Cibele

Cibele

“…la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.” J. L. Borges


Magna Mater di Catalhuyuk, ca.7000 a. C. , Ankara, Archaeological Museum.

1. Possibile origine e significato del nome.
E’ ormai nota l’importanza del culto della Grande Dea dal Neolitico Antico fino all’età del bronzo (dal 6.500 al 3.500 a.C., secondo la cronologia indicata dalla grande archeologa Marja Gimbutas) in tutta l’Europa, nel bacino del Mediterraneo e nel Medio Oriente, e, in seguito, nella cultura minoica ( 3000-1100 a.C.):
tutte le manifestazioni cosmiche venivano ricondotte a lei, che con il titolo di “potnia” era Signora unica e incontrastata della terra fertile, dello scorrere delle acque, della rigenerazione delle piante e come “potnia theron” sovrintendeva anche il regno animale.
Molteplice nelle manifestazioni, come lo è la Natura, la Grande Madre si esprimeva anche in aspetti assai temibili: per assicurare la perennità della vita la Dea esigeva un sacrificio di sangue, esattamente come ella dispensava anche la morte, nella sua funzione equilibratrice dell’energia vitale, affinché non vi fosse sempre solo crescita.

Una delle espressioni più remote della Grande Dea è senz’altro Cibele (Agdistis, Kybele, Matar Kubileya, Ana Tanrica), dea anatolica il cui culto si svolgeva principalmente a Pessinunte, nella Frigia (lo sviluppo dei Frigi in Anatolia copre un arco temporale che va dal 1.600 a.C. al 300 d.C.).
Le prime sicure testimonianze di una devozione per la Mater frigia emergono nell’ VIII-VII secolo a.C. da alcune sculture ed offerte votive rinvenute a Gordion e in altre località della Frigia, come la statuetta di “Bogazkoy, raffigurante Cibele con alto polos e melograno, fiancheggiata da due attendenti” (NOTA 1) e da antiche iscrizioni rupestri del VI sec. a.C.in cui la è dea invocata come Matar Kybile o Kybileia (NOTA 2). (vedi scheda sui santuari frigi a Cibele)

Rappresentazione di Cibele; statuetta frigia risalente al VIII – VI secolo a.C., rinvenuta a Bogazkoy (Turchia), conservata al Museum of Anatolian Civilizations, Ankara, Turchia; immagine tratta dal sito: http://www.transanatolie.com/Turkce/Turkiye/Muzeler/amm.htm

Dalla Lidia il culto cibelico passò nel VII secolo a.C. circa alle colonie greche dell’Asia Minore ed in seguito nel continente.
Nella mitologia greca fu assimilata a Rea (Meter Theon, madre degli dèi), nella Roma antica celebrata come Magna Mater.

Mappa della Frigia

 

Mappa della Lidia

Intendo approfondire l’origine del nome, perché offre davvero interessanti spunti di riflessione.
A riguardo vi sono diverse ipotesi:
1.G. Pettinato (Mitologia sumerica), presentando il Pantheon di quest’antica civiltà, indica An e Ki i progenitori di tutte le altre divinità, dove An è il Cielo e Ki la Terra, dal cui accoppiamento nacque Enlil, dio dell’Aria. Ki, la terra, nei testi sumerici assume diversi nomi, tra cui anche Nammu, Acqua fluttuante;
2. nelle iscrizioni rinvenute nei siti archeologici in Anatolia, la dea è usualmente chiamata con il solo appellativo di Matar (madre), e talvolta con l’epiteto Matar Kubileya o Areyastin. Secondo l’elenco etimologico fornito dallo studioso A. Lubotsky, che ha catalogato le iscrizioni frigie rinvenute in Anatolia, la parola frigia kubeleya o kubileya è equivalente al nome anatolico Kubaba, che è il nome di una montagna del luogo.
3.Apollonio di Rodi (Le Argonautiche, 1. 1103-1152, vedi nota 3) ci narra che i culti misterici dedicati alla Meter Theon si svolgevano sul Monte Didymos, a lei sacro, come pure le era sacro il Monte Ida (Strabone, Geografia, 10.3.7 e 10.3.22; vedi nota 4); Ovidio (Fasti 4.181, vedi nota 5) infine afferma che Dindymus e Cybele sono montagne della Frigia.
4.Nella saga di Gilgamesh (faccio riferimento al testo di G. Pettinato edito da Rusconi) il mostro Khubaba, guardiano della foresta dei Cedri, appare in un sogno premonitore al re di Uruk (Gilgamesh) sotto la forma di una montagna;
5. Annapurna, massiccio montuoso della catena dell’Himalaya, è una incarnazione di Parvati, moglie di Shiva, e rappresenta la dea del pane quotidiano e del nutrimento, con simbolo il cucchiaio. Il nome deriva dall’unione di due parole sanscrite: anna=cibo, raccolto e purna=pieno di, perenne, abbondanza.
Cattabiani aggiunge che “anna” in sanscrito è “l’essenza vitale del cosmo, analoga alle acque, che a loro volta sono imparentate con la luna. … A sua volta la dea Annapurna è luce che sazia ogni essere.” Collega così l’Anna Perenna dell’antica Roma ai culti pre- cristiani dedicati alla Grande Madre (in particolare i Misteri Eleusini) e alla celebrazione di Sant’Anna, madre della Vergine Maria;
6.ricordiamo che molte divinità maschili, da Mitra a Zeus a Dioniso, sono stati generati nella pietra o allevati in grotte (si potrebbe dire quindi “figli della montagna”).

