struttura e funzione del Mito

“Dobbiamo fare quel che gli dèi hanno fatto in principio…”
Sathapata Brahmana, VII, 2, 1, 4.

Questa stanza si propone di esaminare quelle che sono ritenute le più accreditate teorie elaborate intorno alla nascita del Mito ed alla sua funzione nell’ambito dello sviluppo umano. Benché, com’è giusto e ovvio, non saranno trascurate tesi che ormai costituiscono le basi irrinunciabili per chiunque voglia accostarsi ad uno studio serio ed accurato di tale tematica (intendo Lévi-Strauss, Eliade, R. Otto, Lévy-Bruhl, ecc.), è mia intenzione dare risalto a quelle opere che ci permettono fattivamente di capire-vivere-integrare il Mito nella realtà quotidiana. A mio modo di vedere, infatti, i modelli mitologici (come le immagini simboliche) rappresentano l’espressione di archetipi universali della trasformazione psichica e spirituale dell’Uomo. Non solo, il tempo mitologico è un tempo “cosmologico”, inserito nel ritmo ciclico e rigeneratore del Creato, che ha il “pregio” di orientare l’esistenza umana all’interno di un Sistema unitario. Capire quindi l’azione del Mito potrebbe aiutarci a ricostituire un’immagine integrale di Sé, a sopprimere l’isolamento individuale e a inserirci nel corso del divenire eterno. O, almeno, questo è il mio sogno personale…

Il mito de-purato

Vorrei iniziare questa riflessione riportando la posizione di Rene Alleau ne “La scienza dei simboli”, Sansoni Editore, cap.XII , circa il Mito. Egli sostiene che la cultura greca abbia portato ad una lenta ma inesorabile desacralizzazione del mito, privato di ogni significato iniziatico, religioso o metafisico.
Ricorda M. Eliade:”Opposto tanto a “logos” quanto, più tardi, a “historia”, “mythos” ha finito per denotare tutto ciò che non può realmente esistere. Da parte sua il giudeo-cristianesimo respingeva nel campo della menzogna e dell’illusione tutto c
iò che non era giustificato o convalidato da uno dei due Testamenti” (Aspetti del mito). Ma da una sessantina d’anni il lavoro di studiosi nei diversi rami della ricerca –etnologia, psicologia, sociologia,ecc.- sta focalizzando in modo più preciso il ruolo del Mito nelle società primitive.
Dice Malinowski (Il mito nella psicologia primitiva):”Considerato in ciò che ha di vivo, il Mito non è una spiegazione destinata a soddisfatre una curiosità scientifica, ma un racconto che fa rivivere una realtà orignale e che risponde ad un profondo bisogno religioso, ad aspirazioni morali, a costrizioni ed obblighi d’ordine sociale ed anche ad esigenze pratiche. Nelle società primitive il mito assolve ad ua funzione indispensabile: esprime, valorizza e codifica le credenze; salvaguardia i principi morali e li impone; garantisce l’efficacia delle crimonie rituali e offre all’uomo una sertie di regole pratiche da seguire. Il mito è dunque un elemento essenziale della civiltà umana: non solo non è una vana affabulazione, mauna realtà viva a cui si continua a ricorrere; non una toria astratta o una parata d’immagini, ma una vera codificazione della religione primitiva e della saggezza pratica”.
Alleau in particolar modo esamina i rapporti del Mito con la “salvaguardia dei principi morali”.
Egli ritiene, come già accennato inizialmente, che il Mito, portatore del Verbo degli Dei, rappresenti la possibilità dell’uomo di partecipare all’Universale, la possibilità di unione delle forze umane con quelle sovraumane. Esso (il Mito) infatti è strettamente implicato nei processi creativi della Natura, ma opera una trasfigurazione della Realtà Naturale intesa come “RICREAZIONE DEL SENSO DELL’UNIVERSO”.
Ma senza una partecipazione esistenziale, rituale, al suo processo dinamico, il “Mito si trasforma in “favola”; la condotta d’intenzione di tipo sacro diventa condotta di racconto di tipo cultuale, sociale, morale e profano; il Verbo degli Dei si riduce a linguaggio degli uomini, alienandoli così dalla connessione con le forze dell’Universo”. Alleau ritiene che in Grecia, come in altre parti nel mondo, parallelamente allo sviluppo culturale e sociale, sia avvenuto un occultamento del rito primitivo e del mito originale, depurandoli della loro forza primitiva naturale a favore di una forma più elegante e socialmente accettabile. Alleau mostra alcuni esempi di miti, tra cui io riporto il mito di Demetra narrato nell’Inno omerico.
Tale inno, composto nella prima metà del VI sec.a.C. per un concorso poetico a Eleusi, racconta le vicende della Dea “in forme letterarie eleganti e molto attenuate”.

