Attis

Attis

“…la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.” J. L. Borges


Donatello: Attis

1.su “ATTIS E CIBELE”:
Attis (Carmen LXIII) di Gaio Valerio Catullo (87 a.C. – 54 a.C.) Dal sito http://web.ltt.it/www-latino/catullo/canti7.htm
LXIII. Sopra l’alto
Sopra l’alto mare Attis portato da celere barca,
come toccò avidamente il bosco frigio con piede eccitato,
ed entrò nei luoghi ombrosi della dea, attorniati da selve,
tormentato da rabbia furente, perduto nella mente,
si strappò con acuta pietra i pendolii del ventre,
e così come si sentì le membra abbandonate senza l’uomo, 5
ancora macchiando il suolo di sangue vivo,
prese, eccitata, con le nivee mani il leggero timpano,
il tuo timpano, Cibele madre, i tuoi riti,
colpendo con le tenere dita la cava pelle di toro
tremebonda iniziò a cantare con le sue compagne così: 10
” Orsù, Galle, andate insieme agli alti boschi di Cibele,
andate insieme, erranti greggi della signora di Dindimo,
che cercando come esuli luoghi stranieri
seguendo la mia setta, sotto la mia guida, mie compagne
soffriste il rapido mare e le furie del pelago 15
ed eviraste il corpo per il troppo odio di Venere;
allierate l’animo della padrona con corse eccitate.
Cessi l’indugio nella mente attardata: andate insieme, seguitemi
alla casa frigia di Cibele, ai boschi frigi della dea,
dove risuona la voce dei cembali, dove rimbombano i timpani, 20
dove il flautista frigio canta gravemente con flauto ricurvo,
dove le Menadi, che portan l’edera, scuotono con forza il capo,
dove celebrano i santi riti con acuti ululati,
dove è solita quell’errante schiera della dea volteggiare, 25
là è bene che noi corriamo con eccitati tripudi.”
Così insieme cantò Atti, falsa femmina,
Il gruppo subito con lingue tripudianti ulula,
il leggero timpano riecheggia, i cavi cembali crepitano..
Il coro veloce, affrettando il piede, sale su verde Ida. 30
Furibonda insieme ansimando errante guidando l’istinto avanza
Attis, la guida, accompagnata dal timpano per i boschi ombrosi,
come giovenca indomita, evitando il peso del giogo;
le Galle rapide seguono la guida dal piede veloce.
Cosi, quando toccarono la casa di Cibelle, strematucce, 35
per la tropp fatica prendon sonno senza Cerere.
Un pigro sopore, crollando il languore, copre loro gli occhi;
Il rabbioso furore del cuore nella morbida quiete se ne va.
Ma quando il Sole dal volto dorato, con occhi raggianti,
illuminò il bianco etere, i duri suoli, il mare fiero, 40
e cacciò le ombre della notte coi vivaci destrieri sonanti,
allora il Sonno fuggendo veloce abbandonò Attis svegliata;
la divina Pasitea lo accolse nel seno trepidante.
Così dalla morbida quiete senza furore Attis rapida
intanto richiamò nel petto le sue imprese, 45
e nella limpida mente vide dove fosse e senza quali cose,
con animo bruciante di nuovo fece ritorno alle acque.
Qui vedendo il vasto mare con occhi lacrimanti
così miseramente mesta si rivolse alla patria con l’espressione:
“Patria oh, creatrice di me, patria, oh, mia genitrice, 50
io misero lasciandoti, come son soliti gli schiavi fuggitivi
i padroni, portai il piede ai boschi dell’Ida,
per essere nella neve e nelle gelide tane delle fiere,
ed addentrarmi in tutte i loro furibondi covili,
dove mai o in che luoghi penso che tu, patria, sia posta? 55
La stessa pupilla brama per sé dirigere la vista a te,
mentre il cuore è privo di rabbia feroce per breve tempo.
Io forse cacciata dalla mia casa mi porterò in questi boschi?
Sarò lontano dai beni, dagli amici, dai genitori?
Lontano dal foro, dalla palestra, dalo stadio, dai giochi? 60
Misero, ah, misero c’è da piangere, cuore, sempre più.
Quale genere è l’aspetto, io in quale mi sono gettato?
Io donna, io giovane, io efebo, io ragazzo,
io fui il fiore del ginnasio, io ero l’onore della palestra:
per me le porte eran affollate, per me le soglie tiepide 65
per me la casa è inghirlandata di fiorite corone,
quando, sorto il Sole, avessi dovuto lasciare la camera.