 

Magna Mater di Catalhuyuk, ca.7000 a. C.; rinvenuta a Çatal Hüyük (Anatolia), Turchia; altezza: 20 cm; materia: argilla; conservata ad Ankara, nell’Archaeological Museum.

2. Rappresesentazione iconografica.
Oltre che sul nome, vorrei soffermarmi anche sulla sua rappresentazione iconografica, perché ritengo che possa rivelare elementi simbolici assai significativi.
Ha attirato la mia attenzione la raffigurazione che vede Cibele seduta e affiancata da due leoni, sul cui capo la dea poggia le mani.
E’ un’immagine assai potente:
-la dea, nuda, con gli attributi femminili (seno e ventre) posti in evidenza, non raffigura “la donna”, ma una dimensione sovrapersonale, l’Archetipo del Femminile che domina sulla “Vita”, che è Madre di ogni essere vivente, dagli uomini agli animali;
-il fatto di esser seduta e su un trono dà alla figura una “forma cubica”, che ne sottolinea la sedentarietà-l’immobilità , la caratteristica terrena, il “possesso” del mondo manifesto.
A proposito del “trono”, Neumann riporta un’interessante tesi, che collega con un’ acuta intuizione questo “seggio regale” alla “montagna”: ”La Dea Madre seduta in trono vive nel simbolo sacrale del trono…questa sedentarietà rappresenta un legame particolarmente stretto con la terra, cui la Dea aderisce come un colle o un monte; essa è posseduta dalla terra, ne fa parte, è incorporata in essa. La Grande Madre seduta è la forma originaria della dea troneggiante e quindi del trono stesso. Come madre e signora della terra, la Grande Madre è il “trono in sé”. ..Non a caso, il nome della maggiore Dea Madre dei culti primordiali è Iside, cioè il seggio, cioè il trono. Iside reca in testa il simbolo del trono . E il bambino che verrà raffigurato sul grembo della Dea Madre è l re che prende possesso della terra. Il re giunge al potere salendo sul trono e prende posto in grembo alla Grande Dea, la terra, quando diviene suo figlio. Così troviamo diffuso un culto del trono, in cui il trono, che in origine era la divinità stessa, era venerato come la “sede della divinità”. In origine, al posto del trono stava la montagna -che fonde in sé i simboli della terra, della caverna e dell’altezza, divinità mmobile e sedentaria, che domina in modo visibile sul territorio. La montagna è innanzitutto la divinità numinosa, come madre montagna, poi diviene il seggio e il trono, su cui siede il nume visibile o invisibile, poi ancora il “trono vuoto” su cui discende la divinità.”

