Juan de la Cruz

Juan de la Cruz
1542 – 1591

Juan de la Cruz

La vita

Juan de Yepes y Alvarez nasce a Fontiveros, Spagna, nel 1542 da Ponzalo de Yepes, ricco mercante della seta, e da Catalina Alvarez, un’umile tessitrice.
La famiglia Yepes però disconosce Gonzalo allorché egli decide di sposare Catalina, ritenuta di ceto sociale inferiore al loro.
Questo causerà alla giovane coppia difficoltà economiche, costringendoli a guadagnarsi la vita tessendo entrambi la seta.
Juan è il più piccolo di tre figli; Gonzalo muore di malattia a breve distanza dalla sua nascita. Catalina faticherà strenuamente per provvedere al mantenimento dei suoi figli, trasferendosi per lavorare a Medina di Campo.
Il piccolo Giovanni frequenta la scuola per bambini poveri, acquisendo un’educazione di base e l’opportunità di imparare i mestieri dagli artigiani locali.
Quando ha 17 anni inizia a lavorare all’ospedale “Plague de la Concepcion” ; il suo fondatore gli offre la possibilità di frequentare il Collegio dei Gesuiti.
Collegio che Juan frequenterà dal 1559 al 1563, imparando Latino, Greco ed altre materie umanistiche.
Gli viene offerta la possibilità di studiare come prete laico, che gli avrebbe dato un sicurezza materiale, ma Juan sente di esser chiamato da Dio per la vita religiosa.
All’età di 20 anni entra nell’ordine dei Carmelitani, con il nome di Juan de Santo Matia.
Juan intanto completa la sua formazione teologica e filosofica all’Università di Salamanca, famosa per i suoi eccellenti professori.
Juan prende i voti nel 1597 e celebra la sua prima Messa a Medina del Campo.
Là incontra Teresa d’Avila, che lo incoraggia a promuovere una riforma fra l’Ordine degli uomini. Nel Novembre 1568 Juan e altri tre frate, nella fattoria vicino Duruelo, decidono di aderire alle regole originarie dell’Ordine dei Carmelitani.
Juan assume il nome di “Juan de la Cruz”; il gruppo viene denominato “scalzo” perché i frati camminano scalzi , come segno di adesione alla povertà.
E la loro povertà è certamente reale: la loro residenza è poco più che una stanza e la giovane comunità soffre di mille privazioni.
Quando a Santa Teresa viene ordinato di ritornare al Convento dell’Incarnazione per dirigerlo, ella chiama Juan affinché l’aiuti nel rinnovamento della grande comunità, che si è espansa nel lassismo. Juan arriva al Convento nel 1572 e diviene il Padre Spirituale delle suore, Santa Teresa compresa. Mentre inizialmente l’Ordine dei Carmelitani Calzati acconsente e incoraggia i riformatori, dal 1575 pone loro severe restrizioni ed ostacoli. Quando nel 1576 i Carmelitani Scalzi indicono un loro autonomo Movimento, l’Ordine dei Calzati dà inizio ad una serie di persecuzioni: Juan viene arrestato ed insieme a lui vengono imprigionati altri frati in un monastero Carmelitano di Toledo, rinchiusi in una stanza senza finestre. Pur scoraggiato ed umiliato, egli nondimeno rifiuta di rinunciare alla Riforma.
Trascorre il tempo nella sua cella componendo sublimi versi poetici, che saranno la base dei suoi trattati mistici.
Dopo alcuni mesi, Juan riesce a fuggire e a trovar riparo nel sud della Spagna. Qui viene eletto Priore del Monastero El Calvario e nominato direttore delle suore a Beas. Nel 1579 Juan diviene Rettore del collegio dell’ Ordine dei Carmelitani Scalzi, vicino all’Università di Baeza. Nel 1580 la Santa Sede concede ai Carmelitani Scalzi il diritto di erigere un loro proprio Distretto, sebbene la completa indipendenza dall’Ordine ufficiale arriverà solo nel 1593.
Negli anni della “mezza età” Juan ricopre molti incarichi nell’ambito del suo Nuovo Ordine, scrive i suoi componimenti di carattere mistico, presta direzione spirituale, vivendo una vita in intensa unione con Dio.
Negli ultimi anni della sua vita Juan entra in disaccordo con il nuovo direttore generale dei Carmelitani, Nicholas Doria, che introduce diversi cambiamenti. Nel 1591 Juan viene inviato a La Penuela, in solitudine; in verità egli è felice di lasciare ,dopo tanti anni di impegno, gli incarichi amministrativi.
Ma la sua pace viene disturbata dalla notizia che rischia l’espulsione dallo stesso Ordine che lui ha fondato: i suoi detrattori tentano di raccogliere prove contro di lui per isolarlo.
Juan cade ammalato e per curarsi si trasferisce nel monastero di Ubeda, dove il Priore lo accoglie freddamente, piazzandolo nella peggiore cella dello stabile e lamentandosi delle costose cure di cui Juan ha bisogno.
Juan peggiora rapidamente e, intuendo che la fine è vicina, chiama il Priore scusandosi per tutti i problemi che ha procurato.
Il Priore, al capezzale di Juan, piange, finalmente comprendendo la santità e la profondità d’animo del frate.
Juan muore all’età di 49 anni, senza onori e conforti materiali, così come da lui richiesto.
Viene beatificato nel 1675, canonizzato nel 1726 e dichiarato Dottore della Chiesa nel 1926.
Tra i suoi poemi più famosi ricordiamo: Cantico spirituale tra l’anima e Cristo suo sposo (Cántico espiritual entre el alma y Cristo su esposo), Notte oscura dell’anima (Noche obscura del alma), Fiamma d’amor viva (Llama de amor viva), Ascesa del monte Carmelo (Subida del monte Carmelo).

