I Ludi Megalensi di Cibele

“…la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.” J. L. Borges

Claudia Syntyche, rilievo di un altare dedicato alla Magna Mater Cibele, 1° sec d. C.

Publio Ovidio Nasone: i Ludi Megalensi (dedicati alla Magna Mater, dal 4 al 10 aprile), dai “Fasti”, libro IV

mia libera traduzione dall’inglese, al sito:
http://www.tonykline.co.uk/PITBR/Latin/OvidFastiBkFour.htm#_Toc69367847

Che il cielo giri per tre volte sul suo asse,
che il Sole tre volte aggioghi e lasci andare i suoi cavalli,
e quando il flauto Berecinto inizierà a suonare
il suo corno ricurvo, sarà la festa della Mater Idaea.
Gli Eunuchi sfileranno, e suoneranno i tamburi,
e i cembali batteranno con i cembali, con toni sonori:
seduta sui colli morbidi dei suoi servitori, essa verrà condotta
tra le urla per le vie della città.
La scenario è ultimato: i giochi stanno chiamando. Guardate, poi,
o Romani, e lasciate che le cause legali cessino nelle piazze.
Vorrei chiedere molte cose, ma sono impaurito
dal battito stridulo del bronzo e dal terribile ronzio del flauto curvo.
“Dammi qualcuno a cui chiedere, o dea.”
Cibele, che sorvegliando le sue dotti nipoti, le Muse, ordinò loro di prendersi cura di me.
“I Bambini a balia dell’Elicona, memore dei suoi ordini, rivelano
il perché la Grande Dea provi piacere nel rumore continuo.”
Così parlai.

Claudia Syntyche, rilievo di un altare dedicato alla Magna Mater Cibele, 1° sec d. C.; il rilievo con alta probabilità raffigura Claudia Quinta, la cui storia è narrata da Ovidio (Fasti, libro IV, Ludi Megalesi), e la nave che porta l’effigie della Magna Mater, giunta dalla Frigia. Il rilievo è conservato al Museo Montemartini, Roma. Immagine tratta dal sito dictynna.revue.univ-lille3.fr/ – studio di Eleanor Winsor Leach.

 