Cibele; Hellenistic period; Museum of Anatolian Civilizations; Ankara, Turkey
Immagine tratta dal testo di E.Neumann “La Grande Madre.
Cibele cavalca un leone; Museum of Anatolian Civilizations; Ankara, Turkey

NOTA 1.
ringrazio Chiara per avermi permesso la lettura del capitolo su Cibele della sua tesi di Laurea su “Gordion e la Frigia nei secoli VIII e VII a.C.”

NOTA 2.
G. Sfameni Gasparro, “Per la storia del culto di Cibele in Occidente: il santuario rupestre di Akrai” in Lane E.N. (a cura di), Cybele, Attis and related cults, Essays in memory of M.J. Vermaseren, E.J. Brill, Leiden New York 1996, pp. 51-86

NOTA 3.
Apollonio di Rodi, gli Argonauti, libro I
(ll. 1103-1152) Così egli parlò (nota: Mopso) e le sue parole furono ben accolte dall’orecchio di Giasone.
Ed egli si alzò dal letto con gioia e svegliò velocemente tutti i suoi compagni e narrò loro la profezia di Mopso il figlio di Ampice.
E in fretta gli uomini più giovani fecero uscire i buoi dalle stalle per condurli sulla cima della montagna.
E allentarono le gomene dalla roccia sacra e remarono verso il porto Tracio; e gli eroi scalarono la montagna lasciando gli altri compagni sulla nave. A loro le alture di Macri e la costa opposta della Tracia sembravano vicine e a portata di mano. E apparve la nebbiosa bocca del Bosforo e le colline della Misa; e dall’altra parte il corso del fiume Esepo e la città e a pianura Nepeian di Adrastea.
C’era una grande vigna che cresceva nella foresta, una pianta davvero vecchia e ormai secca; la tagliarono per intagliarvi la sacra immagine della “dea della montagna”; Argo lisciò abilmente il legno e poi collocarono l’immagine su una altura rocciosa, riparata alte querce, che fra tutti gli alberi hanno le radici più profonde.
Poi, vicino all’immagine ammucchiarono delle piccole pietre per farne un altare, si cinsero la fronte con corone di foglie di quercia e iniziarono i riti sacrificali, invocando la Madre di Dindymos (Meter Theon), la più venerabile, abitante in Frigia; e con lei Tizia e Cilleno, i soli tra molti a esser chiamati “dispensatori del destino” e “assessori” della Meter Idaia (Madre del Monte Ida), i Dattili Idei di Creta, che un tempo la Ninfa Anchiale, afferrando la terra dell’Oasse con entrambe le mani, mise al mondo della grotta Dittea.
E figlio di Esone (Giasone) implorò con preghiere e gettò libagioni sull’infiammato sacrificio affinché la dea allontanasse i venti contrari.
Allo stesso tempo, su comando di Orfeo, i giovani si misurarono in una danza in cerchio saltellando, con indosso le loro armature, battendo le spade sugli scudi, in modo tale da coprire le grida di sventura provenienti dalla città, per dolore per il loro re (nota: Cizico, re dei Dolioni, ucciso accidentalmente dagli Argonauti).
Per questo motivo da quella volta in poi i Frigi propiziano Rhea con tamburelli e tamburi. E la benevolente dea, penso, gradì molto il devoto sacrificio; e apparvero dei segni favorevoli.
Gli alberi fornirono frutti in abbondanza, e la terra, spontaneamente, intorno ai loro piedi fece fiorire fiori dalla tenera erba.
E gli animali del bosco selvaggio abbandonarono le loro tane e cespugli per venire a far festa. Ed ella causò un altro prodigio: fino ad allora non c’era un corso d’acqua sul monte Dindymos, ma un incessante ruscello sgorgò per loro su quella vetta “assetata”, e gli abitanti del luogo chiamarono quel ruscello la “fonte di Giasone”.
Poi gli Argonauti fecero un banchetto in onore della dea sul Monte degli Orsi, cantando le preghiere di Rhea, la dea più venerabile; e all’alba i venti erano cessati ed essi poterono lasciare l’isola con la nave.
Mia libera traduzione dal sito http://omacl.org/