LA DANZA DI BAUBO-IAMBE
Dunque, Demetra, gravemente afflitta dalla perdita di Persefone, dopo aver digiunato nove giorni, discende sulla terra con le fogge di una vecchia. Accolta dal re Celeo e dalla regina Metanira, che la incarica di far da balia a suo figlio, viene invitata a riposarsi sul trono.

:”Ma Demetra apportatrice di Messi, dai magnifici doni,
non volle sedersi sul trono risplendente,
e ristette in silenzio, abbassando begli occhi,
finché l’operosa Iambè ebbe disposto per lei
un solido sgabello, gettandovi sopra una candida pelle.
Là ella sedeva, e con le mani si tendeva il velo sul volto;
e per lungo tempo, tacita e piena di tristezza, stava immobile sul seggio,
né ad alcuno rivolgeva parola o gesto,
ma senza sorridere, e senza gustare cibi e bevande,
sedeva struggendosi per il rimpianto della figlia dalla vita sottile:
finché coi suoi motteggi l’operosa Iambé,
scherzando continuamente, indusse la dea veneranda
a sorridere, a ridere, e a rasserenare il suo cuore:
Iambé, che in seguito fu cara all’anima della dea.”

Traduzione di F. Cassola Testo tratto dal libro: “Le religioni dei misteri”, volume I, a cura di Paolo Scarpi, Fondazione Lorenzo Valla, A.Mondadori Editori

Metanira offre del grano a Demetra; dettaglio di un vaso risalente al 340 a.C., Antiken Museum, Berlino

Demetra, rincuorata, accettò di interrompere il digiuno e prese il “ciceone” (bevanda composta da acqua, farina d’orzo e menta). Dopo che ebbe riso e mangiato, la terra potè nuovamente tornare ad esser feconda.
In apparenza sembra che questo passo dell’inno voglia ricordare agli uomini che, prima dell’invenzione dell’agricoltura, si digiunava spesso, proprio come Demetra. Ma per Alleau questa è una spiegazione “storica e razionale”, che non spiega fino in fondo le ragioni del mito. In realtà viene da chiedersi:”Cosa ha fatto Baubo-Iambe per consolare una madre afflitta da così grave dolore?” Scavando bene, si svela il mistero… Clemente Alessandrino nel Protreptikon (II, 20) riporta:
“Dopo aver ricevuto Demetra, Baubo-Iambe le porge il Kykeon. Questa rifiuta di prenderlo e non lo vuol bere perché a lutto; allora Baubo, irritata come se la si disprezzasse, scopre il suo sesso e lo mostra alla dea. A questa vista, Demetra si rasserena; dopo aver visto questo spettacolo, acconsente a bere la brodaglia. Ecco i misteri degli Ateniesi! Sì, ecco che cosa diceva Orfeo

A queste parole, si alzò le vesti
Mostrò per intero
L’indecente contorno del corpo
E apparve il bambino Iacchos,
che lei agitava con la mano ridente,
sotto le vesti di Baubo.
Dopo che la dea ebbe riso a crepapelle
Accettò la scodella levigata in cui era il Kykeon.”
Il Testo di C. Alessandrino è davvero misterioso, soprattutto circa l’”apparizione del bambino Iacchos” (Dioniso). Una risposta forse può esser data dai ritrovamenti nel tempio di Demetra di numerose statuette di Baubo (che significa “ventre”). Tali bizzarre statuette non hanno la testa né il dorso e un volto è rappresentato sul ventre.