Io ora mi trascinerò ministra degli dei e serva di Cibele?
Io saro Menade, io un parte di me, io uomo sterile?
Io abiterò i freddi luoghi, coperti di neve, della verde Ida? 70
Io condurrò la vita sotto le alte colonne della Frigia,
dove è la cerva amante delle selve, dove il cinghiale errante nei boschi?
Ora proprio mi spiace ciò che ho fatto, ormai proprio mi pento.”
Come veloce se n’andò il suono dalle rosee labbrucce
riferendo ad entrambe le orecchie degli dei le nuove notizie, 75
allora Cibele sciogliendo i gioghi uniti ai leoni
e stimolando il nemico del gregge di sinistra, così parla:
“Orsù, disse, su va feroce, fa’ che il furore ivesti costui,
fa’ che per un colpo di furore faccia ritorno nei boschi,
chi troppo liberament brama fuggire i miei domini. 80
Su, sferza la schiena con la coda, soffri le tue sferzate,
fa’ che tutti i luoghi risuonino di muggente fremito
scuoti feroce la rossa criniere sulla muscolosa vervice”:
Così Cibele minacciosa parla e slega i gioghi con la mano.
Egli fiero spronandosi veloce si eccita in cuore, 85
avanza, freme, stritola i virgulti col piede vagante.
Ma come raggiunse gli umidi luoghi del biancheggiante lido,
e vide la tenera Attis vicino alla distesa del mare,
mosse all’attacco. Ella ipazzendo fugge nei fieri boschi;
lì sempre per tutto lo spazio della vita fu serva. 90
Dea, grande dea, Cibele, divina signora di Dindimo,
sia lontano dalla mia casa, padrona, ogni tuo furore:
altri rendi eccitati, altri rendi rabbiosi.

LXIII. Super alta
Super alta vectus Attis celeri rate maria,
Phrygium ut nemus citato cupide pede tetigit,
adiitque opaca silvis redimita loca deae,
stimulatus ibi furenti rabie, vagus animis,
devolsit ilei acuto sibi pondera silice,
itaque ut relicta sensit sibi membra sine viro, 5
etiam recente terrae sola sanguine maculans,
niveis citata cepit manibus leve typanum,
typanum tuum, Cybebe, tua, mater initia,
quatiensque terga tauri teneris cava digitis
canere haec suis adorta est tremebunda comitibus. 10
“agite ite ad alta, Gallae, Cybeles nemora simul,
simul ite, Dindymenae dominae vaga pecora,
aliena quae petentes velut exules loca
sectam meam exsecutae duce me mihi comites
rapidum salum tulistis truculentaque pelagi 15
et corpus evirastis Veneris nimio odio;
hilarate erae citatis erroribus animum.
mora tarda mente cedat: simul ite, sequimini
Phrygiam ad domum Cybebes, Phrygia ad nemora deae,
ubi cymbalum sonat vox, ubi tympana reboant, 20
tibicen ubi canit Phryx curvo grave calamo,
ubi capita Maenades vi iaciunt hederigerae, anafora
ubi sacra sancta acutis ululatibus agitant,
ubi suevit illa divae volitare vaga cohors, 25
quo nos decet citatis celerare tripudiis.”
simul haec comitibus Attis cecinit notha mulier,
thiasus repente linguis trepidantibus ululat,
leve tympanum remugit, cava cymbala recrepant.
viridem citus adit Idam properante pede chorus. 30
furibunda simul anhelans vaga vadit animam agens
comitata tympano Attis per opaca nemora dux,
veluti iuvenca vitans onus indomita iugi; alliteterazione
rapidae ducem sequuntur Gallae properipedem.
itaque, ut domum Cybebes tetigere lassulae, 35
nimio e labore somnum capiunt sine Cerere.
piger his labante languore oculos sopor operit;
abit in quiete molli rabidus furor animi.
sed ubi oris aurei Sol radiantibus oculis
lustravit aethera album, sola dura, mare ferum, 40
pepulitque noctis umbras vegetis sonipedibus,
ibi Somnus excitam Attin fugiens citus abiit;
trepidante eum recepit dea Pasithea sinu.
ita de quiete molli rapida sine rabie
simul ipsa pectore Attis sua facta recoluit, 45
liquidaque mente vidit sine quis ubique foret,
animo aestuante rursum reditum ad vada tetulit.
ibi maria vasta visens lacrimantibus oculis,
patriam allocuta maestast ita voce miseriter.