NOTA 4.
Strabone, Geografia, libro X
7.I racconti riferiti che sono più lontane nel tempo, comunque, circa l’argomentazione che segue, ma sono erronei, sull’identità dei nomi, portano agli stessi collegamenti degli storici.
Mi riferisco a quei racconti che, pur essendo chiamati “Storie dei Cureti” -come se si riferissero proprio alla storia di quei Cureti che vivono in Etolia e Acarnania (nota: prefettura della Grecia occidentale)- non solo sono diversi da quella storia (dei veri Cureti) , ma sembrano più racconti sui Satiri, Sileni, Baccanti e Titiri; per questo i Cureti, come quest’ultimi, sono chiamati genii o ministri degli dèi da coloro che ci hanno tramandato le tradizioni di Creta e della Frigia, che sono mescolate con riti sacri certi, di cui alcuni mistici, altre invece relative con la crescita di Zeus bambino a Creta, altre ancora con le Orge in onore della Madre degli Dèi che venivano celebrate in Frigia e nella regione di Troia.
Ma le variazioni in questi racconti sono davvero minime, poiché alcuni descrivono i Coribanti, i Cabri, i Dattili Idei e i Telchini in modo identico ai Cureti, altri li rappresentano come parenti gli uni all’altri e li differenziano solo per piccoli fatti , ma, grosso modo parlando in generale, tutti loro sono rappresentati come un popolo ispirato e soggetto alla frenesia Bacchica, e con la maschera di sacerdoti, ispirano terrore durante la celebrazione dei riti sacri attraverso danze di guerra, accompagnandole da rumori e tumulti e cembali e tamburi e armi, e anche da flauti e grida; e di conseguenza questi riti sembrano in qualche modo avere una connessione con quelli che si svolgono a Samotracia e anche quelli di Lemno e in diversi altri luoghi, perché i sacerdoti divini sono chiamati allo stesso modo. Comunque, un’indagine di questo tipo è di pertinenza del teologo e non estranea alle speculazioni filosofiche.

22. Alcuni scrittori affermano che il nome “Dattili Idei” (nota: daktylos=dito) fu attribuito ai primi colonizzatori dei pendii più bassi del Mont Ida, perché i pendii più bassi delle montagne sono chiamati “piedi”, e la cima “capo”; di conseguenza, le diverse estremità del Monte Ida –interamente sacro alla Madre degli Dèi- furono chiamate Dattili. Sofocle ritiene che i primi Dattili di sesso maschile furono 5, che furono quelli che per primi scoprirono il ferro e come lavorarlo, come anche tante altre cose utili alla vita quotidiana, e che le loro sorelle furono pure 5, così che furono chiamati Dattili per il loro numero (nota: 10 come le dita di due mani).
Ma altri scrittori raccontano il mito in modi diversi, aggiungendo difficoltà a difficoltà; indicano così numeri e nomi diversi, e li chiamano (nota: i Dattili) uno “Chelmi” e gli altri “Damnamenei” e “Eracle” e “Acmonte”.
Alcuni narrano che essi siano nativi di Ida, altri colonizzatori; ma tutti concordano che il ferro fu lavorato da loro per primi sul Monte Ida; e tutti ritengono che essi fossero stregoni e alle dipendenze della Madre degli Dèi, e che essi vivevano in Frigia sull’Ida; ma questi scrittori usano il termine “Frigia” per “Troade” (nota: altra regione dell’Anatolia) perché, dopo che Troia fu saccheggiata, i Frigi , quelli che occupavano i territori al confine con la Troade, occuparono quella regione.
E si suppone che entrambi, Cureti e Coribanti, fossero i discendenti dei Dattili Idei; in ogni caso i primi cento uomini nati a Creta furono chiamati Dattili Idei, si dice, e da loro nacquero 9 Cureti e da ciascuno di questi generò 10 bambini che furono chiamati Dattili Idei.
Mia libera traduzione dal sito http://www.perseus.tufts.edu/

NOTA 5.
Ovidio, I Fasti, libro IV
I Ludi Megalensi di Cibele.
….La Dea Madre sempre amò Dindymus, Cybele, e Ida, con i suoi piacevoli ruscelli, e il regno Troiano: e quando Enea viaggiò da Troia fino alle terre italiane, la dea seguì quelle navi che portavano le reliquie sacre….
Mia libera traduzione dal sito http://www.tkline.freeserve.co.uk/Fastihome.htm