 

Statuette di terracotta provenienti da Priene, V-III sec. circa a.C

Il volto tracciato è quello del “bambino Iacchos”, e tale proposito ci dice Arnobio (Adversus nationes, V, 25):
” XXV.
5. Quod cum saepius fieret neque ullis quiret obsequiis ineluctabile propositum fatigari, vertit Baubo artes et quam serio non quibat allicere ludibriorum statuit exhilarare miraculis: partem illam corporis, per quam secus femineum et subolem prodere et nomen solet adquirere genetricum, longiore ab incuria liberat, facit sumere habitum puriorem et in speciem levigari nondum duri atque histriculi pusionis. 6. Redit ad deam tristem et inter illa communia quibus moris est frangere ac temperare máerorss retegit se ipsam atque omnia illa pudoris loca revelatis monstrat inguinibus. Atque pubi adfigit oculos diva et inauditi specie solaminis pascitur: tum diffusior facta per risum aspernatam sumitatque ebibit potionem, et quod diu nequivit verecundia Baubonis exprimere propudiosi facinoris extorsit obscenitas”.

“Fa assumere alla sua parte più intima un aspetto più curato e la rende liscia a somiglianza di un bambino, il cui pelo non è ancora duro né irsuto.” (Arnobio , Adversus nationes, url:http://www.intratext.com/IXT/LAT0264/_INDEX.HTM)

Secondo Alleau è evidente che il Mito fondato sul rito agrario della fertilità nel caso dell’Inno omerico, come in molti altri, è stato velato da una mitologia assai differente, secondo l’area culturale in cui in seguito si è sviluppato.
Anche Neumann (La Grande Madre), a proposito della raffigurazione delle statuette di Priene, ritiene che Baubo rappresenti il simbolo numinoso della fertilità della Grande Madre:
“La delimitazione alla zona del ventre e dell’utero esprime, sacralizza e pone su un trono il non-umano, il perturbante, la radicale autonomia del ventre nei confronti dei “centri superiori” (cuore, seno, testa).”

Baubo, nella leggenda, compie un atto osceno e Demetra ne ride, momentaneamente rasserenata. Questo mostra una visione, antica e matriarcale, in cui il Mistero Femminile era oggetto di venerazione sacra ma anche tema di scherzo e riso tra le donne. Il gesto osceno in realtà permette all’intensa energia femminile di scorrere liberamente, con la stessa forza e la stessa sfrontatezza che animava il corteo degli iniziandi in marcia verso Eleusi. La vigorìa traboccante della Natura , rinnovata ed esaltata nel rito, poteva così elevarsi al divino in tutte le sue manifestazioni, dicibili e in-dicibili/visibili e in-visibili.

– La Poesia perduta II –
Ritornando alla nostra Baubo-Iambé, Alleau ritiene che alla sua danza, forse un tipo di danza del ventre accompagnata da frasi assai audaci, si deve far risalire il GIAMBO, cioè il passo a tre tempi dell’antico valzer. Alleau sostiene che tale danza accompagnasse l’ultima fase dei riti di fecondità dei Misteri Eleusini e che la stessa Baubo non sia altro che un “prototipo mitico” delle sacerdotesse di Eleusi, che rivestivano importanti funzioni sacerdotali. Egli sottolinea appunto l’importanza determinante della musica, della danza, della poesia e del canto in queste cerimonie mistico-religiose, la cui portata magica è innegabile. Gli stessi ritrovamenti archeologi confermano il legame tra poesia giambica e Misteri Eleusini: il “giambo” era accompagnato da due strumenti musicali e a quelle danze corrispondevano dei canti in cui gli scherzi, le allusioni sessuali, le frasi equivoche erano imposti dalla tradizione sacra.” La recitazione dei versi, le grida e le invocazioni –raddoppiate in prossimità del tempio- avevano un preciso ruolo liturgico nello svolgimento della cerimonia. Non solo, ma a questi gridi si attribuiva un’influenza importantissima, addirittura magica.
Erodoto riporta, prima della battaglia di Salamina, proprio l’usanza degli Ateniesi di gridare “Iacchos!” (Dioniso) durante i riti, credendo che il “soffio unanime” del grido fosse capace di allontanare i pericoli da Eleusi:

“65) Diceo figlio di Teocide, un esule ateniese divenuto qualcuno fra i Medi, raccontò che in quei giorni, da che il territorio attico, abbandonato dagli Ateniesi, era messo a sacco dalla fanteria di Serse, venne a trovarsi per caso nella piana di Triasio assieme allo Spartano Demarato, e vide avvicinarsi da Eleusi una nuvola di polvere, quale potevano sollevare trentamila uomini; i due si chiedevano con stupore chi mai potesse sollevare quel polverone; e improvvisamente udirono una voce, un grido che gli parve l’invocazione misterica di Iacco. Demarato non conosceva i riti di Eleusi e gli chiese cosa fosse quel grido; Diceo gli rispose: “Demarato, l’esercito del re non potrà sfuggire a una grave sciagura: l’Attica è deserta ed è chiaro che la voce ha origine divina e viene da Eleusi in aiuto agli Ateniesi e ai loro alleati. E se la voce si dirige verso il Peloponneso, un pericolo minaccerà Serse in persona e l’esercito di terra, se invece si volge verso le navi ferme a Salamina, il re rischierà di perdere la flotta. Questa festa la celebrano ogni anno gli Ateniesi in onore della Madre e della Figlia, e chi di loro o degli altri Greci lo voglia può farvisi iniziare; il grido di Iacco che odi risuona in questa festa”. Replicò Demarato: “Taci, non dire a nessun altro quanto hai detto a me; se le tue parole vengono riferite al re, tu ci rimetterai la testa e io non ti potrò salvare, né ci sarà uomo al mondo in grado di farlo. Stattene zitto; gli dèi decideranno la sorte di questo esercito”. Tale consiglio gli diede Demarato; e dal polverone e dalla voce si formò una nuvola che si levò in aria e si diresse verso Salamina, verso il campo dei Greci; e così essi seppero che la flotta di Serse era destinata al disastro. Questo raccontava Diceo, chiamando a testimoni Demarato e altri.”
(Erodoto, Storie, Libro VIII, url:http://www.filosofico.net/erodotostorie.htm)

E proprio a Iacchos, il bimbo gioioso celebrato con tale clamore, era dedicato il “19 boedromion”, la giornata del corteo delle iniziande, accompagnate da efebi, muniti di lance e scudi e corone di mirto in testa. Strabone lo definisce il “demone di Demetra”:

“La maggior parte dei Greci ha attribuito a Dionysos, ad Apollo, ad Ecate, alle Muse e a Demeter, per Zeus, ogni tipo di orgia, di festa bacchica, di danza corale e di mistica che riguardino le iniziazioni. Inoltre chiamano Iacchos sia Dionysos sia il fondatore dei misteri, il demone di Demeter. Le dendroforie, le danze corali e le iniziazioni sono comuni a tutti questi dei… ”
(STRABONE, GEOGRAFIA, 10.3.10)

Aristofane gli dedica un passo delle sue “Rane”:

“…………
CORO: Strofe
O tu che alberghi in questa sacra sede,
o Iacco, Iacco,
muovi su questo prato a danza il piede,
fra i tuoi santi seguaci.
Squassa il mirto che, folto
di bacche, ombra il tuo volto
di florida ghirlanda: segna con passi audaci
in mezzo ai cori mistici
la mia giocosa danza,
pura, d’ogni fren libera,
cui largiron le Grazie ogni eleganza!
ROSSO:
O di Demètra santa e onoratissima
figlia, che dolce odor m’aleggia intorno
di ciccia di maiale!
……………………………………………………………………………
CORO: Antistrofe
Scuoti le faci, e la fiamma ridesta,
o Iacco, Iacco,
astro che irraggi la notturna festa.
Il prato arde di fuochi:
fremono dei vegliardi
già le ginocchia; e i tardi
anni, e le cure scosse, corrono ai sacri giuochi.
Al lume delle fiaccole,
or qui avanti, o Beato,
i carolanti giovani
guida tu sul fiorito umido prato.
……………………………………..
PRIMO SEMICORO: Strofe
Demètra, che dài leggi
alle pure orge, avanza,
e il Coro tuo proteggi.
Fa’ tu che in gioco e danza,
senza noie dattorno
io varchi intero il giorno.
SECONDO SEMICORO: Antistrofe
E assai baie, e non pochi
concetti esprima serî;
e dopo beffe e giochi
degni dei tuoi Misteri,
vittorïoso infine
stringa la benda al crine.
CORIFEO:
Su dunque! Gl’inni invochino anche il florido Nume,
Iacco, che ai balli nostri prender parte ha costume.
CORO: Strofe prima
O Iacco onorato, che un rito
trovasti su ogni altro gradito,
qui presso l’Iddia
mi segui: dimostra che agevole
t’è compier lunghissima via.
Iacco, di balli amico, accompagnati a me.