Le poesie

CANTICO SPIRITUALE
Canzoni tra l’anima e lo Sposo

La Sposa
Amato, e sofferente mi lasciasti?
Come il cervo fuggisti
dopo avermi ferito;
gridando t’inseguii, ma eri partito.
Pastori, voi che andate
là per gli ovili al poggio,
se per caso vedete
colui che io più amo,
ditegli che patisco, peno e muoio.
Cercando i miei amori
andrò per questi monti e queste prode;
non coglierò dei fiori,
né temerò le fiere,
oltrepassando i forti e le frontiere.

Domanda alle creature
O boschi, o fitte selve
piantate dalla mano dell’Amato!
O prato di verzura
e di fiori smaltato!
Ditemi se tra di voi è passato.

risposta delle creature
Mille grazie versando
queste boscaglie attraversò di fretta;
e mentre le osservava,
la sua sola figura
le fece rivestire di bellezza.

La Sposa
Ah, chi potrà guarirmi!
Adempi ora davvero alla tua resa;
non volere più inviarmi
d’oggi in poi messaggeri
che quanto voglio non sanno annunciarmi.
E tutti quanti vagano
di te dicono mille gentilezze,
e tutti più mi piagano,
mentre muoio mi lasciano
un non so che che vanno balbettando.
Ma com’è che perseveri,
o vita, che non vivi dove vivi,
mentre ti fan morire
le frecce che ricevi
da quel che nutri dell’Amato in te?
Perché, avendo piagato
questo mio cuore, non lo risanasti?
E se me l’hai rubato,
perché lo abbandonasti,
e non prendi il bottino che rubasti?
Calma questi miei crucci,
giacché nessuno li sa cancellare,
e i miei occhi ti vedano,
ché tu ne sei la luce
e per te solo li voglio serbare.
Svela la tua presenza,
mi uccidano il vederti e la tua grazia;
guarda la sofferenza
d’amor, che non si cura
se non con la presenza e la figura.
O fonte cristallina,
se in queste tue fattezze inargentate
formassi all’improvviso
gli occhi desiderati
che porto nel mio ventre disegnati!
Allontanali, Amato,
ché spicco il volo!

Lo Sposo
Volgiti, colomba,
perché il cervo ferito
per il poggio si mostra
all’arioso tuo volo, e si rinfresca

La sposa
L’Amor mio, le montagne,
le vallate boschive solitarie,
le isole straniere,
le riviere sonore,
il soffio delle correnti d’amore;
la notte quietata,
prossima già al levarsi dell’aurora,
la musica silente,
il deserto sonoro,
la cena che ristora ed innamora.
Prendeteci le volpi –
perché la nostra vigna è già fiorita –
intanto che facciamo
di rose un grosso fascio;
e nessuno compaia sopra il monte.
Fermo, aquilone morto;
vieni, austro, che ridesti gli amori,
spira per il mio orto,
diffondine gli odori:
si sazierà l’Amato in mezzo ai fiori.
O ninfe di Giudea,
frattanto che nei fiori e nei roseti
va profumando l’ambra,
nei sobborghi restate
e le soglie toccarci non vogliate.
Nasconditi, Diletto,
e volgi il viso verso le montagne,
e dirlo tu non voglia;
ma guarda le compagne
di quella che per strane isole va.