“patria o mei creatrix, patria o mea genetrix, 50
ego quam miser relinquens, dominos ut erifugae
famuli solent, ad Idae tetuli nemora pedem,
ut aput nivem et ferarum gelida stabula forem,
et earum omnia adirem furibunda latibula,
ubinam aut quibus locis te positam, patria, reor? 55
cupit ipsa pupula ad te sibi derigere aciem,
rabie fera carens dum breve tempus animus est.
egone a mea remota haec ferar in nemora domo?
patria, bonis, amicis, genitoribus abero?
abero foro, palaestra, stadio et gyminasiis? 60
miser a miser, querendum est etiam atque etiam, anime.
quod enim genus figurast, ego non quod obierim?
ego mulier, ego adulescens, ego ephebus, ego puer,
ego gymnasi fui flos, ego eram decus olei:
mihi ianuae frequentes, mihi limina tepida, 65
mihi floridis corollis redimita domus erat,
linquendum ubi esset orto mihi Sole cubiculum.
ego nunc deum ministra et Cybeles famula ferar? anafora
ego Maenas, ego mei pars, ego vir sterilis ero?
ego viridis algida Idae nive amicta loca colam? 70
ego vitam agam sub altis Phrygiae columinibus,
ubi cerva silvicultrix, ubi aper nemorivagus?
iam iam dolet quod egi, iam iamque paenitet.”
roseis ut huic labellis sonitus citus abiit
geminas deorum ad aures nova nuntia referens, 75
ibi iuncta iuga resolvens Cybele leonibus
laevumque pecoris hostem stimulans ita loquitur.
“agedum,” inquit “age ferox i, fac ut hunc furor agitet,
fac uti furoris ictu reditum in nemora ferat,
mea libere nimis qui fugere imperia cupit. 80
age caede terga cauda, tua verbera patere,
fac cuncta mugienti fremitu loca retonent,
rutilam ferox torosa cervice quate iubam.”
ait haec minax Cybebe religatque iuga manu.
ferus ipse sese adhortans rapidum incitat animo, 85
vadit, fremit, refringit virgulta pede vago.
at ubi umida albicantis loca litoris adiit,
teneramque vidit Attin prope marmora pelagi,
facit impetum. illa demens fugit in nemora fera;
ibi semper omne vitae spatium famula fuit. 90
dea, magna dea, Cybebe, dea domina Dindymi,
procul a mea tuos sit furor omnis, era, domo:
alios age incitatos, alios age rabidos.

2.su “ATTIS”:
Pausania (110 – 180 d.C. circa), Descrizione della Grecia. Mia libera traduzione dal sito: http://www.perseus.tufts.edu/
VII: L’Acaia
9….Quanto ad Attis, io non appresi niente di segreto su di lui e sul suo culto, ma Ermesianatte (nota: prima metà del III secolo a.C.), il poeta elegiaco, narra in una poesia che egli (Attis) era il figlio di Kalaos il frigio e che fin dalla nascita fu un eunuco. Ermesianatte prosegue il racconto dicendo che Attis, dopo che crebbe, si trasferì in Lidia e lì divenne famoso tra i Lidi per i culti orgiastici della Grande Madre (nota: Cibele), e che salì presso di lei ad un tale grado di onore che Zeus, furente contro di lui, inviò un cinghiale per distruggere i terreni coltivati dei Lidi.
10.Di sicuro i Lidi e lo stesso Attis furono uccisi dal cinghiale e si spiega con ciò perché i Galati che abitano a Pessinunte non mangiano carne di maiale selvatico.
Vi è però anche una diversa versione delle vicende di Attis, quella narrata da una leggenda del luogo su di lui. Si dice che Zeus, mentre dormiva, lasciò cadere il suo seme sulla terra, e da lì con il passare del tempo nacque un demone con organi genitali maschili e femminili. Questo demone fu chiamato Agdistis (nota: Cibele). Ma gli dèi, impauriti di Agdistis, gli tagliarono gli organi genitali maschili.