Strofe seconda
Per chiasso, od a vile tenendoli,
volesti che andassero a sbrendoli
i panni e il calzare;
sicché senza impaccio potessimo
scherzare, carole intrecciare.
Iacco, di balli amico, accompagnati a me.

Strofe terza
Or ora sbirciavo di volo,
compagna ai miei giuochi, un bocciuolo
di giovanettina:
s’è fatto uno sdrucio alla tunica,
affacciata s’è la poppina…
Iacco, di balli amico, accompagnati a me.
ROSSO:
Io sono sempre compagnone, e voglio
folleggiare e danzare.
DIONISO:
Ed io ti seguo.
(Con lazzi mimici prendono parte alla danza divenuta animatissima.)”

(all’url: www.filosofico.net/aristofrane42.htm)

Tutti questi esempi confermano l’importanza dell’espressione poetica nei rituali e nella ripetizione mitologica. Mi piace riportare proprio il testo di Alleau (La scienza dei simboli), molto chiaro a tale proposito:
“Vi era un’efficacia magica della ripetizione di parole sacre a cui si attribuiva una forza creativa. Per le società antiche, se la vita non si può recuperare, se il suo flusso è irreversibile, perlomeno si può ricordare a sé stessa e, in un certo senso, risvegliare con la memoria della sua prima fonte. Questo ritorno è una commemorazione mitica e simbolica della Parola primordiale, gravida di inesauribile energia feconda che trascende il tempo”.

Il Rito, la sua ripetizione, ha la funzione di riportare luce e fede, ristabilire equilibrio e ordine tra Cielo e Terra, “ricreare” l’Universo sia in avvenimenti “felici” (nascita di un bambino, fasi di crescita,ecc.) sia quando l’uomo si sente minacciato (guerre, pericoli, momenti di disperazione, ecc.). Ma nel corso del tempo, ci ricorda M. Eliade che il rito a poco a poco è stato “svincolato” dalla sua connessione originaria con il Cosmo intero, dalle ricorrenze scandite dai ritmi cosmici naturali, per essere “centrato” esclusivamente sulla persona (sia esso Re, capo religioso, Divinità, ecc.).
Alleau precisa che:
“ anche la trasmissione poetica ha subito profonde modifiche per quel tanto che era legato al “mito” e non alla “storia”, alla “magia dei ritmi” più che al “canto delle parole”… Si è osservato che la “quantità” della sillaba, breve o lunga, questa nozione prettamente musicale, cessa di essere avvertita a partire dal III o IV secolo nella letteratura poetica gallo-romana, alla fine dell’impero”.

Si è passati così da una trasmissione poetica basata sul ritmo (che è per l’uomo percezione molto naturale, connessa con il respiro, con il battito cardiaco,ecc.) ad una impostata sul “sillabismo” e sulla “rima” imparati a memoria.
Alleau indica la liturgia ecclesiastica come causa prima di questa trasformazione, indotta dalla Chiesa per contrastare le cerimonie pagane. Nei secoli ciò ha portato ad una progressiva scissione tra musica e poesia “dotte” e espressioni “popolari”, tra cultura dei “ricchi” (che si potevano anche permettere di comprare anche costosi manoscritti) e cultura dei “poveri”. L’attività poetica, intesa come espressione mitica primordiale, si è così espressa o in forme sempre più sottilmente elaborate, la cui comprensione è accessibile soltanto ad un pubblico molto ristretto di lettori colti (nota della M.T.: ricordiamocelo!) oppure sotto forma di canzoni popolari che utilizzano una retorica spesso banale e scontata. Nel tempo il primo gruppo è diminuito ininterrottamente ed il secondo gruppo è cresciuto considerevolmente.
Situazione che si è mantenuta stabile anche in virtù dell’evoluzione politica, giuridica, economica, filosofica, scientifica e tecnica. Cosa fare adesso? Come recuperare il nostro patrimonio-linguaggio mitico-poetico originario?
Non ho davvero una risposta generalizzata; credo solo che un tentativo di recupero possa cercato nell’ambito di un faticoso-lungo percorso individuale.