Lo sposo
O voi rapidi uccelli,
leoni, cervi, daini saltatori,
monti, valli, riviere,
acque, arie, ed ardori
e delle notti vigili terrori:
con le lire dolcissime
e canto di sirene vi scongiuro
che cessiate ogni lite
e non tocchiate il muro,
perché dorma la sposa più al sicuro.
Entrata è ora la Sposa
nell’ameno giardino che voleva,
e a suo gusto riposa,
il collo reclinato
sopra le dolci braccia dell’Amato.
Al di sotto del melo,
a me fosti sposata;
lì ti diedi la mano,
e fosti riscattata,
proprio dove tua madre fu violata.

la sposa
Letto nostro fiorito,
circondato di tane di leoni,
in porpora disteso,
di pace fabbricato,
di mille scudi d’oro coronato!
Seguendo le tue orme
le ragazze affrontano il cammino,
il tocco di scintilla,
l’aromatico vino,
emissioni di balsamo divino.
Nell’interna cantina
del mio Amato io bevvi, e quando uscivo
per tutta questa valle,
nulla più io sapevo;
smarrii il gregge che prima seguivo.
L’anima mia s’è data
con ogni sua ricchezza al suo servizio;
più non sorveglio il gregge
né svolgo altra mansione,
ché soltanto d’amore è il mio esercizio.
Se d’ora innanzi al pascolo
non fossi più né vista né trovata,
mi direte perduta;
che essendo innamorata
volli farmi nascosta, e fui rubata.
Di fiori e di smeraldi,
raccolti alla frescura del mattino,
faremo le ghirlande,
fiorite nel tuo amore
ed intrecciate con un mio capello,
con quel capello solo
che vedesti che in collo mi volava:
sul mio collo guardandolo
fosti preso da esso
e in uno dei miei occhi ti feristi.
Quando tu mi guardavi,
dai tuoi occhi fluiva in me la grazia;
perciò tanto m’amavi
ed i miei meritavano
di adorar tutto quanto in te vedevano.
Non voler disprezzarmi,
ché se trovasti in me colore oscuro,
ormai puoi ben guardarmi
da che tu m’hai guardato,
da che grazia e bellezza in me hai lasciato.

lo sposo
La bianca colombella
all’arca con il ramo è ritornata,
e ormai la tortorella
il suo compagno amato
sulle verdi riviere ha già trovato.
Viveva in solitudine,
e nel deserto ha fatto già il suo nido;
la guida nel deserto
a tu per tu l’amato,
d’amor ferito anch’egli in solitudine.

la sposa
Godiamoci, mio Amato,
nella tua grazia entrando contempliamo
il monte e la collina,
donde sgorga acqua pura;
più addentro nella selva ci addentriamo.
E poi verso le ripide
caverne della pietra noi andremo
che sono ben nascoste,
e lì noi entreremo,
e il succo di granate gusteremo.
Lì potresti mostrarmi
ciò che l’anima mia pretendeva,
e poi potresti darmi,
o vita mia, lì,
quello che mi donasti l’altro dì:
lo spirare dell’aria,
il canto del dolcissimo usignolo,
la graziosa boscaglia,
nella notte serena,
con fiamma che consuma e non dà pena.
Non guardandolo alcuno,
Aminadab neppure si mostrava,
e l’assedio sostava,
e la cavalleria
in vista delle acque si portava.

CÁNTICO ESPIRITUAL
Canciones entre el alma y el Esposo

La Esposa
¿Adónde te escondiste,
Amado, y me dejaste con gemido?
Como el ciervo huiste
habiéndome herido;
salí tras ti clamando, y eras ido.
Pastores, los que fuerdes
allá por las majadas al otero,
si por ventura vierdes
aquel que yo más quiero,
decidle que adolezco, peno y muero.
Buscando mis amores
iré por esos montes y riberas;
ni cogeré las flores,
ni temeré las fieras,
y pasaré los fuertes y fronteras.

Pregunta a las criaturas
¡Oh bosques y espesuras,
plantadas por la mano del Amado!
¡Oh prado de verduras
de flores esmaltado!
Decid si por vosotros ha pasado.

Respuesta de las criaturas
Mil gracias derramando
pasó por estos sotos con presura;
y, yéndolos mirando,
con sola su figura
vestidos los dejó de hermosura.

La Esposa
¡Ay, quién podrá sanarme!
Acaba de entregarte ya de vero;
no quieras enviarme
de hoy más ya mensajero,
que no saben decirme lo que quiero.
Y todos cuantos vagan
de ti me van mil gracias refiriendo,
y todos más me llagan,
y déjame muriendo
un no sé qué que quedan balbuciendo.
Mas ¿cómo perseveras,
¡oh vida!, no viviendo donde vives,
y haciendo porque mueras
las flechas que recibes
de lo que del Amado en ti concibes?
¿Por qué, pues has llagado
aqueste corazón, no le sanaste?
Y, pues me le has robado,
¿por qué así le dejaste,
y no tomas el robo que robaste?
Apaga mis enojos,
pues que ninguno basta a deshacellos,
y véante mis ojos,
pues eres lumbre dellos,
y sólo para ti quiero tenellos.
Descubre tu presencia,
y máteme tu vista y hermosura;
mira que la dolencia
de amor, que no se cura
sino con la presencia y la figura.
¡Oh cristalina fuente,
si en esos tus semblantes plateados
formases de repente
los ojos deseados
que tengo en mis entrañas dibujados!
¡Apártalos, Amado,
que voy de vuelo!