11.Là crebbe un albero di mandorle che maturò un frutto, e, si narra, che la figlia del fiume Sangarios lo raccolse e lo posò sul suo seno: il frutto scomparve improvvisamente e lei rimase incinta. Quando il fanciullo nacque fu abbandonato, ma un caprone si prese cura di lui. Crescendo Attis divenne di una bellezza sovra-umana, e Agdistis si innamorò di lui. Diventato grande, i familiari lo mandarono a Pessinunte per sposare la figlia del re.
12.L’imeneo (nota: canto nuziale) era già stato cantato, quando apparve Agdistis e Attis, impazzito, si tagliò i genitali, e se li tagliò anche chi a lui aveva dato la figlia in matrimonio; ma Agdistis si pentì di ciò che aveva causato ad Attis, e persuase Zeus di concedere che il corpo di Attis mai si sarebbe decomposto o corroso.
13.Queste sono le leggende più popolari che riguardano Attis….

3.su “ATTIS”:
Ovidio (43 a.C. – 18 d.C ) – Le metamorfosi – dal sito: http://www.miti3000.it/mito/biblio/ovidio/metamorfosi/decimo.htm
Libro Decimo
E voi pure veniste, edere dalle radici aggrovigliate,
e le viti piene di pampini, gli olmi avviluppati di viti,
e ornielli, pìcee, corbezzoli carichi di frutti
rosseggianti, tranquille palme che si danno in premio ai vincitori,
e il pino che si erge con la sua chioma arruffata raccolta in cima,
il pino, caro a Cibele, la madre degli dei, se è vero
che per lei Attis si spogliò del suo corpo per fissarsi in quel tronco.

4.su “ATTIS”:
Ovidio (43 a.C. – 18 d.C ) – I Fasti – libro IV
-vv. 179-222: descrizione del cerimoniale dedicato a Cibele-Magna Mater;
-vv. 223-246: rievocazione del mito di Attis
in latino : http://www.ancienttexts.org/library/latinlibrary/ovid/ovid.fasti.html
in inglese al sito: http://www.tkline.freeserve.co.uk/Fastihome.htm

5.su “ATTIS”:
Giuliano Imperatore ( (332-363 d.C.) – Alla Madre degli dei – testo tratto da: “Alla madre degli dei” e altri discorsi, a cura di J. Fontaine, C. Prato e A. Marcone, Mondadori – Collana: Fondazione Lorenzo Valla –
…. Chi è dunque Attis o Gallo, chi è la Madre degli dei, e qual è il rituale di questa purificazione?…
Personalmente, sono convinto che questo Gallo e questo Attis sono la sostanza dell’intelligenza feconda e creatrice, la quale genera ogni cosa fino all’ultimo livello della materia e racchiude in sé tutte le ragioni e le cause delle forme materiali…
…Attis, la causa che discende fino alla materia, e crediamo che Attis, oppure Gallo, sia una divinità generatrice…
Il mito racconta di lui che, dopo esser stato esposto presso i gorghi del fiume Gallo, cresceva qui come un fiore e che, divenuto grande e bello, fu amato dalla Madre degli dei.
Ella, dopo avergli concesso ogni cosa, gli pose sul capo il berretto stellato.
Tuttavia, se il nostro cielo che vediamo copre il capo di Attis, non si deve forse interpretare il fiume Gallo come la Galassia? Là infatti si dice che avvenga la mescolanza del corpo passibile con il movimento circolare del quinto corpo impassibile.
Fino a questo limite la Madre degli dei gli permise di saltare e di ballare a questo bellissimo dio intelligente, simile ai raggi del sole, Attis.
Essendo giunto però nella sua progressione fino alle estreme regioni inferiori, racconta il mito che discese nella grotta e giacque con la ninfa, con allusione al principio umido della materia: qui comunque il mito non vuole indicare la materia in sé, ma la causa immateriale ultima, che presiede alla materia.
Dice appunto Eraclito:”Per le anime diventar umide significa morire.”
Così questo Gallo, il dio intelligente che contiene le forme lunari e sublunari, si unisce alla causa preordinata alla materia, non come elementi diversi si uniscono tra loro, ma come un principio che si accosti ad un altro indentico.
Chi è dunque la Madre degli dei?
E’ la sorgente degli dei intelligenti e demiurghi, che governano gli dei visibili, la madre e allo stesso tempo la sposa del grande Zeus, grande dea venuta all’ esistenza subito dopo ed insieme al grande creatore.
E’ la signora di tutta la vita, la causa di ogni generazione che porta con estrema facilità a compimento ciò che è fatto….è la vergine senza madre…la madre di tutti gli dei.
