rossa,
lavami e pettinami,
ma toccami con delicatezza
e mettimi su una riva per asciugarmi;
fa’ che io sia carino,
quando qualcuno passerà di qui.”
Ma la stolta colpì la testa con la bottiglia, inveendo:”Lavati con questa!”
E lo stesso trattamento riservò alla seconda ed alla terza testa.
Quelle allora si consultarono l’un l’altra, pensando a che tipo di sfortuna augurare alla ragazza per il suo comportamento così villano.
La prima testa disse:”Il suo volto sarà colpito dalla lebbra”.
E la seconda:”La sua voce sarà dura come quella delle quaglie.”
La terza concluse:”Prenderà marito, ma sarà un povero calzolaio.”
Ebbene, quando lei giunse ad un paese era giorno di mercato; tutta la gente la guardava e, osservando il viso così deturpato e la voce stridente, fuggiva via, tranne che un povero calzolaio di campagna.
Egli non molto tempo prima aveva riparato delle scarpe ad un vecchio eremita, che, non avendo denaro, gli aveva dato una scatola di unguento per curare la lebbra e una bottiglia di alcool per la voce rauca.
Così il calzolaio, volendo fare un atto di carità, andò incontro alla ragazza chiedendole chi fosse.
“Io sono la figliastra del re di Colchester”, rispose quella.
“Beh,” disse il calzolaio, “se ti rendessi la tua naturale carnagione, e ti curassi il volto e la voce, tu in compenso mi prenderesti come marito?”
“Sì, amico mio”, lei rispose, “con tutto il cuore!”
Detto ciò il calzolaio le applicò i rimedi miracolosi, che la guarirono in poche settimane; dopo che si furono sposati, si recarono alla corte di Colchester.
Quando la regina vide che la figlia aveva sposato solo un povero calzolaio, si impiccò dalla rabbia.
La morte della regina rese il re assai soddisfatto, che, felice di essersi sbarazzato di lei così in fretta, donò al calzolaio un centinaio di sterline, perché lasciasse la corte con la sua signora e andasse ad abitare in una regione lontana del regno, dove il calzolaio visse per molti anni riparando scarpe, con la moglie che tesseva il filo per lui.