El Esposo
Vuélvete, paloma,
que el ciervo vulnerado
por el otero asoma
al aire de tu vuelo, y fresco toma.

La Esposa
Mi Amado, las montañas,
los valles solitarios nemorosos,
las ínsulas extrañas,
los ríos sonorosos,
el silbo de los aires amorosos,
La noche sosegada
en par de los levantes del aurora,
la música callada,
la soledad sonora,
la cena que recrea y enamora.
Cazadnos las raposas,
que está ya florecida nuestra viña,
en tanto que de rosas
hacemos una piña,
y no parezca nadie en la montiña.
Detente, cierzo muerto;
ven, austro, que recuerdas los amores,
aspira por mi huerto,
y corran sus olores,
y pacerá el Amado entre las flores.
¡Oh ninfas de Judea!,
en tanto que en las flores y rosales
el ámbar perfumea,
morá en los arrabales,
y no queráis tocar nuestros umbrales.
Escóndete, Carillo,
y mira con tu haz a las montañas,
y no quieras decillo;
mas mira las compañas
de la que va por ínsulas extrañas.

El Esposo
A las aves ligeras,
leones, ciervos, gamos saltadores,
montes, valles, riberas,
aguas, aires, ardores,
y miedos de las noches veladores:
Por las amenas liras
y canto de serenas os conjuro
que cesen vuestras iras
y no toquéis al muro,
porque la esposa duerma más seguro.
Entrado se ha la Esposa
en el ameno huerto deseado,
y a su sabor reposa,
el cuello reclinado
sobre los dulces brazos del Amado.
Debajo del manzano,
allí conmigo fuiste desposada;
allí te di la mano,
y fuiste reparada
donde tu madre fuera violada.

La Esposa
Nuestro lecho florido,
de cuevas de leones enlazado,
en púrpura tendido,
de paz edificado,
de mil escudos de oro coronado.
A zaga de tu huella
las jóvenes discurren al camino,
al toque de centella,
al adobado vino,
emisiones de bálsamo divino.
En la interior bodega
de mi Amado bebí, y cuando salía
por toda aquesta vega,
ya cosa no sabía;
y el ganado perdí que antes seguía.
Allí me dio su pecho,
allí me enseñó ciencia muy sabrosa,
y yo le di de hecho
a mí, sin dejar cosa;
allí le prometí de ser su esposa.
Mi alma se ha empleado,
y todo mi caudal en su servicio;
ya no guardo ganado,
ni ya tengo otro oficio,
que ya sólo en amar es mi ejercicio.
Pues ya si en el ejido
de hoy más no fuere vista ni hallada,
diréis que me he perdido;
que, andando enamorada,
me hice perdidiza, y fui ganada.
De flores y esmeraldas,
en las frescas mañanas escogidas,
haremos las guirnaldas,
en tu amor floridas
y en un cabello mío entretejidas.
En solo aquel cabello
que en mi cuello volar consideraste,
mirástele en mi cuello
y en él preso quedaste,
y en uno de mis ojos te llagaste.
Cuando tú me mirabas,
su gracia en mí tus ojos imprimían;
por eso me adamabas,
y en eso merecían
los míos adorar lo que en ti vían.
No quieras despreciarme,
que si color moreno en mí hallaste,
ya bien puedes mirarme
después que me miraste,
que gracia y hermosura en mí dejaste.

El Esposo
La blanca palomica
al arca con el ramo se ha tornado,
y ya la tortolica
al socio deseado
en las riberas verdes ha hallado.
En soledad vivía,
y en soledad ha puesto ya su nido,
y en soledad la guía
a solas su querido,
también en soledad de amor herido.

La Esposa
Gocémonos, Amado,
y vámonos a ver en tu hermosura
al monte y al collado,
do mana el agua pura;
entremos más adentro en la espesura.
Y luego a las subidas
cavernas de la piedra nos iremos
que están bien escondidas,
y allí nos entraremos,
y el mosto de granadas gustaremos.
Allí me mostrarías
aquello que mi alma pretendía,
y luego me darías
allí tú, vida mía,
aquello que me diste el otro día:
El aspirar del aire,
el canto de la dulce filomena,
el soto y su donaire,
en la noche serena,
con llama que consume y no da pena.
Que nadie lo miraba,
Aminadab tampoco parecía,
y el cerco sosegaba,
y la caballería
a vista de las aguas descendía.