Infatti, avendo ricevuto in sé le cause di tutti gli dei intellegibili sovracosmici, divenne la fonte degli dei intelligenti. …
Il mito vuol dire che essa, la quale in quanto Provvidenza conserva ogni cosa soggetta a nascita e a distruzione, ne ama la causa demiurgica e generatrice, e le ordina di generare preferibilmente nel mondo intelligibile…per perseguire l’unità della salvezza e per evitare la propensione verso la materia…senza lasciarsi trascinare e allettare verso il mondo della generazione.Così il grande Attis era destinato ad essere un creatore ancor più potente, poiché in tutte le cose è più efficace la conversione al meglio che l’inclinazione al peggio…
Attis invece proseguì la sua discesa fino agli estremi limiti della materia. Poiché comunque era necessario arrestare e bloccare la sua corsa verso l’infinito, Coricante, il Grande Helios, che condivide il trono con la Madre, …persuase il leone a rendersi denunziatore.
Chi è dunque il Leone? Sappiamo che ha il calore del fuoco, quale causa che presiede al calore e alla combustione, il cui compito è di combattere contro la ninfa e invidiarle la sua intimità con Attis…e fu lui la causa della mutilazione del giovane, dopo che ebbe denunciato quanto aveva scoperto.
Che cosa è questa mutilazione?
Un freno alla corsa verso l’infinito.
La generazione infatti fu contenuta, ad opera della provvidenza creatrice, in un delimitato numero di forme…
Dunque non è fuori luogo affermare che anche questo Attis sia una sorta di semi-dio…o un dio vero e proprio…
Questo è per noi il grande dio Attis: ecco cosa sono le fughe del re Attis, per le quali si intonano treni, gli occultamenti, le scomparse, le discese nel fondo dell’antro: mi valga come prova il periodo in cui si svolgono.
Così…il taglio dell’albero sacro avviene nello stesso giorno in cui il sole raggiunge il culmine dell’abisso equinoziale; il giorno dopo risuonano le trombe e nel terzo giorno viene recisa la messe sacra ed ineffabile al dio Gallo; quindi, come dicono, ci sono le Ilarie e le feste.
Che questa castrazione…significhi l’arresto della sua corsa all’infinito, è chiaro dal fatto che si taglia l’albero subito dopo che il grande Helios si è fermato, toccato il cerchio equinoziale che rappresenta appunto la sua delimitazione….
Al taglio dell’albero seguono altre cerimonie, di cui alcune sono celebrate secondo i rituali segreti dei misteri, altre con i riti che si possono divulgare.
…Gli dei…ci vogliono insegnare …che dobbiamo raccogliere ed offrire alla dea il frutto migliore della terra, la virtù unita alla pietà, allegoria del buon comportamento terreno.
L’albero infatti cresce dalla terra, ma tende verso l’etere…e produce da sé frutti che ci dona: tale è l’esuberanza di fecondità da lui posseduta.
Il rito invita noi, che, sebbene di natura celeste, siamo stati precipitati sulla terra, a mietere la virtù accompagnata dalla pietà nel campo del nostro buon comportamento terreno, e ad affrettarci a raggiungere la dea ancestrale principio di vita.
… Ecco…gli equinozi sono due, ma si onora di più quello nell’Ariete che di quello nello Scorpione.
…La ragione è evidente…il momento più opportuno sembrava quello in cui il sole comincia ad avvicinarsi a noi subito dopo l’equinozio, quando…il giorno s’allunga….Dobbiamo ritenere che i raggi anagogici del sole hanno uno stretto rapporto con quanti aspirano a liberarsi dalla generazione.
Si rifletta…il sole, con il suo calore vivificante e meraviglioso, trascina ogni cosa sulla terra, la chiama a sé e la fa germogliare, separando i corpi fino all’estrema sottigliezza e alleggerendo ciò che natura tende al basso. ….
Attis dunque fu definito una causa prima e un dio, il diretto creatore del mondo materiale che, nella sua discesa fino al limite estremo, viene arrestato dal movimento creativo del sole, quando questo dio raggiunge il vertice della circonferenza delimitata dell’universo, il cui nome per via dei suoi effetti è equinozio.
Abbiamo detto che la mutilazione significa l’arresto della corsa verso l’infinito, che non può riprodursi se non attraverso il richiamo e la resurrezione di Attis alle cause più antiche ed originarie.