Ed Erato (nota: una delle Muse) rispose
(parlò nel mese di Venere, perché il suo nome deriva dal tenero amore):
“A Saturno fu detta questa profezia: “O re dei re,
verrai spodestato da uno dei tuoi stessi figli “.
Il dio, timoroso, divorava i suoi figli appena nascevano,
e li conservava nel fegato.
Rea (Cibele) spesso si lamentava che, nonostante le gravidanze frequenti,
ancora non era diventata madre, e si doleva della propria infertilità.
Quando nacque Giove (ce lo racconta una testimonianza certa,
dunque per favore accetta quel che dico) nella gola di Saturno
andò giù una pietra avvolta da panni,
così che il progenitore venne ingannato dal destino.
E l’alto Ida (nota: il monte) risuonò di una musica assordante,
per far sì che il bambino potesse piangere senza correre dei pericoli.
C’era chi batteva i bastoni, altri gli elmi:
tutto ciò fu compito dei Cureti e dei Coribanti.
La cosa fu nascosta, e l’antico atto è rappresentato anche oggi:
i servitori della dea percuotono il bronzo e suonano i tamburi.
Percuotono cembali anziché elmi, tamburi al posto degli scudi:
suonano i flauti, come tanto tempo fa, secondo l’usanza dei Frigi.”
La dea terminò.
Io iniziai: “Perché i leoni così feroci si lasciano aggiogare per lei il loro collo selvaggio?”
E tacqui.
La dea replicò:”Si pensa che la loro ferocia fu dalla dea addomesticata: il suo cocchio lo testimonia.”
E io:”Ma perché la sua testa è appesantita da una corona turrita?
È perché ha protetto le torri delle prime città?”
Lei annuì.
Chiesi:”Da dove proviene l’usanza di evirarsi?”
Come terminai, la Musa rispose:
“Nei boschi, un ragazzo Frigio bellissimo di nome Attis
conquistò il cuore della dea turrita con la sua casta passione.
La dea lo voleva come suo servitore, per proteggere il suo tempio,
e disse: “Se tu lo volessi, potresti essere un ragazzo per sempre.”
Egli lo promise, e rispose:
“Se sto mentendo,
possa l’amore in cui cado essere il mio ultimo amore”.
Egli davvero cadde, incontrando la ninfa Sagaritis,
e rinunciando a ciò che era: la dea, infuriata, si vendicò.
Ella annientò la Naiade, recidendo un albero,
da cui dipendeva la vita della ninfa.
Attis divenne pazzo, e pensando che il tetto della sua casa stesse crollando,
fuggì sulla vetta del Monte Dindimo.
Gridava: “Che siano rimosse le torce”, e urlava:
“Portate via le fruste”: così imprecando vide le Furie.
Si ferì il corpo con una pietra affilata,
e trascinò i suoi lunghi capelli sulla polvere,
lamentandosi: “Ho meritato tutto questo! Pago con il sangue il mio errore!
Ah! Fate che le parti del corpo che mi hanno portato a questo danno periscano!
Lasciate morire!”;
tagliò il peso del suo inguine,
e improvvisamente fu privo di ogni segno di virilità.
La sua follia costituì un precedente, e i suoi effeminati servitori
si scompigliarono i capelli e si tagliarono i membri come cose inutili.”
Così narrò la Musa Aonia, rispondendo alla mia domanda,
sulle le cause della loro follia.
“Guida del mio lavoro, ti prego, dimmi anche da dove Ella (Cibele)
fu portata.
La dea ha sempre dimorato nella nostra città?”
“La Dea Madre sempre amò Dindimo, Cibele,
e Ida (nota: monti dell’Anatolia),
con i loro dolci ruscelli, e il regno di Troia:
e quando Enea portò Troia nei campi italiani,
la dea per poco non seguì le navi che portavano la sacre reliquie.
Ma ella sentì che il destino ancora non chiedeva nel Lazio il suo potere,
così rimase a lungo nei luoghi che le erano abituali.
In seguito, quando Roma era stata fondata ormai da cinque secoli,
e teneva alta la testa sul mondo che aveva conquistato,
il sacerdote consultò le fatidiche parole della profezia Euboica:
Raccontano che egli vi trovò quanto segue:
‘la Madre è assente: Romani, vi ordino: cercate la Madre.
E quando Ella arriverà, dovrà essere ricevuta da mani caste.”
I senatori non comprendevano l’ambiguità dell’oscuro oracolo, cioè a quale genitore
si riferisse e dove dovesse essere cercata.
Fu consultato Apollo (nota: l’oracolo a Delfi), che rispose:
“Andate a prendere la Madre di tutti gli Dei, che troverete sul monte
Ida.”
Furono inviati là dei nobiluomini. In quel tempo il re della Frigia era Attalo,
che rifiutò i signori nobili italiani.
Accadde un evento straordinario: la terra tremò
con lungo boato, e la Dea, dal suo santuario, parlò così:
“Io stessa ho voluto che mi cercassero,
non indugiare: spediscimi volentieri.
Roma è luogo degno per ogni dio.”
Tremando di paura a quelle parole, Attalo disse:
“Vai, sarai anche nostra: Roma discende da antenati Frigi.”
Immediatamente innumerevoli scuri abbatterono gli alberi di pino.
Quegli alberi che il pio Enea aveva impiegato per la sua fuga.
Mille mani si misero al lavoro, e presto la Madre celeste ebbe
una nave concava dipinta con colori di fuoco.
Così Ella venne trasportata con tutta sicurezza sulle onde
del suo figlio (nota: Nettuno), e raggiunse il lungo canale della
sorella di Frisso (nota: Ellesponto),
passò il burrascoso Reteo e le rive Sigee,
e Tenedo e l’antico regno di Eezione (nota: re di Tebe Ipoplasia e padre di Andromaca).
Dopo che Lesbo fu lasciata indietro, Ella li guidò
verso le Cicladi, e tra le onde Euboiche che s’infrangono nelle secche di Caristo.
Ella passò anche il mare Icario, dove Icaro perse le disciolte ali,
dando il nome all’ampio tratto d imare.
Poi lasciando Creta a babordo (nota: a sinistra), a tribordo (nota: a destra) le onde del
Peloponneso, Ella guidò verso Citera, sacra a Venere.
Da là verso il mare della Sicilia, dove Bronte, Sterope e Acmonide forgiavano il loro ferro rovente
Poi, costeggiando le acque d’Africa, Ella vide il Regno di Sardegna a sinistra
e raggiunse la nostra Italia.
Giunse alla foce (Ostia) dove il Tevere s’incontra con il mare e procede con un’ampia curva :
tutti i cavalieri, i gravi senatori e la gente comune
le corrono incontro alla foce del fiume toscano.
Insieme a loro ci sono madri, figlie,
nuore e tutte quelle vergini che custodiscono i fuochi sacri.
Gli uomini stancano le braccia trascinando le funi:
la nave straniera procede faticosamente contro corrente.
La terra era asciutta a causa della lunga siccità,
l’erba era asciutta e bruciata dal sole: la nave si blocca incagliata nella secca
fangosa.
Ogni uomo collabora con tutte le forze, tirando le funi e incoraggiandosi con alte grida:
ma la nave si blocca là, come un’isola in mezzo all’oceano:
di fronte a quel segno gli uomini si fermarono, sbalorditi ed impauriti.
Claudia Quinta discendeva dal nobile Clauso
e la sua bellezza non era inferiore alla sua nobiltà:
era casta, ma si diceva che non lo fosse;
voci ingiuste la ferivano, false accuse l’avevano umiliata;
La sua eleganza, insieme alle acconciature originali, la sua lingua pronta,
per le persone più anziane e rigide, deponevano a suo sfavore.
Consapevole della propria onestà, ella rideva di questi pettegolezzi,
tuttavia noi siamo sempre pronti a credere alle colpe degli altri.
Ora, quando lei si fece avanti dal gruppo delle donne caste,
raccolse dal fiume dell’acqua pura con mani, si bagnò tre volte la testa,
tre volte volse i palmi delle mani al cielo
(tutti quelli che la guardavano pensavano che fosse impazzita),
poi, inginocchiandosi, fissò la statua della dea,
e, sciolti i capelli, proferì queste parole:
“Divina e feconda Madre degli Dei, accetta la preghiera di una supplice a questa condizione:
negano che io sia casta: se tu mi condanni, io sarò colpevole;
condannata da una dea, pagherò la mia colpa con la vita;
se invece non ho colpe, concedi un segno come prova della mia innocenza:
tu casta, verrai dietro a mani caste!”
Così disse Claudia: poi tirò dolcemente la corda,
(Ciò che dico sembra incredibile, ma è scritto anche nei drammi sacri):
la dea si mosse, la seguì e seguendola dette il segno della sua approvazione.
Le stelle furono testimoni del grido di giubilo che salì fino al cielo.
Le grida giunsero fino alla curva del fiume (chiamato anticamente Atrio del Tevere):
là il fiume gira a sinistra, risalendo.