Abbiamo anche detto che lo scopo del rito della purificazione è l’ascesa delle anime.
Quindi la legge sacra in primo luogo non consente di nutrirsi di quei semi che sono sotto la terra: la terra infatti è l’ultimo degli esseri.
Anche Platone dice che in essa si muove il male scacciato dagli dei e spesso negli oracoli gli dei chiamano la terra un rifiuto, e ci esortano a fuggirne….
Per questo a noi è proibito nutrirci dei semi delle piante, ma ci è consentito usare frutti e verdure non però quelli che tendono verso la terra, ma di quelli che dalla terra si elevano in alto, nell’aria.
…durante le feste religiose ci si deve astenere sempre anche dai pesci…perché essi, immergendosi nelle profondità delle acque…sono ancori più ctonii dei semi….
chi aspira a librarsi in alto, oltre l’aria, e ad involarsi oltre le cime stesse del cielo, giustamente dovrebbe astenersi da questi alimenti , e rincorrere e ricercare le tracce di ciò che tende a salire nell’aria e si alza verso le cime scoscese o…guarda verso il cielo. …
E questo “Logos” (nota: la causa finale) non è Attis che poco prima era dissennato, ma che ora è chiamato saggio per la sua mutilazione? ….
6.su “CIBELE”:
Lucrezio (98 a.C. – 55 a.C. ? ) – De Rerum Natura – dal sito: http://www.filosofico.net/rerumnatura.htm#n2
Libro II (nota: descrive Cibele-Magna Mater come da iconografia classica, il collegio di eunuchi preposto ai culti orgiastici della dèa e le processioni in suo onore)
Perciò Gran Madre degli dèi e madre delle fiere
e genitrice del nostro corpo fu detta essa sola.
Di lei cantarono gli antichi dotti poeti di Grecia
che assisa in trono su un carro guidava due leoni aggiogati,
insegnando così che la vasta terra è sospesa nello spazio
aereo, né può sulla terra stare poggiata la terra.
Aggiogarono al carro le fiere, perché la prole, quantunque
selvaggia, deve ammansirsi, vinta dalle cure dei genitori.
E le cinsero la sommità del capo d’una corona murale,
perché munita di alture sostiene città;
di tale diadema adorna, ora destando sacro orrore incede
attraverso le vaste terre l’immagine della madre divina.
Lei varie genti, secondo l’antico rito,
chiamano Madre Idea, e le danno corteggio di turbe di Frigi,
perché primamente da quella regione dicono che le messi
abbiano cominciato a propagarsi per tutta la terra.
Le assegnano i Galli, perché vogliono significare che coloro
che hanno offeso il nume della Madre e si son mostrati
ingrati verso i genitori, devono essere giudicati indegni
di generare viva progenie alle rive della luce.
Timpani tesi tuonano sotto le palme e concavi cembali
tutt’intorno, e col rauco canto i corni minacciano,
e col frigio ritmo il cavo flauto esalta le menti;
ed essi protendono armi, segni del violento furore,
per potere atterrire gli animi ingrati e gli empi petti
del volgo col timore della maestà della dea.
E così, appena, entrata e tratta attraverso le grandi città,
muta fa dono ai mortali di una tacita salute,
di bronzo e argento ne cospargono il percorso su ogni strada,
arricchendola di larghe offerte, e fanno nevicare fiori di rosa,
ombreggiando la Madre e le turbe che le fan corteggio.
Qui un manipolo di armati, che i Greci chiamano Cureti,
se tra le turbe frigie danza e in ritmo tripudia,
lieto alla vista del sangue, col movimento delle teste
scotendo i terribili pennacchi, rappresenta
i Cureti del Ditte, dei quali si racconta che in Creta
un giorno occultarono quel favoloso vagito di Giove;
quando, bambini intorno a un bambino, con rapida danza,
armati percotevano in ritmo bronzo con bronzo,
perché Saturno non lo scoprisse e maciullasse tra le mascelle,
producendo un’eterna ferita nel petto della Madre.
È per questo che armati accompagnano la Grande Madre,
o perché significano che la dea comanda che con le armi
e il valore siano risoluti a difendere la terra dei padri
e siano pronti a essere presidio e vanto dei loro genitori.

Attis con indosso il berretto frigio. Thymiaterion (incensiere) di terracotta da Tarso, I o II secolo a.C., Louvre