Neroccio de’ Landi ( 1447-1500), “Claudia Quinta”

 

Neroccio de’ Landi ( 1447-1500), “Claudia Quinta”, part. iscrizione; immagini tratte dal sito http://www.cnr.edu/home/araia/

Tito Livio: Ab urbe Condita, Perioca (riassunto di un’opera letteraria compilata nell’antichità classica) del libro XIX

mia libera traduzione dall’inglese, al sito:
http://www.livius.org/li-ln/livy/periochae/periochae028.html

6.In accordo con un oracolo trovato nei libri Sibillini, in cui si affermava che un invasore straniero sarebbe stato scacciato se la Madre Idaea [Cibele] fosse stata portata a Roma, la Madre Idaea fu trasportata a Roma dalla città figia di Pessinunte. Ella fu consegnata ai Romani dal re Attalo dell’Asia. Secondo gli indigeni, la Madre degli dei era una pietra.
Perché l’oracolo aveva ordinato che la dea dovesse essere ricevuta e consacrata dal miglior uomo, fu ricevuta da Publio [Cornelius] Scipione Nasica (figlio di Gneo, che era morto in Spagna), giudicato dal Senato come il miglior uomo, anche se era giovane e non non era ancora stato eletto questore.

6.Mater Idaea deportata est Romam a Pessinunte, oppido Phrygiae, carmine in libris Sibyllinis invento, pelli Italia alienigenam hostem posse, si mater Idaea deportata Romam esset. Tradita est autem Romanis per Attalum, regem Asiae.
Lapis erat, quem matrem deum incolae dicebant. Excepit P. Scipio Nasica (Cn. filius eius qui in Hispania perierat), vir optimus a senatu iudicatus, adulescens nondum quaestorius, quoniam ita responsum iubebat ut id numen ab optimo viro exciperetur consecrareturque.